
Nella baraonda di sondaggi usciti nei mesi che hanno preceduto le elezioni presidenziali
statunitensi, una certezza è emersa: queste sono le consultazioni più sentite
degli ultimi decenni, e la tradizionale fascia di elettori indecisi che di solito
ne determina l’esito quest’anno si è ristretta. I due campi si sono compattati:
George W. Bush è un presidente che o si ama o si odia. Nel 2000 si era presentato
come un leader che avrebbe unito la nazione, invece l’ha divisa più che mai. E
su uno zoccolo duro di simpatizzanti agguerriti Bush può contare a occhi chiusi:
quello della cosiddetta destra cristiana.
Il rapporto dell’attuale amministrazione con i settori più religiosi dell’elettorato
si è rafforzato con il tempo, senza tuttavia degenerare nella simbiosi vera e
propria. Bush non nasconde di essere credente e praticante (è un protestante metodista),
ma ha ben presente il fatto che la cosiddetta destra religiosa, per quanto sia
un enorme serbatoio di voti, può anche farne perdere altri. Perché la visione
assolutista del mondo di quelli che alcuni chiamano “fondamentalisti cristiani”
può spaventare i moderati, la fascia di indecisi che può sempre cambiare sponda
politica nel giorno delle elezioni.

Fino agli anni Settanta il peso della destra religiosa era relativo. Ma il Sessantotto,
la contestazione alla guerra del Vietnam e il movimento per i diritti civili dei
neri provocarono una forte reazione conservatrice di quella parte dell’America
– specie negli Stati meridionali – che con gli
hippie, gli attivisti radicali e i cittadini fino a quel momento considerati di serie
B aveva ben poco da spartire. Si creò, in poche parole, una base di scontento
che doveva essere espressa in qualche modo. E quel modo, per molte persone, fu
la riscoperta della fede cristiana, spesso in toni molto più fervidi e meno tolleranti.
Una solida alleanza tra alcuni importanti uomini d’affari, politici iperconservatori
e il nuovo fenomeno delle tv via cavo di predicatori ha dato soldi, idee e canali
di comunicazione a questo movimento, che da allora non ha mai smesso di crescere.
Oggi il giro d’affari dell’industria dei televangelisti è di 2,5 miliardi di dollari
all’anno, le associazioni come Focus on the Family e la Christian Coalition – che promuovono valori tradizionali come la vita e la famiglia – contano qualche
milione di iscritti, esistono decine di think tank che fanno attività di lobby sul Congresso e sanno come farsi ascoltare, perché
sono mossi da un fervore superiore alla media. Quando Clinton propose di aprire
l’esercito anche ai gay dichiarati, gli attivisti della destra cristiana inondarono
i loro rappresentanti di lettere di protesta.

Oggi l’85 per cento degli statunitensi sostiene di avere qualche credo religioso,
il 60 per cento crede che Dio giochi un ruolo importante nelle loro vite, il 39
per cento si definisce
born-again Christian, cioè cristiani che hanno riscoperto la fede. Soprattutto, un terzo degli elettori
registrati sono protestanti evangelici, appartenenti cioè alla fascia religiosa
più radicale. Molti di loro – per dire – sono i più strenui difensori di Israele,
anche perché credono che un secondo Avvento sia imminente e che avverrà proprio
nello Stato ebraico. Altri hanno interpretato la guerra all’Iraq come la realizzazione
della profezia biblica su Babilonia.
Bush è stato attento a dosare la sua religiosità in modo da non far combaciare
le sue posizioni con quelle degli evangelici. Ma la sua fede non è mai stata messa
in discussione. Il presidente è anche lui un born-again Christian, e i suoi primi quarant’anni di vita sono stati un insuccesso dopo l’altro.
Prima di riscoprire la religione, il futuro presidente era un figlio di papà semi-alcolizzato.
Durante la campagna elettorale del 2000, alla domanda su chi fosse il suo filosofo
preferito, Bush rispose: “Gesù, perché mi ha cambiato il cuore”. Una volta eletto
alla Casa Bianca, a un giornalista disse: “C’è un solo motivo per cui oggi sono
nello Studio Ovale e non in un bar del Texas. Ho trovato la fede. Ho trovato Dio.
Sono qui grazie al potere della preghiera”.

Non è un mistero che il presidente si inginocchi per pregare ogni mattina e che
ogni riunione di gabinetto comincia con una preghiera. Bush legge la Bibbia ogni
giorno, e per rendere più concreta la sua politica utilizza un linguaggio imbevuto
di riferimenti religiosi. Il bene e il male ricorrono spesso nelle parole del
43° presidente degli Stati Uniti. I Paesi fiancheggiatori del terrorismo sono
“l’asse del male” che un giorno verrà sconfitto, i portatori della libertà sono
i buoni che trionferanno.
Per quanto a volte la pensino in maniera diversa, Bush e la destra religiosa
sono come due animali che si sono annusati e hanno scoperto di piacersi. Sulle
scelte di fondo si intendono benissimo: Bush è un fautore dell’astinenza pre-matrimoniale,
si oppone all’aborto, è contro i matrimoni gay (a febbraio si è spinto fino a
proporre un emendamento costituzionale per stabilire che la famiglia sia formata
da un uomo e una donna), ha posto restrizioni alla ricerca sulle cellule staminali
e strizza l’occhio ai sostenitori più conservatori dell’
homeschooling, la maggior parte dei quali vuole istruire i propri figli a casa perché considerano
la scuola federale sempre più secolare. John Ashcroft, il potente segretario alla
Giustizia visto come un satrapo fondamentalista dall’America
liberal, è stato messo in quella potente posizione (che corrisponde al

ministro degli Interni in Europa) proprio perché è il beniamino della destra
religiosa, e da lì può influenzare molte scelte che riguardano la società e i
suoi valori.
Nonostante le loro somiglianze, i protestanti evangelici non votano tutti per
il partito repubblicano. Le statistiche dicono che lo fanno circa in due su tre,
quindi tra di loro c’è anche una sostanziosa quota di elettori che scelgono i
democratici. Il fervore che anima però i più credenti quando c’è da protestare
contro una decisione controversa si fa sentire anche quando si tratta di andare
alle urne. E’ un gruppo compatto, convinto che il piccolo contributo di tutti
possa avere un grande effetto. John Kerry e i simpatizzanti democratici se ne
rendono conto. E in previsione del 2 novembre hanno cercato di imitare la destra
cristiana almeno in una cosa: nel mobilitare la propria base per far votare più
gente possibile.