L'avventura di un giovane diplomatico italiano per salvare decine e decine di perseguitati
Nell'Argentina di Videla centinaia di migliaia
di persone scomparivano, rapite e uccise dalla giunta militare.
L'avventura di un giovane diplomatico italiano e la sua
battaglia per salvare decine e decine
di
“Ho capito che tutto era
successo per davvero nel 2000, dopo ventiquattro anni. Il silenzio, le
omissioni, le negazione della realtà, le conseguenze
personali subite per le mie scelte avevano finito col
distrarre la mia attenzione, la memoria, l’esperienza drammatica di
quei lunghi mesi a Buenos Aires”. Enrico Calamai è un signore elegante
e discreto, con una corta barba grigia e due occhi vivaci e pacifici.
Era un giovane diplomatico al consolato italiano in Argentina, quando
nel marzo del 1976 i militari presero il potere.
“Qualche giorno prima – continua Calamai - fummo
convocati dall’ambasciatore e avvertiti che di lì a poco ci sarebbe
stato un golpe. L’esperienza cilena non era lontana e il
ricordo della nostra sede diplomatica a Santiago, affollata di persone
che cercavano di sfuggire ai rastrellamenti, alle esecuzioni sommarie,
era ancora forte. I militari argentini avevano avvertito che non
avrebbero rispettato l’extra territorialità e l’indicazione del capo
della nostra delegazione fu quella di non offrire asilo ad eventuali
rifugiati. Ero giovane, avevo trent’anni e non ero affatto d'accordo”.
La mattina del 24 marzo Videla assunse il
potere e il Paese sudamericano sprofondò in un tunnel di terrore cupo e
misterioso. A differenza di Pinochet, i generali argentini non scelsero
la via della repressione visibile.
Piazza
Madonna dei Monti è a poche centinaia di metri dal Colosseo. Rare le automobili,
case
antiche in strette viuzze nelle quali passeggiarono, fra gli
anni Venti e Trenta, i ragazzi di via Panisperna. Al civico ottantanove
di quella strada c’era il laboratorio del gruppo di geni
che fondò la fisica moderna: Enrico Fermi, Franco Rasetti,
Emilio Segrè, Edoardo Amaldi, Ettore Majorana. Calamai abita in
quest'angolo di Roma quando arriva nella capitale italiana dalla sua
Spoleto, nella quale si è rifugiato per coltivare il mestiere di
adesso, scrivere.
Seduto in un
bar dai tavolini tondi, di metallo, vecchi e opachi,
continua con voce bassa e serena a raccontare: “Tutto era normale la
mattina del colpo d stato. La gente camminava per le strade, non
c’erano posti di blocco, carri armati, segni visibili dello stato
d’emegenza. Dopo il Vietnam e il Cile si era compresa la
pericolosità dei giornalisti e così era stata scelta una
strada soft e intelligente. Le televisioni che mostravano lo
stadio pieno di prigionieri o il presidente Salvador Allende che
presidiava la Casa Rosada col suo mitra erano pessima immagine. Non
stermini e uccisioni alla luce del sole, ma un segreto lavoro di
eliminazione degli avversari, così da non produrre clamore. Nessuno
avrebbe dovuto sapere, nessuno avrebbe potuto capire.
Cominciava l’epoca dei desaparecidos, una moltitudine di uomini e donne
inghiottiti in silenzio dalla giunta, fatti sparire, seppelliti in
fosse comuni o buttati giù nell’oceano da aerei dell’aeronautica
militare”.
Fin qui la storia, più o meno
nota, della lunga notte argentina. Mentre beve il suo caffè quest’uomo
tranquillo e generoso non lascia immaginare
all'interlocutore d’essere stato il protagonista della
salvezza di decine e decine di persone, per un intero anno dopo il
golpe.
Il
diplomatico va avanti: “Le voci circolavano a Buenos Aires. La gente
spariva, gli oppositori avevano paura. Cosa potevo fare? L’ambasciata
era sorda, impassibile di fronte ai crimini. Io ero al consolato,
defilato, in un altro edificio, con altre mansioni. Tra queste quelle
di rilasciare passaporti italiani. Cominciai a concederli a chi era in
pericolo. Era l’unico sistema che consentiva la fuga dal Paese.
Facevamo tutto utilizzando i pochi spazi
operativi che ci lasciava il Ministero”.
Per Buenos Aires, chi correva rischi, girava col numero di
telefono del giovane diplomatico italiano in tasca. Sapevano che da lui
avrebbero avuto la chance per salvarsi.
La
vicenda di Calamai è infinita: “Erano dignitosi e preoccupati quando
arrivavano. Figli di emigrati italiani, ma non solo. Nel processo, che
nel 2000 la giustizia italiana ha istruito contro i militari
responsabili di aver ucciso nostri connazionali durante la dittatura,
il giudice mi chiese se avessi dato i documenti per l’espatrio anche a
stranieri. Decisi di dire la verità. Si avevo rilasciato passaporti
anche a chi non aveva origini italiane. Si trattava della loro
sopravvivenza”.
Passano persone per la
piccola piazzetta e molti lo salutano. Un vecchio barbone si avvicina e
quest’uomo, oggi in pensione, e lui è veloce nel
prendere qualche monetina per regalargliela.
Continua a cercare tra i ricordi: “Dopo un anno di questo
lavoro, fatto con due amici
in modo un po’ carbonaro , mi hanno richiamato a Roma, al Ministero
degli Esteri. L’avventura era finita. Qualche volta a Buenos Aires ho
avuto paura che un incidente stradale potesse uccidermi. I militari
sapevano e io non ero certo ben visto. Il muro omertà
sui desaparecidos è stato invalicabile e sono arrivato a
pensare che tutto quello che avevo fatto, che era successo, che avevo
visto fosse il risultato di una mia allucinazione. Per troppo tempo,
anche dopo la caduta del regime di Videla, si è negato. Sono
rimasto cinque anni in un ufficio. Poi avrei potuto avere una
sede europea, ma ero considerato un sovversivo e mi hanno mandato in
Nepal. Però mi è piaciuto stare lì, imparare e vivere in
posto tanto diverso e interessante”.
Immaginare quale sia il rapporto tra persone che
hanno attraversato esperienze così intense è difficile. Si
potrebbe pensare alla riconoscenza, ad amicizie profonde. Cosa lega un
esule a chi gli ha salvato la vita?
Il
diplomatico dice: “E’ stato tutto troppo duro. Per loro, per me. Non ci
siamo mai visti, frequentati. Quell'esperienza, il terrore, l'angoscia
di sapere che da un momento all'altro si poteva sparire
e morire non si supera con facilità. Adesso, dopo
molti anni e con cautela, comincio a incontrare
qualcuno di loro. Eppure ho ancora un desiderio. La giustizia ha
condannato i militari colpevoli di aver assassinato italiani,
ma il nostro Paese non ha ancora avuto il coraggio di riconoscere
d’aver avuto un comportamento sbagliato durante la dittatura di Videla.
Sarebbe ora di farlo. Sarebbe ora di criticare le scelte della
diplomazia e del governo di allora. Sarebbe giusto ammettere
il disinteresse, se non la connivenza con i golpisti. Un esempio. Fummo
informati che sarebbe arrivata una donna con tre figli piccoli. Voleva
rifugiarsi in ambasciata. Qualcuno dei nostri chiamò i soldati. Uno dei
miei due amici d’avventura lo scopri e fu costretto a minacciare il
funzionario. Se non l’avesse tirata fuori dai guai avrebbe pubblicato
sul suo giornale tutta la vicenda. L’altro ebbe paura e la signora si
salvò. Oggi vorrei che tutto questo portasse a
un’autocritica sincera. Vorrei che quella brutta
pagina fosse riportata a corrette scelte morali e a scuse ai
familiari delle vittime".
Non si
incontrano con facilità persone come Enrico Calamai. Quando accade, per
qualche motivo, si scopre che sono simili tra loro: semplici e
lontane da qualsiasi desiderio di notorietà. Uomini grazie ai
quali i diritti di democrazia e libertà possono continuare a vivere,
come le persone cui hanno salvato la vita.