La
guerra, la violazione dei diritti, il cammino della violenza spingono
donne, uomini e bambini a fuggire dalla propria terra, per trovare in
altri posti un luogo sicuro dove vivere.
“Quando guardate in televisione o per la strada e
vedete le persone che arrivano con le navi e commentate la
loro sporcizia, gli abiti laceri, la disperazione dei volti dovete
ricordare che molti di loro sono persone in fuga da persecuzioni e
guerre. Sono i cosiddetti richiedenti asilo. Loro anno diritto, in base
alle convenzioni esistenti, a poter ottenere asilo e non debbono
correre il rischio di essere rimandati indietro nel Paese dal quale
scappano”. A parlare è Laura Boldrini, portavoce italiana dell'Alto
Commissariato Onu per i Rifugiati.
A Roma, poco lontano dalla
Piramide cestia, lungo la Via Ostiense, c’è la antica centrale
elettrica di Montemartini, diventata oggi museo. Qui, per la
prima volta, il Campidoglio e l’Unhcr hanno deciso di organizzare una
settimana fitta di incontri, spettacoli e iniziative.
Dal 21 al 26 giugno, “Un posto chiamato casa”, il nome dato
alla rassegna, è la testimonianza di un esodo che, dalla fine della
seconda guerra mondiale ha coinvolto più di 50 milioni di persone.
“Vivo in Italia da vent’anni. Io sono
olandese, ho studiato teatro ad Amsterdam e poi, per le strade che ci
propone la vita sono arrivata a Volterra. Da quel giorno sono rimasta
lì”. Annet Henneman ha lineamenti nodici, gli occhi celesti e
trasparenti, i capelli biondi. È una donna energica e dolce sta a piedi
nudi, nella grande sala della mostra. Ha il capo avvolto da un foulard
nero con piccoli disegni bianchi, una camicia grigio chiaro e dei
pantaloni larghi, sempre grigi, ma più scuri. Ha appena finito di
recitare in una piece teatrale.
Il lavoro
che con tre ragazzi, un sudanese, un afgano e un curdo-turco ha messo
in scena è la ricostruzione di una seduta della Commissione che concede
lo status di profugo. Per il ‘Teatro di
nascosto’, con una tecnica che si definisce ‘reportage’, ha
raccolto le testimonianze di chi, dopo la fuga, un viaggio della
speranza e indicibili difficoltà si vede giudicato in pochi minuti e,
molte volte, negato, avvilito e rispedito a casa. Dove certamente
rischierà la vita.
“Per quanto tempo hai
subito tortura? Un ora? Due ore? Un giorno? Due giorni? Una settimana?
Due settimane?”, si è appena ascoltato durante lo spettacolo. Domande
consuete durante gli interrogatori, ma difficili da comprendere. Quasi
la durata delle vessazioni definiscano una gerarchia di valori, di
possibilità, di titoli utili per rivendicare un diritto.
Le braccia alzate, i tre profughi e Annet erano
esposti sul palcoscenico, indifesi, assaliti dall’incalzare costante
delle domande, delle richieste di spiegazione, dalle procedure di
indagine.
“Hai assistito alla tortura di
tuoi familiari? Hai visto uccidere tuoi familiari? Chi è morto? Tuo padre? Tuo
fratello?
Tua madre? Tuoi amici?”, le richieste dei commissari.
L’incontro tra un ‘richiedente asilo’, come alcuni li
chiamano con linguaggio burocratico, dura non più di un quarto d’ora.
In quel poco tempo a una persona viene chiesto di raccontare l’inferno.
Di sintetizzare un condensato di brutalità che ha violato la dignità,
il corpo, la coscienza.
“Mi hanno tenuto
con le braccia legate ad una sbarra, sospeso nel vuoto, per un giorno.
Poi mi hanno spento le sigarette sulle gambe, sui seni. Mi hanno
sottoposto a scariche elettriche”, dice una vittima palestinese.
“In base alle testimonianze da lei fornite
la Commissione non la ritiene idonea per l’ottenimento dello status di
profugo, dovrà lasciare il Paese entro quindici giorni”, grida una voce
fuori campo, lasciando quell’essere umano ancor più sola, nuda,
violentata di nuovo, da una giustizia che nella sua mente aveva
immaginato giusta.
Ogni giorno accade, con
tristezza accade.
La
vecchia sala della centrale di Montemartini ha visto molte cose nella
sua lunga storia. Il piccolo palcoscenico è allestito nella stanza
della turbina. Una immensa struttura di ghisa, che lascia alla memoria
il vezzo di ricordare il grande macchinario che stritolava Charlie
Chaplin in Tempi moderni. Il comune di Roma, quando ha pensato di
utilizzare questo spazio come museo, lo ha riempito di antichissime
statue dell’Impero. Così l’archeologia industriale, il fascino
straordinario della storia dell’antica Roma, testimoniata dai volti di
antichi patrizi che guardano e le parole secche e metalliche di persone
alle quali la vita, la dittatura, la guerra e l’incomprensione hanno
rubato il diritto più grande, quello alla libertà, si mescolano in un
momento unico, travolgente.
Il pubblico, in
silenzio, ha saputo. Quello che la grande stampa internazione ignora,
dimenticando che dietro i conflitti si nasconde la sofferenza di
milioni di persone. Sempre più sole nel proprio dolore.