Il deposito delle ferrovie occupato dai profughi africani a Roma è stato sgomberato
“Sono arrivato oggi da Crotone. Ero
andato li a fare il muratore. Cinque euro l’ora per sei giorni la
settimana. L’orario non c’era, si lavorava per quanto era possibile Poi
un blocco di mattoni mi è caduto sulla mano. Mi sono rotto un dito e ho
perso il posto. Sono tornato a Roma e non ho trovato più la mia casa.
Adesso non so dove andare”. L’uomo che parla è un eritreo.
All’alba del 18 agosto è cominciato lo sgombero di
Hotel Africa, il complesso di vecchi depositi di proprietà delle
Ferrovie dello Stato situato nell’area della stazione Tiburtina, in una
zona quasi centrale della capitale. Da anni era diventato il rifugio
per centinaia di profughi e immigrati africani. Sudanesi, eritrei,
etiopi. Seimila metri quadrati, un grande loft con due piani di
ballatoi, dove erano state ricavate tante piccole stanze.
Sull’operazione di sgombero il sindaco Walter Weltroni
ha dichiarato: “Roma realizza un nuovo modello di accoglienza, per un
grande numero di profughi e richiedenti asilo. Questi cittadini saranno
ospitati ora in strutture accoglienti, vivranno in condizioni
igienico-sanitarie adeguate, potranno vedere rispettati pienamente i
propri diritti e la propria identità”.
Hotel Africa era un villaggio. Due blocchi, uno grande ed
uno più piccolo, ospitavano dalle 400 alle 600 persone e forse più. In
quello sgomberato, il grande, vivevano in prevalenza etiopi e eritrei.
Al suo interno c’erano due ristoranti, un piccolo spazio per la
preghiera, uno per la scuola di italiano e le riunioni, bar, barbiere e
lavanderia. L’energia elettrica non c’era, ma si erano organizzati con
piccoli gruppi elettrogeni. I servizi igienici erano precari, di
inverno il luogo era freddo, d’estate caldo, ma la variegata comunità
africana aveva cercato, oltre l’impossibile, di rendere abitabile quei
vecchi capannoni di mattoni inutilizzati da anni. Alcune organizzazioni
umanitarie fornivano sostegno ai suoi abitanti.
“Mi hanno mandato in un dormitorio. Adesso alle
nove di mattina debbo andar via e posso tornare nel pomeriggio. Se
rientro oltre le unidici di sera rimango fuori. Non capisco perché ci
siano regole del genere e non mi trovo bene”. A parlare adesso
è un etiope. E’ tornato all’Hotel Africa.
Non tutto il ‘rifugio’ è stato sgomberato. Il blocco
piccolo, quello dei sudanesi, in prevalenza profughi del Darfur, è
ancora vivo. Loro si sono rifiutati di accettare le proposte del
Campidoglio e aspettano nuove offerte.
“Ero
in Sicilia a raccogliere pomodori. Trenta euro al giorno, ma solo
perché io riempivo le cassette piccole per i supermercati. Altrimenti
sono quattro euro per cassone grande. Però i pomodori sono piccoli e
per completarne uno va via tutta la giornata. Si lavora per tre,
quattro giorni, poi si sta fermi, poi si lavora ancora. Alla fine
quello che guadagno lo spendo per mangiare e dormire e non mi rimane
nulla. Sono rientrato stanotte e ho trovato tutto sbarrato Adesso non
ho più casa e nessuno sa dirmi cosa fare”. E' un altro eritreo
a raccontare, con lui tre suoi connazionali, tutti nelle stesse
condizioni.
“Ci hanno avvertito dello
sgombero con meno di dodici ore di anticipo, nella
serata del diciassette. Abbiamo lavorato tutta la notte per aiutarli a
fare i pacchi, preparare le valigie, raccogliere le loro cose.
Avevamo compilato delle liste, ma molti che non erano presenti
ne sono rimasti esclusi e adesso sono disorientati”, dice un giovane
volontario.
Ricostruire la mappa dei nuovi
alloggi è tato difficilissimo. Quasi
impossibile valutare gli standard di qualità dell’accoglienza.
Alcune situazioni parrebbero essere accattabili, mentre altre sono
decisamente critiche.
Un altro volontario
racconta: “Quindici persone sono state accompagnate in un ostello nei
pressi dell’aeroporto di Ciampino. Però li hanno dimenticati lì e per
tre giorni non sapevano neppure dove fossero. Non avevano niente da
mangiare. Altri sono finiti in un garage, dove un tubo di scarico della
fogna rotto rende impossibile respirare. Altri sono alloggiati
in una struttura in grado di accettare 70 persone, ma sono in 110. Ci
sono anche soluzioni positive, in particolare i nuclei familiari sono
rientrati nel Piano nazionale asilo e dovrebbero aver ricevuto alloggi
fuori Roma”.
L’amministrazione capitolina ha
comunicato con enfasi il successo dell’operazione, ma in un comunicato
diffuso dai volontari e dagli abitanti di Hotel Africa si legge: “Siamo
tutti più poveri. Noi italiani non abbiamo dove incontrare e parlare
coi nostri amici e con gli amici dei nostri amici, non abbiamo più un
luogo affettivo, amicale, lavorativo dove stare insieme a loro. Loro
non hanno più le stanze dove dormire, ma soprattutto non hanno più le
chiavi di un posto dove tornare e lasciare le proprie cose. Non hanno
più dove mangiare, dove riposare, dove avere le informazioni. Non hanno
più la possibilità di arrangiarsi con qualche lavoretto”.
Il contraddittorio tessuto sociale che si era
costruito con fatica nei grandi capannoni del tiburtino si è rotto. Il
trasferimento non ha tenuto conto della cultura dei profughi, delle
loro esperienze personali. Nulla è stato previsto per consentire ai
profughi di uscire dalla precarietà, favorendo misure per proteggerli
dallo sfruttamento o, peggio, da un disagio che potrebbe avvicinare
alcuni di loro ad organizzazioni criminali. Una singolare confusione
impedisce di associare l'accoglienza all'integrazione.
L'inserimento nella società italiana di persone con alle spalle storie
di persecuzioni politiche, guerre e miseria non sembra trovare
risposte.
Nel ‘villaggio’ del tiburtino
esisteva un margine, pur minimo, di controllo collettivo. la comunità
produceva una economia interna e forme di sussistenza. I ristoranti, i
bar, le attività di socializzazione erano segnali di una situazione in
continuo movimento.
Nel comunicato si legge
ancora: “La spontaneità, i desideri, i bisogni, la realtà di vita,
l’amicizia, la cultura di provenienza, la comunità avevano creato un
villaggio autonomo dove ognuno ha potuto realizzare qualcosa per se
stesso. L’intervento programmato dal comune e la chiusura di questo
spazio e il trasferimento in centri di accoglienza hanno cancellato la
possibilità che tutto questo continuasse a esistere”.
L’operazione di sgomberò consente il recupero di un’area
utile per la realizzazione della nuova stazione Tiburtina. Il
capannone, secondo quanto dichiarato da Ferrovie e Campidoglio, è
destinato a diventare uno spazio museale inserito in un parco pubblico
di 8 ettari e permetterà di dare il via all’interramento di un tratto
della tangenziale est.
Lunedì 23 agosto un
nutrito gruppo di abitanti di Hotel Africa ha manifestato in
Campidoglio. Il Comitato dei profughi e i volontari sono stati ricevuti
in comune. Fino alle nove di sera una lunga riunione ha cercato di
trovare soluzioni ai problemi seguiti allo sgombero.
“Dovremmo allestire degli sportelli di consulenza
distribuiti in città – dice una volontaria – rivedere le condizioni
generali di ospitalità e abbiamo ottenuto la possibilità di entrare nei
centri dove al momento sono stati indirizzati i
profughi per controllare le condizioni in cui vivono”. La situazione
rimane sospesa. Un secondo incontro tra sudanesi e comune dovrebbe
tenersi nei prossimi giorni.
Molti i dubbi.
Rimane poco chiara la quantificazione delle spese generali
dello sgombero. Alcune fonti parlano di oltre un milione e trecentomila
euro. Al momento non si è in grado però di capire quanti siano gli ex
abitanti dell'Hotel Africa che hanno trovato un letto. Il periodo della
raccolta dei pomodori ha portato molti dei profughi fuori Roma. Al loro
ritorno avranno un alloggio?
Neppure si
comprende perché, invece di fornire di cucine le strutture prescelte,
si preferisca ricorrere a servizi di catering, più costosi e non in
grado di fornire un'alimentazione coerente con le
tradizioni alimentari africane. Hotel Africa ai suoi ospiti offriva
pasti completi a un euro o poco più. Tutto fai da te. Oggi per chi ha
avuto alloggio arriva il cestino, quando arriva.
Il problema di Hotel Africa si inserisce nel quadro
drammatico dell'accoglienza. Nella capitale sono migliaia i senza tetto
arrivati da ogni parte del mondo. In assenza di una politica coordinata
tra amministrazione centrale e enti locali c'è solo da sperare in un
miracolo. Per evitare ancor più gravi fenomeni di
disagio sociale.