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“Proibito
spettegolare”. E’ questo il divieto imposto dal sindaco di Icononzo ai suoi
cittadini e che gli è valso articoli a tutta pagina su molti dei più importanti
media internazionali. Un provvedimento che a tanti è apparso bizzarro e curioso,
quindi degno di essere raccontato. Peccato che dietro a questo regolamento, che
impone multe fino a 1600 dollari e pene sino a 4 anni di carcere, si celi un
vero e proprio dramma. Da quando la Colombia è teatro di una sanguinosa guerra
civile, vale a dire da oltre 40 anni, la popolazione è sotto il tiro di un fuoco
incrociato: da una parte i guerriglieri marxisti, dall’altra i paramilitari di
destra, spalleggiati dai militari. Nel mezzo dunque i civili, la gente
comune, il cui sogno è vivere una vita normale, pura utopia in un Paese senza
pace. Così ogni azione, anche la più banale, si trasforma in un atto greve, carico
di conseguenze spesso incontrollabili.
Uno strano baratto. Il
coinvolgimento dei civili nella guerra e l’arresto di innocenti sono dunque
due delle conseguenze di una politica che sta dilagando ovunque in
Colombia. Non solo. Spesso, in cambio di informazioni, si offrono generi
alimentari, prodotti di vario genere, soldi,
tentazioni spesso irresistibili
per contadini poveri. Sono spesso i più piccoli, infatti, a
entrare in questo strano giro di soffiate. Bambini che, o perché
spaventati
dai modi certo non delicati dei personaggi in mimetica e anfibi, o
perché attirati
da doni e promesse, elencano nomi
ed episodi che da soli bastano a incastrare interi gruppi di persone.
Ma non solo. L'azione di ingaggiare spie e delatori è diventato ormai
un'istituzione. Promettendo di proteggerne l'identità, le forze
dell'ordine radunano ogni settimana informatori incappucciati che
depongono a sfavore di conoscenti presunti filo-guerriglieri, prendono
un bel gruzzolo di compenso e se ne vanno. E senza nemmeno l'obbligo di
tornare a deporre in futuro processo, ormai sempre più raro.
Fatti non parole. Questa è
la guerra. Alla quale si aggiungono gli oltre 150mila morti, che ogni
giorno aumentano. I fatti e le cifre, comunque, parlano da soli. Guardando solo
l’ultima
settimana, questo è quanto è successo: il 20
i ribelli colombiani hanno teso un’imboscata a un convoglio di polizia,
iniziando uno scontro a fuoco con le forse governative lungo il confine con
l’Ecuador. Morti 13 poliziotti. L’attacco è stato sferrato dai guerriglieri
delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) in risposta alle bombe
lanciate da aerei militari pochi giorni prima su un gruppo di guerriglieri che
stavano camminando nella selva, a sud del Paese, e che hanno ucciso 16
combattenti. Il 25, invece, un gruppo di uomini armati ha ucciso 6 consiglieri
comunali, il presidente del consiglio e 4 poliziotti. Secondo il dipartimento
di sicurezza amministrativa a sparare sarebbero state le Farc. E’ accaduto a
Puerto Rico, paese a 310 chilometri a sud di Bogotá. Per non parlare dei sette
indigeni Nukak Makú rimasti feriti per l’esplosione di alcune granate in un
campo di addestramento militare che sorge nel cuore della riserva indigena. O
per lo meno secondo la versione ufficiale. Per le associazioni vicine agli
indios, invece, si tratta di un campo minato non segnalato, che prima faceva
parte di un’area militare ora dimessa. La Colombia è, infatti, uno dei paesi a
più alta densità di mine al mondo, disseminate un po’ ovunque da entrambe le
parti in lotta. Stella Spinelli