01/02/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Economie stagnanti ma con un buon potenziale. Marco Arnone de Lavoce.info spiega a Peacereporter la radice economica delle crisi nel Maghreb e le responsabilità europee

Il regime tunisino di Ben Alì è crollato, quello di Mubarak in Egitto mostra crepe profonde e la tensione è alta in tutto il Medio Oriente; ma tutto è cominciato dal gesto estremo di un piccolo commerciante di un villaggio tunisino che si è dato fuoco per protesta contro il sequestro della sua bancarella e dalle dimostrazioni di popolazioni piegate dall'inflazione legata ai beni alimentari. PeaceReporter ha chiesto a Marco Arnone, direttore del Centre for Macroeconomics and Finance Research, ex funzionario del Fondo Monetario Internazionale. Grande conoscitore dell'area, abbiamo chiesto al prof. Arnone di approfondire il tema delle radici economiche delle sollevazioni che hanno posto fine al regime di Ben Alì in Tunisia e che stanno facendo vacillare quelle trentennale di Mubarak in Egitto.

Gli eventi di dicembre in Tunisia hanno creato, almeno giornalisticamente, un brand che potremmo definire delle "rivolte del pane". Qual è stata, a livello economico, la scintilla? E quali le differenze rispetto all'Egitto?

La Tunisia ha grossi problemi di disoccupazione giovanile, come tutta la regione, però ha anche una classe media, una fascia di giovani ben istruiti e questo fa pesare ancora di più non solo la mancanza di lavoro ma anche la mancanza di prospettive. Diciamo che in gran parte del mondo arabo mancano prospettive, che le economie dell'area sono stagnanti. Però si badi bene: se parlare di miccia ha senso, ciò non vuol dire che questa sia la causa di questa esplosione nel mondo arabo. Le cause sono economiche ma anche politiche. Moltissimi giovani chiedono di potersi esprimere con più libertà e di essere più determinanti nel decidere l'indirizzo del Paese. E questo è più evidente in Tunisia. L'Algeria è in una situazione particolare perché ci sono di mezzo i militari e non è successo ancora niente. L'Egitto è un caso diverso perché qui abbiamo Mubarak è al potere da 30 anni e non ha la mancanza di prospettive di cui soffre la Tunisia; ha un'economia più strutturata e un turismo fiorente. Ci sono altri elementi diversi, però. In Egitto, la presenza degli Stati Uniti è fortissima, l'appoggio internazionale al regime egiziano è stato molto forte. Questo è forse l'elemento che comincia ad accumunare queste esplosioni: avvengono in regimi che i Paesi occidentali hanno supportato nonostante non fossero in linea con i principi democratici professati dall'Occidente. Forse una maggiore coerenza ci starebbe bene. La situazione è ancora diversa rispetto a Libano, Yemen e rispetto a una crisi che è un grosso punto interrogativo e di cui non si è ancora parlato, quella in Arabia Saudita.

In che senso l'Arabia Saudita?
L'Arabia Saudita è il più grosso produttore al mondo di petrolio ed è un regime moderato - anche se sicuramente è una dittatura, addirittura un regno - che sta in piedi grazie al forte appoggio occidentale, è uno degli alleati più importanti. Non sono sicuro di cosa potrebbe succedere in Arabia Saudita se scoppiasse una rivolta così incendiaria come in Egitto; non so se gli Stati Uniti prenderebbero le parti di un elBaradei saudita. Quando c'è di mezzo il petrolio la situazione è estremamente più complessa di quando c'è in ballo solo la stabilità regionale. Non sono sicuro che lì succederà nulla o che lì si permetta che accada nulla.

C'è stata per tanti anni una dicotomia a livello economico con i Paesi del Golfo Persico e del Medio Oriente, inteso proprio come Medio Oriente geografico, tutti legati all'economia del petrolio; quelli del Nord Africa, Libia a parte, quasi tutti legati ad una economia turistica. Al di là di questo stereotipo, qual è la situazione in questi Paesi? Sono economie dinamiche o sono invece schiacciate su questa semplificazione?
E' paradossale perché questa dicotomia sembra favorire i Paesi produttori di petrolio rispetto a quelli nordafricani. Credo che le cose stiano diversamente, per quanto contro intuitivo possa sembrare. Le economie legate al petrolio generalmente hanno solo questa risorsa. Sembrano particolarmente ricche perché dipendono dagli introiti petroliferi. La comunità internazionale e il Fondo monetario negli ultimi dieci anni hanno fatto grossi tentativi perché questi Paesi diversificassero le loro economie. In Qatar e negli Emirati Arabi Uniti si è investito nel settore sanitario, perché diventassero poli d'attrazione. Ma è molto difficile creare competenze, attrarre personale dall'estero. Viceversa, i Paesi sul Mediterraneo hanno enormi potenzialità, benché le loro economie siano stagnanti. Ma non lo sono per mancanza di prospettive, sono stagnanti perché sono gestite male e non riescono nemmeno a commerciare. L'Unione Europea è fondamentalmente chiusa, per quanto riguarda il settore agricolo, e questo non ha favorito lo sviluppo delle potenzialità agricole nordafricane. Per quanto riguarda il settore turistico, è sviluppato in Egitto, un po' meno in Marocco, meno ancora in Tunisia, quasi per niente in Algeria e Libia, non parliamo poi delle Yemen. Ci sarebbero potenzialità anche in altri settori: forti di popolazioni giovani e con una buona istruzione media, questi stati avrebbero buone possibilità di riuscire nel settore dei servizi o anche nel commercio nel Mediterraneo, che però richiede un'apertura da parte dell'Unione Europea. In questo caso, i Paesi mediterranei dell'Ue potrebbero svolgere un ruolo di supporto, di stimolo economico e di sviluppo oltre che di indirizzamento verso la democrazia. L'Italia non ha mai avuto un ruolo coloniale in queste zone ma ha sempre seguito la Francia, che invece è stata la potenza coloniale del Nord Africa e ha favorito l'indebolimento delle strutture democratiche della regione delle ex colonie: si controllano più facilmente se sono guidate da dittatori travestiti da presidenti della Repubblica.

Alleggerire le barriere all'ingresso dei prodotti in Europa aiuterebbe lo sviluppo della regione, quindi.
Certamente, favorirebbe lo sviluppo dell'area ma aiuterebbe anche i consumatori europei: certi prodotti, come i datteri o le banane africane, noi non li abbiamo. Gli agrumi li importiamo dal Sudafrica, da Israele ma non dall'Egitto o da altri Paesi del Nord Africa che potrebbero produrne di più. Questi hanno economie gestite male per i fatti loro ma noi non abbiamo fatto nulla per aiutarli. Negli ultimi due o tre anni il governo spagnolo ha siglato accordi bilaterali con quello marocchino e questo ha portato ad un aumento della produzione agricola marocchina. Non in Europa, si badi bene, in Spagna. Questa potrebbe essere una strada da seguire: usare gli accordi bilaterali che permettano a questi Paesi di avere piccoli mercati di sbocco all'interno della sponda mediterranea dell'Unione e sviluppare un commercio che possa auspicabilmente portare ad una revisione della Pac (Politica agricola comune, ndr). Importante però è anche il ruolo degli Stati Uniti nel commercio internazionale. Per quanto riguarda le banane, il ruolo degli Usa è forte, il che non è una cosa negativa di per sé, lo diventa quando in un settore si crea un monopolio o un oligopolio come in questo caso. Il risultato è che in Europa non entra una banana africana. In sintesi, ci sono delle cose che i Paesi africani possono fare da soli ma ce ne sono delle altre in cui la collaborazione mediterranea sarebbe auspicabile.

Una curiosità: a livello di rimesse, quanto può aver influito, nell'aumentare l'esasperazione, il fatto che oggettivamente negli ultimi sei mesi si è chiuso il rubinetto delle migrazioni, con un netto calo dei passaggi?
E' un'importante osservazione. Le rimesse contano molto, in generale, per i Paesi in via di sviluppo, e qui mi riferisco di più all'Africa Sub-sahariana, America Centrale, Sri Lanka, ma vale anche i Paesi della sponda sud del Mediterraneo. La crisi ha colpito anche loro, sia per quanto riguarda il commercio internazionale, in cui ha però hanno una quota relativamente bassa, sia per quanto riguarda la riduzione delle rimesse. Proprio per la Tunisia, l'Fmi a ottobre 2010 aveva raccomandato un aumento della spesa sociale e un aumento di quella pubblica a favore dei poveri, notando proprio enormi difficoltà derivate dalla disoccupazione ma anche dal quadro economico internazionale. Al dato economico, segnato come dicevo anche da una chiusura dell'Unione Europea, si accompagna una crisi politica in Paesi che hanno una classe media giovane, istruita, in grado di seguire la politica internazionale, il che ci costringe ad uscire dallo squallido dibattito italiano "immigrazione si, immigrazione no". La media degli immigrati che arrivano in Italia ha un titolo di studio più alto della media della popolazione italiana.

Christian Elia