05/02/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Quattro, come migliaia, in mezzo a due milioni di cuori che sognano di cambiare il loro mondo

Il Cairo,
dal nostro inviato

"Quello che accadrà nei prossimi giorni sarà determinante. Se non ora, quando?". Mona non ha dubbi. Lo capisci appena la vedi, mentre scende dal taxi con il fratello Hajtham, davanti al cinema Tahrir. Un uomo di un'età indefinita accosta il suo tre ruote, vecchio motore inglese, che ruggisce ancora. Sembrano una cosa sola, in lotta contro il tempo. L'ennesimo acciacco della motocicletta, l'ennesimo intervento autarchico del suo guidatore.

Sembra di guardare l'Egitto che è finito il 25 gennaio, quello che non aveva alternative a uno status quo e alla classe dirigente che lo gestiva. Che tentava solo di rattoppare la situazione. E lo gestisce ancora, perché ha ragione Mona. All'ombra dei due fantocci impiccati in piazza Tahrir, simbolo di una minaccia al regime, resta un presidio permanente. Molti meno di prima, ancora abbastanza. Il regime è al suo posto, difeso da una barriera di riforme per ora solo promesse e da un esercito che pare attendere come unica strategia. Mona ha 28 anni, due occhi grandi e scuri, i capelli legati in una coda. Il problema, adesso, è dove fermarsi a parlare. Prima una vecchia sala da té, gli avventori sollevano indifferenti gli occhi dal gioco dei dadi e dalle pipe della shisha che fumano con passione. Meglio il bar di un albergo come altri, anche se la sensazione di sentirti osservato, ascoltato è ormai come una pellicola che ti resta sulla pelle. Il rischio è la paranoia, ma non è tempo di fermarsi a riflettere, perché altrimenti è finita.

Mona, 28 anni, é stanca, lo leggi in ogni cenno. Ma non si vuole fermare. "Lavoro in una compagnia privata, sono due anni che lottiamo per il cambiamento. In piazza, in rete. Tutti adesso vedono quello che succede, ma non è accaduto in un anno", racconta fumando avidamente una sigaretta dietro l'altra. "Certo, la Tunisia è stata importante. E' stato come dire a noi stessi 'si può fare', ma qui la rabbia cova da troppo tempo. L'altro elemento decisivo, in questi anni di lotta, è la rete. Per la prima volta, da trent'anni, la gente ha potuto vedere quello che capitava in una caserma della polizia. Indietro non si torna. Chi ha un percorso di studi, ambizioni, sogni è frustrato ogni giorno, in ogni aspetto della vita. E' tempo di cambiare". Si rilassa, come dove aver buttato fuori un rospo. Gli occhi grandi si fanno lucidi, è un attimo. Ma non vacillano mai. Uno sguardo attorno, ma poi il tono della voce sale comunque, rabbioso. "Sono tre giorni che non mi faccio una doccia, dopo passo da casa. Poi torno in piazza", interviene Hajtham. "Ho preferito stare da un amico, vicino alla piazza. Non si sa mai".

Hajtham ha ragione, fa uno dei mestieri più pericolosi del momento in Egitto. Lavora per una organizzazione non governativa che si occupa di denunciare le violazioni dei diritti umani. "Le stime ufficiali parlano di 350 morti, ma sono almeno il triplo", racconta quasi in un sospiro, come chi ha ripetuto la stessa storia troppe volte per credere che possa essere dimenticata. Ha l'aria conciata, ma i suoi 23 anni sono là, che baluginano sotto le lenti dei suoi occhiali alla moda. In testa un berretto da baseball. Sembra un ragazzo come tanti. Non lo è. "Abbiamo notizie certe di attivisti, sindacalisti, giornalisti eliminati da cecchini della polizia. Tanti, davvero tanti, sono svaniti nel nulla. Il rischio che ti vengano a prendere a casa esiste, ma o cambiamo le cose adesso o non lo faremo più". Mona è ancora più netta: "Le tre manifestazioni dei prossimi giorni sono decisive. Si andrà in piazza domenica, martedì e venerdì. Se non riusciamo a dare la spallata definitiva al regime, ci toccherà un altro ventennio di mancanza di libertà".

Una sensazione, forte, è quella di un movimento enorme (basta guardare le persone in piazza, di ogni età), ma privo al momento di uno sbocco politico. "Non ci interessa di di ElBaradei ne di altri, vogliamo che il regime vada via". Ma dopo? "Dopo ci deve essere un referendum, per approvare una reale nuova Costituzione, scritta da deputati eletti in libere elezioni. Non ha senso cambiare quella che c'è adesso che ha soffocato il Paese con lo stato di emergenza perpetuo", risponde Hajtham, giocando con la fiamma del suo accendino, che guarda rapito, mentre fuori dalla finestra del baretto passa un venditore ambulante che offre ad alta voce la sua merce. Chissà se capirebbe questi ragazzi, chissà se riterrebbe credibile vederli lottare anche per lui.

Mona e Hajtham sono della parte borghese della città. Abdallah, invece, è di estrazione proletaria. "In piazza c'è gente di ogni estrazione sociale, tranne coloro che vivevano in simbiosi con il regime. Io non resterò senza cibo, ma mi batto anche per coloro che non hanno nulla. Qui non è più questione di soldi, ma di quello che vogliamo per il nostro futuro", proclama deciso, stretto in un paio di jeans e una maglietta, sufficienti in questo febbraio cairota, caldo come una primavera di diritti. Abdallah, 26 anni, lavora in un azienda che ha la sede proprio in piazza Tahrir. "Il boss ci ha chiamati e ci ha detto di ritenerci liberi fino a nuovo ordine. Chissà se l'ufficio esiste ancora!", racconta ridendo, ritrovando un po' di luce tra la barba e gli occhi neri. Abdallah è anche un ultras dell'al-Alhy, formazione con un seguito immenso, rivali storici dello Zamalek, la squadre del quartiere più esclusivo della capitale. Il pallone e la lotta di classe, un classico.

"Eppure il venerdì della rabbia, in piazza Tahrir, ci siamo andati assieme. Non mi sembrava vero: noi dell'al'Ahly e quelli dello Zamalek, nello stesso fronte, a proteggere la gente dalla polizia. Per anni abbiamo sopportato i loro abusi, le loro violenze. Adesso basta. Tra loro, la maggioranza, sono persone senza alcuna formazione eppure il clima di impunità gli ha permesso di essere i padroni del Paese. L'esercito, dici? La gente li rispetta e loro, almeno i soldati semplici, come come noi. Non muoveranno un dito contro di noi, anche se sono stanco di aspettare e sogno che, come in Tunisia, facciano una scelta di campo e marcino con noi per porre fine a tutto questo. Ho paura che la gente si ritiri...troppi giorni senza paga, troppi negozi chiusi. Ma alle fine ce la faremo".

Meno ottimista Mohammed, piccolo e scattante 25enne, vestito con un'attenzione un po' vanesia. Un fascio di nervi e di energia, al punto che te lo immagini alla guida del suo furgone per le consegne nel traffico impazzito del Cairo. "Non abbiamo molto tempo. Più le cose tornano alla normalità, più si allontana il cambiamento", racconta toccandosi la testa rasata. "I picchiatori del regime hanno di sicuro spaventato tanta gente. Si arriva a vedere cose incredibili. Nei comitati popolari che proteggono le case, di notte, ci sono donne e bambini", racconta roteando gli occhi scuri.

Quello che è accaduto, in una situazione complessa, poteva accadere in ogni città. Le rapine sono state gonfiate, per terrorizzare la gente. Ma ci siamo organizzati e non ci fermeremo. Non ci fermeranno con la strategia della paura. L'obiettivo non è mettere a tacere la stampa, non è fermare gli attivisti. Sanno che è impossibile. L'unica cosa che tentano è il controllo della paura, per ostentare il regime come unica alternativa al caos. Addirittura, per farvi capire, c'è gente convinta che di notte si aggirino agitatori iraniani, israeliani, statunitensi e di Hamas per fomentare scontri e destabilizzare il regime. E alcuni ci credono. Se finiamo quello che abbiamo cominciato, però", sorride Mohammed, "nessuno cercherà più di controllarci con la paura".

Christian Elia

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