11/08/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Sfruttamento delle risorse naturali e speculazioni edilizie
scritto per noi da
Veronica Fallini
 
Campo di golfDa oggi c’è una ragione in più per non giocare a golf. Oltre a essere uno degli sport più costosi, infatti, risulta essere anche tra i più deleteri all'ambiente. Lo spiega un rapporto del Word wide fund for nature, che prende in esame i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, gli ultimi in ordine di tempo a essere invasi dalla moda del green. Dall'Inghilterra e dagli altri Paesi di cultura anglosassone la passione per il gioco delle diciotto buche si sta diffondendo anche in Italia, Spagna e Africa, con la differenza che sui prati scozzesi piove in media una volta ogni due giorni, mentre nelle zone a clima mediterraneo l’erba va irrigata artificialmente.
 
Secondo uno studio dell’Università di Bologna, un campo da golf di 60 ettari consuma in media 2000 metri cubi d’acqua al giorno, pari al fabbisogno di una città di 8-9 mila abitanti. Senza contare il massiccio impiego di pesticidi chimici (una tonnellata e mezzo all’anno, come riporta il settimanale britannico New Scientist) per il mantenimento del tipico tappeto verde. Facciamo un esempio. Il Golf club Le Robinie di Solbiate Olona (Varese) vanta uno degli impianti di irrigazione tra i più efficienti:175 chilometri di cavo elettrico e cinque elettropompe che arrivano a convogliare fino a 5mila litri di acqua al minuto. Per un consumo giornaliero di 2.200 metri cubi d’acqua.
 
Questi dati risultano particolarmente allarmanti se pensiamo che nell’ultimo periodo, da una ricerca commissionata dall’Unione europea, più di metà delle zone paludose di Francia, Grecia e Italia sono scomparse e che nonostante questo solo in Spagna è prevista la costruzione di 89 nuovi campi da golf con un progressivo impoverimento del bacino idrico.
 
Il caso più eclatante è l'Africa dove i campi da golf nascono all'interno di strutture turistiche esclusive, appannaggio dei soli paganti. Si tratta di vere e proprie enclave in mezzo al deserto e alla miseria, dove tutto, servizi sportivi compresi, è costruito su misura e comporta un altissimo costo di gestione. Proprio in questi giorni dal Kenya, un Paese che da anni punta sul turismo straniero come risorsa, arriva l’allarme per la crisi idrica. I raccolti sono andati perduti per la mancanza d’acqua e quasi due milioni di persone non hanno di che sfamarsi. La gente, soprattutto quella dei villaggi più interni, è costretta a fare anche 50 chilometri al giorno per trovare un pozzo funzionante, eppure i progetti per la costruzione dei campi da golf non vengono modificati.
 
Di fatto sembra assurdo che in Paesi attanagliati dalla desertificazione e da continue crisi umanitarie dovute alle carestie, l'acqua venga estratta dal sottosuolo per rendere impeccabile l'erba del green o alimentare le piscine. Il rapporto dell’Ue sottolinea inoltre che proprio le coste africane rischiano di veder esaurite le proprie scorte idriche nel giro di 50 anni, se, come si stima, i flussi turistici raddoppieranno nei prossimi 20 anni. Contro tutte queste eventualità è nato nel 1993 l’Anti golf movement (Agm), un’associazione internazionale che ormai raccoglie adesioni anche al di fuori della cerchia dei soli addetti ai lavori.
 
Il fenomeno colpisce anche l'Italia. Il campo di Is Arenas, in provincia di Oristano, è stato il primo a essere segnalato dalla Commissione europea perché fuori dalle norme di rispetto ambientale, e il caso è valso una denuncia formale da parte dell’organismo internazionale nei confronti del nostro Paese. Il problema più grave è che solo in pochissime zone esiste l’obbligatorietà di sottoporre i progetti sportivi ad una valutazione di impatto ambientale, per tutto il resto sembra prevalere l’interesse economico.
 
In molti casi poi il tipico gioco britannico è stato usato per ammantare di ecologismo progetti che di verde hanno ben poco, in poche parole per aprire alla speculazione edilizia. Il bussnes si svolge per lo più così: gli imprenditori promettono alle amministrazioni locali un vasto prato curato con strutture di reception e manutenzione attorno. Una volta ottenuta la licenza urbanistica il tutto si trasforma in un insediamento con palestra, campo da tennis, centro commerciale e villette ‘di prestigio’.
 
L’uso di questo escamotage non è nuovo. Ecco cosa scriveva la testata economica Investire nell’ottobre del 1992: ‘Quando parlano del settore golfistico-immobiliare, gli addetti ai lavori lo chiamano ‘mattone verde’. L’interesse verso questo settore di mercato è cresciuto anche perché la casa sul green si è rivelata un eccellente investimento’. E Capital parla in termini entusiastici del 18% di rivalutazione su questo tipo di immobili. I prezzi di vendita poi, già una decina di anni fa, non lasciavano dubbi: nel complesso di Tolcinasco che la Edilnord di Berlusconi ha realizzato nel ’93 a Pieve Emanuele, in provincia di Milano, un metro quadro di ‘prestigiosa residenza’ veniva a costare dieci milioni di vecchie lire. Settantacinque milioni invece, la quota di iscrizione al club golfistico.
 
Dietro a questi problemi c’è quasi sempre una cattiva gestione delle risorse idriche. Oggi in Italia esistono società che si avvalgono delle tecnologie più moderne e che nel giro di 24-48 ore sono in grado di scavare pozzi di 2-300 metri completi di pompe che risucchiano fino a centinaia di litri al secondo. Se l’acqua finisce si va ancora più a fondo, fino a 6-700 metri. In questo modo le acque sotterranee, che coprono per l’85% il fabbisogno del nostro Paese, rischiano un danno irreparabile.
 
Questo uso indiscriminato del bene-acqua ha portato ad un costante abbassamento delle falde. Dagli anni ‘70 ad oggi la falda del bacino dell’Alto Adriatico, ad esempio, è calata di 10 metri, spostando la linea delle risorgive, dove l’acqua affiorava naturalmente, molto più a sud. Nelle fascia costiera i continui prelievi hanno aperto uno sbocco alle infiltrazioni marine, con la conseguente salinizzazione delle falde; fenomeno che in Puglia, Calabria e Sardegna sta raggiungendo dimensioni preoccupanti.
 
Banco di prova per l’Italia e per tutti i Paesi che rientrano nel patto europeo sarà la data del 2015, quando entrerà in vigore la nuova normativa comunitaria sull’uso sostenibile delle risorse idriche. In quel momento il bilancio sui criteri delle amministrazioni nell’uso di uno dei beni naturali più preziosi non sarà più rimandabile.
 

Categoria: Ambiente