14/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



L'avventura di un giovane diplomatico italiano per salvare decine e decine di perseguitati
Enrico CalamaiNell'Argentina di Videla centinaia di migliaia di persone scomparivano, rapite e uccise dalla giunta militare. L'avventura di un giovane diplomatico italiano e la sua battaglia per salvare decine e decine di
 
“Ho capito che tutto era successo per davvero nel 2000, dopo ventiquattro anni. Il silenzio, le omissioni, le negazione della realtà, le conseguenze personali subite per le mie scelte avevano finito col distrarre la mia attenzione, la memoria, l’esperienza drammatica di quei lunghi mesi a Buenos Aires”. Enrico Calamai è un signore elegante e discreto, con una corta barba grigia e due occhi vivaci e pacifici. Era un giovane diplomatico al consolato italiano in Argentina, quando nel marzo del 1976 i militari presero il potere.
 
“Qualche giorno prima – continua Calamai - fummo convocati dall’ambasciatore e avvertiti che di lì a poco ci sarebbe stato un golpe. L’esperienza cilena non era lontana e il ricordo della nostra sede diplomatica a Santiago, affollata di persone che cercavano di sfuggire ai rastrellamenti, alle esecuzioni sommarie, era ancora forte. I militari argentini avevano avvertito che non avrebbero rispettato l’extra territorialità e l’indicazione del capo della nostra delegazione fu quella di non offrire asilo ad eventuali rifugiati. Ero giovane, avevo trent’anni e non ero affatto d'accordo”.
 
La mattina del 24 marzo Videla assunse il potere e il Paese sudamericano sprofondò in un tunnel di terrore cupo e misterioso. A differenza di Pinochet, i generali argentini non scelsero la via della repressione visibile.
 
Piazza Madonna dei Monti è a poche centinaia di metri dal Colosseo. Rare le automobili, case antiche in strette viuzze nelle quali passeggiarono, fra gli anni Venti e Trenta, i ragazzi di via Panisperna. Al civico ottantanove di quella strada c’era il laboratorio del gruppo di geni che fondò la fisica moderna: Enrico Fermi, Franco Rasetti, Emilio Segrè, Edoardo Amaldi, Ettore Majorana. Calamai abita in quest'angolo di Roma quando arriva nella capitale italiana dalla sua Spoleto, nella quale si è rifugiato per coltivare il mestiere di adesso, scrivere.
 
Seduto in un bar dai tavolini tondi, di metallo, vecchi e opachi, continua con voce bassa e serena a raccontare: “Tutto era normale la mattina del colpo d stato. La gente camminava per le strade, non c’erano posti di blocco, carri armati, segni visibili dello stato d’emegenza. Dopo il Vietnam e il Cile si era compresa la pericolosità dei giornalisti e così era stata scelta una strada soft e intelligente. Le televisioni che mostravano lo stadio pieno di prigionieri o il presidente Salvador Allende che presidiava la Casa Rosada col suo mitra erano pessima immagine. Non stermini e uccisioni alla luce del sole, ma un segreto lavoro di eliminazione degli avversari, così da non produrre clamore. Nessuno avrebbe dovuto sapere, nessuno avrebbe potuto capire. Cominciava l’epoca dei desaparecidos, una moltitudine di uomini e donne inghiottiti in silenzio dalla giunta, fatti sparire, seppelliti in fosse comuni o buttati giù nell’oceano da aerei dell’aeronautica militare”.
 
Fin qui la storia, più o meno nota, della lunga notte argentina. Mentre beve il suo caffè quest’uomo tranquillo e generoso non lascia immaginare all'interlocutore d’essere stato il protagonista della salvezza di decine e decine di persone, per un intero anno dopo il golpe.
 
Il diplomatico va avanti: “Le voci circolavano a Buenos Aires. La gente spariva, gli oppositori avevano paura. Cosa potevo fare? L’ambasciata era sorda, impassibile di fronte ai crimini. Io ero al consolato, defilato, in un altro edificio, con altre mansioni. Tra queste quelle di rilasciare passaporti italiani. Cominciai a concederli a chi era in pericolo. Era l’unico sistema che consentiva la fuga dal Paese. Facevamo tutto utilizzando i pochi spazi operativi che ci lasciava il Ministero”.
 
Per Buenos Aires, chi correva rischi, girava col numero di telefono del giovane diplomatico italiano in tasca. Sapevano che da lui avrebbero avuto la chance per salvarsi.
 
La vicenda di Calamai è infinita: “Erano dignitosi e preoccupati quando arrivavano. Figli di emigrati italiani, ma non solo. Nel processo, che nel 2000 la giustizia italiana ha istruito contro i militari responsabili di aver ucciso nostri connazionali durante la dittatura, il giudice mi chiese se avessi dato i documenti per l’espatrio anche a stranieri. Decisi di dire la verità. Si avevo rilasciato passaporti anche a chi non aveva origini italiane. Si trattava della loro sopravvivenza”.
 
Passano persone per la piccola piazzetta e molti lo salutano. Un vecchio barbone si avvicina e quest’uomo, oggi in pensione, e lui è veloce nel prendere qualche monetina per regalargliela.
 
Continua a cercare tra i ricordi: “Dopo un anno di questo lavoro, fatto con due amici in modo un po’ carbonaro , mi hanno richiamato a Roma, al Ministero degli Esteri. L’avventura era finita. Qualche volta a Buenos Aires ho avuto paura che un incidente stradale potesse uccidermi. I militari sapevano e io non ero certo ben visto. Il muro omertà sui desaparecidos è stato invalicabile e sono arrivato a pensare che tutto quello che avevo fatto, che era successo, che avevo visto fosse il risultato di una mia allucinazione. Per troppo tempo, anche dopo la caduta del regime di Videla, si è negato. Sono rimasto cinque anni in un ufficio. Poi avrei potuto avere una sede europea, ma ero considerato un sovversivo e mi hanno mandato in Nepal. Però mi è piaciuto stare lì, imparare e vivere in posto tanto diverso e interessante”.
 
Immaginare quale sia il rapporto tra persone che hanno attraversato esperienze così intense è difficile. Si potrebbe pensare alla riconoscenza, ad amicizie profonde. Cosa lega un esule a chi gli ha salvato la vita?
 
Il diplomatico dice: “E’ stato tutto troppo duro. Per loro, per me. Non ci siamo mai visti, frequentati. Quell'esperienza, il terrore, l'angoscia di sapere che da un momento all'altro si poteva sparire e morire non si supera con facilità. Adesso, dopo molti anni e con cautela, comincio a incontrare qualcuno di loro. Eppure ho ancora un desiderio. La giustizia ha condannato i militari colpevoli di aver assassinato italiani, ma il nostro Paese non ha ancora avuto il coraggio di riconoscere d’aver avuto un comportamento sbagliato durante la dittatura di Videla. Sarebbe ora di farlo. Sarebbe ora di criticare le scelte della diplomazia e del governo di allora. Sarebbe giusto ammettere il disinteresse, se non la connivenza con i golpisti. Un esempio. Fummo informati che sarebbe arrivata una donna con tre figli piccoli. Voleva rifugiarsi in ambasciata. Qualcuno dei nostri chiamò i soldati. Uno dei miei due amici d’avventura lo scopri e fu costretto a minacciare il funzionario. Se non l’avesse tirata fuori dai guai avrebbe pubblicato sul suo giornale tutta la vicenda. L’altro ebbe paura e la signora si salvò. Oggi vorrei che tutto questo portasse a un’autocritica sincera. Vorrei che quella brutta pagina fosse riportata a corrette scelte morali e a scuse ai familiari delle vittime".
 
Non si incontrano con facilità persone come Enrico Calamai. Quando accade, per qualche motivo, si scopre che sono simili tra loro: semplici e lontane da qualsiasi desiderio di notorietà. Uomini grazie ai quali i diritti di democrazia e libertà possono continuare a vivere, come le persone cui hanno salvato la vita.
 
Roberto Bàrbera
 
Categoria: Guerra, Pace
Luogo: Argentina