21/06/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Domenica venti giugno è stata la ‘giornata del rifugiato’
BambinoLa guerra, la violazione dei diritti, il cammino della violenza spingono donne, uomini e bambini a fuggire dalla propria terra, per trovare in altri posti un luogo sicuro dove vivere.
 
“Quando guardate in televisione o per la strada e vedete le persone che arrivano con le navi e commentate la loro sporcizia, gli abiti laceri, la disperazione dei volti dovete ricordare che molti di loro sono persone in fuga da persecuzioni e guerre. Sono i cosiddetti richiedenti asilo. Loro anno diritto, in base alle convenzioni esistenti, a poter ottenere asilo e non debbono correre il rischio di essere rimandati indietro nel Paese dal quale scappano”. A parlare è Laura Boldrini, portavoce italiana dell'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati.
 
A Roma, poco lontano dalla Piramide cestia, lungo la Via Ostiense, c’è la antica centrale elettrica di Montemartini, diventata oggi museo. Qui, per la prima volta, il Campidoglio e l’Unhcr hanno deciso di organizzare una settimana fitta di incontri, spettacoli e iniziative.
 
Dal 21 al 26 giugno, “Un posto chiamato casa”, il nome dato alla rassegna, è la testimonianza di un esodo che, dalla fine della seconda guerra mondiale ha coinvolto più di 50 milioni di persone.
 
“Vivo in Italia da vent’anni. Io sono olandese, ho studiato teatro ad Amsterdam e poi, per le strade che ci propone la vita sono arrivata a Volterra. Da quel giorno sono rimasta lì”. Annet Henneman ha lineamenti nodici, gli occhi celesti e trasparenti, i capelli biondi. È una donna energica e dolce sta a piedi nudi, nella grande sala della mostra. Ha il capo avvolto da un foulard nero con piccoli disegni bianchi, una camicia grigio chiaro e dei pantaloni larghi, sempre grigi, ma più scuri. Ha appena finito di recitare in una piece teatrale.
 
Il lavoro che con tre ragazzi, un sudanese, un afgano e un curdo-turco ha messo in scena è la ricostruzione di una seduta della Commissione che concede lo status di profugo. Per il ‘Teatro di nascosto’, con una tecnica che si definisce ‘reportage’, ha raccolto le testimonianze di chi, dopo la fuga, un viaggio della speranza e indicibili difficoltà si vede giudicato in pochi minuti e, molte volte, negato, avvilito e rispedito a casa. Dove certamente rischierà la vita.
 
“Per quanto tempo hai subito tortura? Un ora? Due ore? Un giorno? Due giorni? Una settimana? Due settimane?”, si è appena ascoltato durante lo spettacolo. Domande consuete durante gli interrogatori, ma difficili da comprendere. Quasi la durata delle vessazioni definiscano una gerarchia di valori, di possibilità, di titoli utili per rivendicare un diritto.
 
Le braccia alzate, i tre profughi e Annet erano esposti sul palcoscenico, indifesi, assaliti dall’incalzare costante delle domande, delle richieste di spiegazione, dalle procedure di indagine.
 
“Hai assistito alla tortura di tuoi familiari? Hai visto uccidere tuoi familiari? Chi è morto? Tuo padre? Tuo fratello? Tua madre? Tuoi amici?”, le richieste dei commissari.
 
L’incontro tra un ‘richiedente asilo’, come alcuni li chiamano con linguaggio burocratico, dura non più di un quarto d’ora. In quel poco tempo a una persona viene chiesto di raccontare l’inferno. Di sintetizzare un condensato di brutalità che ha violato la dignità, il corpo, la coscienza.
 
“Mi hanno tenuto con le braccia legate ad una sbarra, sospeso nel vuoto, per un giorno. Poi mi hanno spento le sigarette sulle gambe, sui seni. Mi hanno sottoposto a scariche elettriche”, dice una vittima palestinese.
 
“In base alle testimonianze da lei fornite la Commissione non la ritiene idonea per l’ottenimento dello status di profugo, dovrà lasciare il Paese entro quindici giorni”, grida una voce fuori campo, lasciando quell’essere umano ancor più sola, nuda, violentata di nuovo, da una giustizia che nella sua mente aveva immaginato giusta.
 
Ogni giorno accade, con tristezza accade.
 
La vecchia sala della centrale di Montemartini ha visto molte cose nella sua lunga storia. Il piccolo palcoscenico è allestito nella stanza della turbina. Una immensa struttura di ghisa, che lascia alla memoria il vezzo di ricordare il grande macchinario che stritolava Charlie Chaplin in Tempi moderni. Il comune di Roma, quando ha pensato di utilizzare questo spazio come museo, lo ha riempito di antichissime statue dell’Impero. Così l’archeologia industriale, il fascino straordinario della storia dell’antica Roma, testimoniata dai volti di antichi patrizi che guardano e le parole secche e metalliche di persone alle quali la vita, la dittatura, la guerra e l’incomprensione hanno rubato il diritto più grande, quello alla libertà, si mescolano in un momento unico, travolgente.
 
Il pubblico, in silenzio, ha saputo. Quello che la grande stampa internazione ignora, dimenticando che dietro i conflitti si nasconde la sofferenza di milioni di persone. Sempre più sole nel proprio dolore.
 
Roberto Bàrbera
Categoria: Profughi
Luogo: Italia