03/02/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Istituzione rispettata, per 30 anni baluardo del regime di Hosni Mubarak, nella crisi egiziana i militari hanno un ruolo chiave, non ancora esplicitato

Cosa farà l'esercito? Se lo chiedono gli analisti, i giornalisti e anche i manifestanti, i quali temono che la gestione dell'ordine pubblico torni alla polizia. Che ruolo giocherà nel processo di transizione che si sta consumando in Egitto? All'inizio, è rimasto a guardare: non ha represso le manifestazioni né imposto il coprifuoco. Mercoledì 2 febbraio non interviene per difendere la folla dalle squadre organizzate pro-Mubarak. Il giorno dopo, però, sbarra il passo a queste ultime. Il che fa intuire che le Forze Armate stiano per entrare nella partita. Per capire come, forse può essere interessante guardare ai fatti egiziani con gli occhi del principale alleato de Il Cairo, gli Stati Uniti. Tornano utili i cablogrammi diffusi da Wikileaks, che non sono il libro della verità ma rivelano retroscena importanti dell'implosione del regime, che non ha colto di sorpresa - questo lo si può dire con certezza - né l'esercito né Washington, due dei principali key players. Alcuni cables permettono di fissare dei paletti per chiarire i contorni di una vicenda ancora in atto e piuttosto complicata.

Gli americani sanno che i piani di Mubarak, per una transizione all'insegna della continuità dinastica, non andranno in porto: Gamal non prenderà mai il posto di suo padre. E lo sanno sicuramente già nel 2007. Cablogramma 07CAIRO974, del 4 aprile, inoltrato dal consigliere d'Ambasciata per gli Affari economico-politici William R Stewart. Nel rapporto, il diplomatico dà conto al Dipartimento di Stato di una conversazione con una fonte - il nome è cancellato - definita molto importante, un ex ministro ben inserito nell'inner circle presidenziale. Mister X racconta delle manovre di Gamal e del suo seguito, della tremenda corruzione che tollerano e incentivano e della paura - sua e di molti - di vedere il rampollo prendere il posto del Faraone. Cosa accadrebbe all'Egitto? La fonte dice di non dormirci la notte. Due importanti personalità, però, vogliono sbarrare il passo al giovane: il ministro della Difesa Mohammed Hussein Tantawi e, soprattutto, l'onnipotente ex capo dell'Egis, l'intelligence militare, Omar Suleiman. Vale a dire, l'esercito. Il figlio di Mubarak teme che il padre muoia prima di averlo designato ufficialmente come suo erede e gli chiede di blindare la successione e, nel frattempo, di liberarsi di Tantawi e Suleiman. Per Washington, questa strada non è percorribile. Suleiman è l'interlocutore di riferimento degli Usa in tutte le questioni politico-strategiche più scottanti nell'area, elencate nel cablo 09CAIRO1349, in cui viene riportato l'esito di un suo colloquio con il comandante dell'esercito americano, il generale David Petraeus. I dossier su Iran, conflitto israelo-palestinese, Libano e Siria passano per le sue mani.

Il Faraone è malato e il tempo stringe. A Washington sanno di non poter contare sull'opposizione: troppo divisa e fiaccata dalla repressione. Anche Mohammed el Baradei non sembra in grado di coagulare un consenso di massa: buona parte del popolo non sa nemmeno chi sia. Curiosamente, è proprio il regime ad indicare quale sia il suo punto debole. Nel cablogramma 09CAIRO79 del 15 gennaio 2009, dedicato alla brutalità della polizia egiziana, l'ambasciatore Margaret Scobey spiega che il regime teme internet, " una minaccia rilevante". Nel 2007, la diffusione su Youtube di un video in cui dei poliziotti picchiavano e sodomizzavano l'autista di un autobus aveva innescato una forte reazione dell'opinione pubblica contro l'impunità della poliza. Il governo teme i social network e gli attivisti che se ne servono, come quelli di 6 Aprile. Gli Usa li conoscono da vicino. Hanno fatto in modo che uno di loro arrivasse negli Stati Uniti, per due settimane, ufficialmente per partecipare, con una falsa identità ad un Forum dei movimenti giovanili. L'evento dura dal 3 al 5 dicembre 2008. Il giovane torna in Egitto il 18 (e viene subito arrestato). In quel periodo riceve training su come evitare i controlli dei servizi egiziani, tecniche per aggirare la sorveglianza informatica e per sfuggire alle retate. I

l ragazzo incontra tre membri del Congresso, repubblicani, e poi alti funzionari ed esponenti di importanti think tank. Rivela ai suoi interlocutori l'esistenza di "piano per rovesciare il regime, troppo delicato per essere trascritto". approvato da quasi tutte le forze d'opposizione, dai Fratelli Musulmani al Wafd, passando per Kifaya. La trappola deve scattare prima delle elezioni del 2011, che finirebbero nell'ennesima farsa: l'obiettivo è avviare una transizione, con una presidenza indebolita e un Parlamento e un premier con poteri più forti. A metà gennaio, la protesta si accende a partire da un video diffuso su Youtube. Il resto è già storia. Resta da capire il ruolo dell'esercito: per comprenderlo si deve tornare al cablogramma 07CAIRO974, in cui il consigliere Stewart riporta la confidenza della sua fonte: la soluzione più sicura e indolore è una transizione soft grazie ad un coup d'etat dell'esercito, subito dopo l'uscita di scena di Mubarak. Stewart non nasconde la perplessità, "perché nessun altro dei nostri contatti ha mai menzionato un'ipotesi del genere". La soluzione parrebbe non dispiacere a Washington, sicuramente piace agli israeliani. A parziale conferma che l'esercito abbia iniziato a fare le sue mosse, arriva la rivelazione del Guardian, di mercoledì 2 febbraio, secondo la quale i vertici militari avrebbero fatto avere al Faraone un messaggio segreto: "Trent'anni fa ti amavamo, adesso non più ma non vogliamo che tu faccia la fine di Ceausescu". Come dire, passa la mano.

Alberto Tundo

 

 

 

 

Categoria: Diritti, Tortura, Politica, Armi, Media
Luogo: Egitto