scritto per noi da
Veronica Fallini
Da oggi c’è una ragione in più per non giocare a
golf. Oltre a essere uno degli sport più costosi, infatti, risulta
essere anche tra i più deleteri all'ambiente. Lo spiega un rapporto del
Word wide fund for nature, che prende in esame i Paesi che si
affacciano sul Mediterraneo, gli ultimi in ordine di tempo a essere
invasi dalla moda del green. Dall'Inghilterra e dagli altri
Paesi di cultura anglosassone la passione per il gioco delle diciotto
buche si sta diffondendo anche in Italia, Spagna e Africa, con la
differenza che sui prati scozzesi piove in media una volta ogni due
giorni, mentre nelle zone a clima mediterraneo l’erba va irrigata
artificialmente.
Secondo uno studio
dell’Università di Bologna, un campo da golf di 60 ettari consuma in
media 2000 metri cubi d’acqua al giorno, pari al fabbisogno di una
città di 8-9 mila abitanti. Senza contare il massiccio impiego di
pesticidi chimici (una tonnellata e mezzo all’anno, come riporta il
settimanale britannico New Scientist) per il mantenimento del tipico
tappeto verde. Facciamo un esempio. Il Golf club Le Robinie di Solbiate
Olona (Varese) vanta uno degli impianti di irrigazione tra i più
efficienti:175 chilometri di cavo elettrico e cinque elettropompe che
arrivano a convogliare fino a 5mila litri di acqua al minuto. Per un
consumo giornaliero di 2.200 metri cubi d’acqua.
Questi dati risultano particolarmente allarmanti se pensiamo
che nell’ultimo periodo, da una ricerca commissionata dall’Unione
europea, più di metà delle zone paludose di Francia, Grecia e Italia
sono scomparse e che nonostante questo solo in Spagna è prevista la
costruzione di 89 nuovi campi da golf con un progressivo impoverimento
del bacino idrico.
Il caso più eclatante è l'Africa dove i campi da golf
nascono all'interno di strutture turistiche esclusive, appannaggio dei
soli paganti. Si tratta di vere e proprie enclave in mezzo al deserto e
alla miseria, dove tutto, servizi sportivi compresi, è costruito su
misura e comporta un altissimo costo di gestione. Proprio in
questi giorni dal Kenya, un Paese che da anni punta sul turismo
straniero come risorsa, arriva l’allarme per la crisi idrica. I
raccolti sono andati perduti per la mancanza d’acqua e quasi due
milioni di persone non hanno di che sfamarsi. La gente, soprattutto
quella dei villaggi più interni, è costretta a fare anche 50 chilometri
al giorno per trovare un pozzo funzionante, eppure i progetti per la
costruzione dei campi da golf non vengono modificati.
Di fatto sembra assurdo che in Paesi attanagliati dalla
desertificazione e da continue crisi umanitarie dovute alle carestie,
l'acqua venga estratta dal sottosuolo per rendere impeccabile l'erba
del green o alimentare le piscine. Il rapporto dell’Ue sottolinea
inoltre che proprio le coste africane rischiano di veder esaurite le
proprie scorte idriche nel giro di 50 anni, se, come si stima, i flussi
turistici raddoppieranno nei prossimi 20 anni. Contro tutte queste
eventualità è nato nel 1993 l’Anti golf movement (Agm), un’associazione
internazionale che ormai raccoglie adesioni anche al di fuori della
cerchia dei soli addetti ai lavori.
Il
fenomeno colpisce anche l'Italia. Il campo di Is Arenas, in provincia
di Oristano, è stato il primo a essere segnalato dalla Commissione
europea perché fuori dalle norme di rispetto ambientale, e il caso è
valso una denuncia formale da parte dell’organismo internazionale nei
confronti del nostro Paese. Il problema più grave è che solo
in pochissime zone esiste l’obbligatorietà di sottoporre i progetti
sportivi ad una valutazione di impatto ambientale, per tutto il resto
sembra prevalere l’interesse economico.
In
molti casi poi il tipico gioco britannico è stato usato per ammantare
di ecologismo progetti che di verde hanno ben poco, in poche parole per
aprire alla speculazione edilizia. Il bussnes si svolge per lo più
così: gli imprenditori promettono alle amministrazioni locali un vasto
prato curato con strutture di reception e manutenzione attorno. Una
volta ottenuta la licenza urbanistica il tutto si trasforma in un
insediamento con palestra, campo da tennis, centro commerciale e
villette ‘di prestigio’.
L’uso di questo escamotage non è nuovo. Ecco cosa scriveva
la testata economica Investire nell’ottobre del 1992: ‘Quando parlano
del settore golfistico-immobiliare, gli addetti ai lavori lo chiamano
‘mattone verde’. L’interesse verso questo settore di mercato è
cresciuto anche perché la casa sul green si è rivelata un eccellente
investimento’. E Capital parla in termini entusiastici del
18% di rivalutazione su questo tipo di immobili. I prezzi di vendita
poi, già una decina di anni fa, non lasciavano dubbi: nel complesso di
Tolcinasco che la Edilnord di Berlusconi ha realizzato nel ’93 a Pieve
Emanuele, in provincia di Milano, un metro quadro di ‘prestigiosa
residenza’ veniva a costare dieci milioni di vecchie lire.
Settantacinque milioni invece, la quota di iscrizione al club
golfistico.
Dietro a questi problemi c’è
quasi sempre una cattiva gestione delle risorse idriche. Oggi in Italia
esistono società che si avvalgono delle tecnologie più moderne e che
nel giro di 24-48 ore sono in grado di scavare pozzi di 2-300 metri
completi di pompe che risucchiano fino a centinaia di litri al secondo.
Se l’acqua finisce si va ancora più a fondo, fino a 6-700 metri. In
questo modo le acque sotterranee, che coprono per l’85% il fabbisogno
del nostro Paese, rischiano un danno irreparabile.
Questo uso indiscriminato del bene-acqua ha portato ad un
costante abbassamento delle falde. Dagli anni ‘70 ad oggi la falda del
bacino dell’Alto Adriatico, ad esempio, è calata di 10 metri, spostando
la linea delle risorgive, dove l’acqua affiorava naturalmente, molto
più a sud. Nelle fascia costiera i continui prelievi hanno aperto uno
sbocco alle infiltrazioni marine, con la conseguente salinizzazione
delle falde; fenomeno che in Puglia, Calabria e Sardegna sta
raggiungendo dimensioni preoccupanti.
Banco
di prova per l’Italia e per tutti i Paesi che rientrano nel patto
europeo sarà la data del 2015, quando entrerà in vigore la nuova
normativa comunitaria sull’uso sostenibile delle risorse idriche. In
quel momento il bilancio sui criteri delle amministrazioni nell’uso di
uno dei beni naturali più preziosi non sarà più rimandabile.