24/08/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il deposito delle ferrovie occupato dai profughi africani a Roma è stato sgomberato
Hotel Africa“Sono arrivato oggi da Crotone. Ero andato li a fare il muratore. Cinque euro l’ora per sei giorni la settimana. L’orario non c’era, si lavorava per quanto era possibile Poi un blocco di mattoni mi è caduto sulla mano. Mi sono rotto un dito e ho perso il posto. Sono tornato a Roma e non ho trovato più la mia casa. Adesso non so dove andare”. L’uomo che parla è un eritreo.
 
All’alba del 18 agosto è cominciato lo sgombero di Hotel Africa, il complesso di vecchi depositi di proprietà delle Ferrovie dello Stato situato nell’area della stazione Tiburtina, in una zona quasi centrale della capitale. Da anni era diventato il rifugio per centinaia di profughi e immigrati africani. Sudanesi, eritrei, etiopi. Seimila metri quadrati, un grande loft con due piani di ballatoi, dove erano state ricavate tante piccole stanze.
 
Sull’operazione di sgombero il sindaco Walter Weltroni ha dichiarato: “Roma realizza un nuovo modello di accoglienza, per un grande numero di profughi e richiedenti asilo. Questi cittadini saranno ospitati ora in strutture accoglienti, vivranno in condizioni igienico-sanitarie adeguate, potranno vedere rispettati pienamente i propri diritti e la propria identità”.
 
Hotel Africa era un villaggio. Due blocchi, uno grande ed uno più piccolo, ospitavano dalle 400 alle 600 persone e forse più. In quello sgomberato, il grande, vivevano in prevalenza etiopi e eritrei. Al suo interno c’erano due ristoranti, un piccolo spazio per la preghiera, uno per la scuola di italiano e le riunioni, bar, barbiere e lavanderia. L’energia elettrica non c’era, ma si erano organizzati con piccoli gruppi elettrogeni. I servizi igienici erano precari, di inverno il luogo era freddo, d’estate caldo, ma la variegata comunità africana aveva cercato, oltre l’impossibile, di rendere abitabile quei vecchi capannoni di mattoni inutilizzati da anni. Alcune organizzazioni umanitarie fornivano sostegno ai suoi abitanti.
 
“Mi hanno mandato in un dormitorio. Adesso alle nove di mattina debbo andar via e posso tornare nel pomeriggio. Se rientro oltre le unidici di sera rimango fuori. Non capisco perché ci siano regole del genere e non mi trovo bene”. A parlare adesso è un etiope. E’ tornato all’Hotel Africa.
 
Non tutto il ‘rifugio’ è stato sgomberato. Il blocco piccolo, quello dei sudanesi, in prevalenza profughi del Darfur, è ancora vivo. Loro si sono rifiutati di accettare le proposte del Campidoglio e aspettano nuove offerte.
 
“Ero in Sicilia a raccogliere pomodori. Trenta euro al giorno, ma solo perché io riempivo le cassette piccole per i supermercati. Altrimenti sono quattro euro per cassone grande. Però i pomodori sono piccoli e per completarne uno va via tutta la giornata. Si lavora per tre, quattro giorni, poi si sta fermi, poi si lavora ancora. Alla fine quello che guadagno lo spendo per mangiare e dormire e non mi rimane nulla. Sono rientrato stanotte e ho trovato tutto sbarrato Adesso non ho più casa e nessuno sa dirmi cosa fare”. E' un altro eritreo a raccontare, con lui tre suoi connazionali, tutti nelle stesse condizioni.
 
“Ci hanno avvertito dello sgombero con meno di dodici ore di anticipo, nella serata del diciassette. Abbiamo lavorato tutta la notte per aiutarli a fare i pacchi, preparare le valigie, raccogliere le loro cose. Avevamo compilato delle liste, ma molti che non erano presenti ne sono rimasti esclusi e adesso sono disorientati”, dice un giovane volontario.
 
Ricostruire la mappa dei nuovi alloggi è tato difficilissimo. Quasi impossibile valutare gli standard di qualità dell’accoglienza. Alcune situazioni parrebbero essere accattabili, mentre altre sono decisamente critiche.
 
Un altro volontario racconta: “Quindici persone sono state accompagnate in un ostello nei pressi dell’aeroporto di Ciampino. Però li hanno dimenticati lì e per tre giorni non sapevano neppure dove fossero. Non avevano niente da mangiare. Altri sono finiti in un garage, dove un tubo di scarico della fogna rotto rende impossibile respirare. Altri sono alloggiati in una struttura in grado di accettare 70 persone, ma sono in 110. Ci sono anche soluzioni positive, in particolare i nuclei familiari sono rientrati nel Piano nazionale asilo e dovrebbero aver ricevuto alloggi fuori Roma”.
 
L’amministrazione capitolina ha comunicato con enfasi il successo dell’operazione, ma in un comunicato diffuso dai volontari e dagli abitanti di Hotel Africa si legge: “Siamo tutti più poveri. Noi italiani non abbiamo dove incontrare e parlare coi nostri amici e con gli amici dei nostri amici, non abbiamo più un luogo affettivo, amicale, lavorativo dove stare insieme a loro. Loro non hanno più le stanze dove dormire, ma soprattutto non hanno più le chiavi di un posto dove tornare e lasciare le proprie cose. Non hanno più dove mangiare, dove riposare, dove avere le informazioni. Non hanno più la possibilità di arrangiarsi con qualche lavoretto”.
 
Il contraddittorio tessuto sociale che si era costruito con fatica nei grandi capannoni del tiburtino si è rotto. Il trasferimento non ha tenuto conto della cultura dei profughi, delle loro esperienze personali. Nulla è stato previsto per consentire ai profughi di uscire dalla precarietà, favorendo misure per proteggerli dallo sfruttamento o, peggio, da un disagio che potrebbe avvicinare alcuni di loro ad organizzazioni criminali. Una singolare confusione impedisce di associare l'accoglienza all'integrazione. L'inserimento nella società italiana di persone con alle spalle storie di persecuzioni politiche, guerre e miseria non sembra trovare risposte.
 
Nel ‘villaggio’ del tiburtino esisteva un margine, pur minimo, di controllo collettivo. la comunità produceva una economia interna e forme di sussistenza. I ristoranti, i bar, le attività di socializzazione erano segnali di una situazione in continuo movimento.
 
Nel comunicato si legge ancora: “La spontaneità, i desideri, i bisogni, la realtà di vita, l’amicizia, la cultura di provenienza, la comunità avevano creato un villaggio autonomo dove ognuno ha potuto realizzare qualcosa per se stesso. L’intervento programmato dal comune e la chiusura di questo spazio e il trasferimento in centri di accoglienza hanno cancellato la possibilità che tutto questo continuasse a esistere”.
 
L’operazione di sgomberò consente il recupero di un’area utile per la realizzazione della nuova stazione Tiburtina. Il capannone, secondo quanto dichiarato da Ferrovie e Campidoglio, è destinato a diventare uno spazio museale inserito in un parco pubblico di 8 ettari e permetterà di dare il via all’interramento di un tratto della tangenziale est.
 
Lunedì 23 agosto un nutrito gruppo di abitanti di Hotel Africa ha manifestato in Campidoglio. Il Comitato dei profughi e i volontari sono stati ricevuti in comune. Fino alle nove di sera una lunga riunione ha cercato di trovare soluzioni ai problemi seguiti allo sgombero.
 
“Dovremmo allestire degli sportelli di consulenza distribuiti in città – dice una volontaria – rivedere le condizioni generali di ospitalità e abbiamo ottenuto la possibilità di entrare nei centri dove al momento sono stati indirizzati i profughi per controllare le condizioni in cui vivono”. La situazione rimane sospesa. Un secondo incontro tra sudanesi e comune dovrebbe tenersi nei prossimi giorni.
 
Molti i dubbi. Rimane poco chiara la quantificazione delle spese generali dello sgombero. Alcune fonti parlano di oltre un milione e trecentomila euro. Al momento non si è in grado però di capire quanti siano gli ex abitanti dell'Hotel Africa che hanno trovato un letto. Il periodo della raccolta dei pomodori ha portato molti dei profughi fuori Roma. Al loro ritorno avranno un alloggio?
 
Neppure si comprende perché, invece di fornire di cucine le strutture prescelte, si preferisca ricorrere a servizi di catering, più costosi e non in grado di fornire un'alimentazione coerente con le tradizioni alimentari africane. Hotel Africa ai suoi ospiti offriva pasti completi a un euro o poco più. Tutto fai da te. Oggi per chi ha avuto alloggio arriva il cestino, quando arriva.
 
Il problema di Hotel Africa si inserisce nel quadro drammatico dell'accoglienza. Nella capitale sono migliaia i senza tetto arrivati da ogni parte del mondo. In assenza di una politica coordinata tra amministrazione centrale e enti locali c'è solo da sperare in un miracolo. Per evitare ancor più gravi fenomeni di disagio sociale.
 
Roberto Bàrbera
 
Categoria: Profughi, Migranti
Luogo: Italia