Ci sono voluti
11 anni. Il 9 novembre del 1993, le milizie croate (HVO) della
autoproclamata Repubblica di Herceg Bosna l’avevano preso a cannonate,
facendone precipitare le pietre nelle acque della Neretva. Non era un
obiettivo militare, non era un bersaglio strategico. Su quel “bianco
arcobaleno di pietra” non poteva passare niente. Era un obiettivo
simbolico, lo Stari Most. I mostarini non lo chiamavano il Vecchio
Ponte, ma semplicemente “Il Vecchio”, a significare quanto quel
monumento rappresentasse e custodisse l’essenza stessa della città. Ed
era proprio quello, il genius loci, che andava preso a cannonate. Come
a Vukovar, a Sarajevo. Un carattere urbano che, in epoca di dilagante
nazionalismo e razzismo, a Mostar si esprimeva beffardamente in un
ponte, un simbolo intollerabile, solidissimo ancorché sottile, a
guardarlo da lontano.
Era stato costruito
tra il 1557 e il 1566 dall’architetto turco Hajruddin, su commissione
del sultano Sulejman il Magnifico. Hajruddin aveva diretto uno sforzo
collettivo, procedendo empiricamente, utilizzando maestri e tecniche
orientali ed occidentali. La sua campata unica di 29 metri, in blocchi
di pietra calcarea locale (tenelija, cangiante con la luce del sole),
rappresentava un prodigio. Le pietre, unite da uno strato di malta,
erano vincolate da un articolato sistema di staffe e perni metallici
(muratura staffata), inseriti in sedi apposite scolpite e poi riempite
con piombo fuso tramite canalette. Insieme alle due torri di
fortificazione (Tara e Halebija), il Ponte rappresentava un unico
complesso monumentale che si saldava alle due rive della Neretva: la
muratura sorgeva dalle rocce e avvolgeva le sponde.
Erano occorsi dieci anni di difficili lavori. Altrettanti ne
sono serviti oggi. La ricostruzione è stata diretta dalla PCU (Project
Coordination Unit), organismo che rappresenta la città di
Mostar coordinando i diversi attori che hanno partecipato all’opera dal
punto di vista tecnico o finanziario (l’Unesco, la Banca Mondiale, il
Governo Bosniaco). Tra i maggiori Paesi donatori l’Italia, la Francia,
la Turchia. Turca è stata l’impresa che si è aggiudicata l’appalto dei
lavori (la ER-BU), mentre il progetto architettonico e quello
strutturale sono stati italiani (la General Engineering, società
fiorentina di progettazione rilievi e diagnostica, insieme al
Dipartimento di Ingegneria Civile della Università di Firenze). La
tedesca LGA ha realizzato le prove sui materiali, la turco bosniaca
Conex le indagini geognostiche, la croata Omega il complesso che
circonda il Ponte.
Sotto il profilo
tecnico, il progetto dell’opera che sarà presentata venerdì ha dovuto
rispondere a problematiche inedite: reintegrare un’opera storica
utilizzando tutta la documentazione reperibile, aderendo allo stesso
tempo sotto il profilo strutturale ai correnti standards di sicurezza
europei. Le pietre originali recuperate dal fiume, non più
utilizzabili, saranno esposte nel Museo della città, il Momu.
Tuttavia, l’aspetto che sarà maggiormente
sotto i riflettori di tutto il mondo sarà quello politico.
L’architettura esprime i rapporti sociali, culturali ed economici di
una data epoca e luogo. I monumenti, in particolare, ne sono la
rappresentazione più evidente di questo, una sorta di biglietto da
visita. Non nascono a caso, né casualmente vengono distrutti.
La distruzione fisica del Ponte
di Mostar è stato l’ultimo passo della distruzione portata al tessuto
sociale e culturale della città. Con la avvenuta ricostruzione del
“Vecchio”, possiamo finalmente considerare terminata la fase del post
conflitto in Bosnia Erzegovina, si apre una nuova fase?
Alcuni commentatori, oggi, sollevano il rischio
(concreto) che il nuovo Ponte rappresenti solamente un innesto, un
bubbone, inserito a forza dalla comunità internazionale in un corpo
ancora ferito, non ancora pronto. Non si tratta di speculazioni. La ricostruzione
fisica del Ponte non ci autorizza a ritenere
che le ferite portate al corpo della città – e all’intero Paese - siano
state sanate. Non si potrà contrabbandare in questo modo la giornata di
venerdì. Tuttavia, oggi non possiamo neppure trattenere la gioia per
questa completata ricostruzione, così come per la ricostruzione delle
decine di edifici storici o religiosi distrutti nel corso del recente
conflitto. Si tratta di un patrimonio che appartiene alla nostra
storia, europea, che ci viene restituito.
La reintegrazione del “Vecchio”, così come la recente
traduzione di fronte al Tribunale dell’Aja di 6 capi politici e
militari della cosiddetta repubblica di Herceg Bosna, che devono
rispondere, insieme agli altri crimini, proprio della distruzione del
Ponte, rappresentano elementi significativi anche alla luce di un
possibile percorso di riconciliazione tra le comunità.
Allo stesso modo, nel quadro delle celebrazioni per la
rinascita del Ponte, sabato a Mostar ci sarà anche
l’importante battesimo del comitato bosniaco per un Contratto Mondiale
sull’Acqua, rivendicazione simbolica ma insieme concreta di questo bene
fondamentale, della sua natura pubblica, di diritto umano, del suo
ruolo di unione tra i popoli. Ci saranno esponenti della società civile
e del mondo politico italiani e bosniaci. Non si discuterà più di
guerra e dopoguerra, di “rapporti interetnici”, ma della difesa
dell’ambiente e della tutela dei diritti dei cittadini a fronte di una
onda di privatizzazioni selvagge, globali.
Non è ancora la fine di un’epoca, ma potrebbe davvero essere
un primo passo.