16/06/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Arturo è in Italia. Aspetta un pacco di solidarietà per sopravvivere
Immigrati in coda“È la vita ad essere cambiata. Certo, la crisi economica è la cosa che si vede con maggior chiarezza, ma è la punta di un iceberg immenso. Le relazioni tra le persone, gli affetti, l’amore, la felicità sono oggi parole che hanno lo stesso suono di prima, ma un significato diverso”. Arturo Marino è un uomo di 41 anni e parla della sua Argentina.
 
La lunga fila di uomini, donne e bambini, come ogni martedì e venerdì, è fuori dai cancelli di via Anicia, il centro di soccorso della Comunità di sant’Egidio a Roma. Il cuore di Trastevere è illuminato dal sole del primo pomeriggio, in una giornata d’estate. Fa caldo e oltre quattrocento persone di ogni nazionalità aspettano il pacco viveri. Sono poveri, soli, ma attaccati alla vita come può esserlo solo chi, con disperazione, deve ad ogni costo resistere. Qui li aiuteranno a sbrigare le pratiche legali, a vestirsi, a mangiare per un paio di giorni, ma non possono restituire loro il senso del futuro.
 
Arturo è arrivato da tre mesi dall’Argentina. È un uomo magro, il viso asciutto e la barba rasata, indossa una camicia a quadretti e un paio di pantaloni grigi. Per la strada non lo noterebbe nessuno, eguale a mille italiani appena usciti dall’ufficio. Lui, però, non ha casa, non ha lavoro, non ha soldi.
 
“Ero uno psicologo nel mio Paese – dice in italiano – e ho lavorato nella pubblicità e nella televisione. Ero anche cinereporter. Senti, possiamo parlare in inglese, però. Grazie, così spiego meglio la mia storia. Il mio bisnonno era italiano, di un paesino vicino Cuneo. Lui si chiamava Odella. Dopo il disastro argentino ho capito che lì non ci sono possibilità per me. Allora ho pensato di venire in Italia, di chiedere il passaporto. Come discendente di emigrati posso averlo”.
 
È strano parlare con un connazionale in inglese, sentirsi raccontare un’epopea che comincia dall’inizio del secolo, che attraversa le praterie di un altro continente, che ha preso il via con un doloroso e drammatico viaggio della speranza su una nave a vela nel 1900 e finisce qui, tra le stradine strette della Roma più antica, dopo oltre cent’anni, nel 2004. Un ritorno questa volta su un jet, ma tanto disperato quanto fu l’antica partenza.
 
Arturo continua: “Vivevo a Buenos Aires, lì c’era il mio ufficio. Anche se sono nato in una piccola città vicino Rosario (300 chilometri ad ovest), mi ero trasferito nella capitale da sette anni. Già alla fine del 1999 nessuno pagava più i conti, le fatture, i lavori commissionati. Prima hanno cominciato col ritardare, poi hanno smesso del tutto. Era chiaro che stava per succedere il Big One. Mi hanno licenziato. Sono tornato da mia madre, che altro potevo fare?”
 
Il caso Argentina esplode un anno dopo, tra la fine del 2001 e l'inizio del 2002, sebbene campanelli d'allarme avessero squillato con frequenza crescente nel corso di tutto il 2001. Travolti dalle conseguenze della crisi, il 20 dicembre 2001, escono di scena il presidente De la Rua e il suo ministro dell'economia Domingo Cavallo, l'uomo che con le sue azzardate politiche monetarie aveva contribuito notevolmente a trascinare il Paese verso il disastro. Si annunciò un triste Natale: l’intera nazione piombò nel caos e in scontri di piazza persero la vita 22 persone. Da allora nulla è stato come prima.
 
“Il mio bisnonno era riuscito a comperare la terra, aveva una azienda agricola. Mio nonno ereditò e le cose andavano bene, fino a quando non si ammalò. Le cure erano molto costose e non c’era assistenza sanitaria. Arrivarono a vendere tutto. Aveva solo figlie e mandare avanti i campi non era lavoro da donne. Io ho fatto l’università, ero benestante, insomma non potevamo comunque lamentarci. Mia mamma è molto italiana. Ama i profumi, i bei vestiti, andare a ballare. Una donna elegante, allegra. Da un momento all’altro la vita può cambiare, per noi è stato così. Mi ricordo che il 26 settembre del 2001 partii per andare a cercare lavoro all’estero. Niente. Tornai il 17 dicembre. Mi dissero per telefono di allontanarmi subito da Buenos Aires, che la situazione era ormai senza controllo, il pericolo altissimo. Mi diressi subito a Rosario”.
 
Il giorno dopo in tutto Paese cominciarono i saccheggi di supermercati e centri commerciali. In diverse città migliaia di emarginati (soprattutto donne, bambini e disoccupati) si presentarono davanti alle vetrate dei grandi magazzini per chiedere la distribuzione gratuita di viveri. Anche a Rosario la polizia sciolse le manifestazioni a colpi di pallottole di gomma, ferendo una ventina di donne. Gli incidenti esplosero anche a Mendoza, 1.000 chilometri ad ovest della capitale. Anche lì i tentativi di assalto ai supermercati furono bloccati con manganelli e gas lacrimogeni. Decine gli arresti. A Paranà la protesta di oltre 3.000 persone, che avevano bloccato le entrate di un centro commerciale, fu fermata solo dall’annuncio che avrebbero potuto ricevere 1.500 borse colme di cibo. Mentre la polizia tentava di controllare una situazione sempre più esplosiva, il ministro dell'economia Domingo Cavallo, dimostrò un certo distacco: ''Queste azioni non servono a niente. E' un problema di polizia e non economico''. Il Fondo monetario internazionale pretendeva che nel bilancio fosse inserita una nuova durissima stangata da 4.000 milioni di dollari: solo così, affermava il Fmi, “verranno riaperti i crediti”. Non ci fu niente da fare.
 
“Questa vita ormai per me è un mistero. Voglio diventare italiano, non sono più giovane, debbo anche imparare la lingua. Però col passaporto posso restare in Europa e forse trovare lavoro. Le cose stanno tornando lentamente a posto in Argentina, ma ci vorrà tempo, tanto tempo. I cittadini non pagano le tasse, perché altrimenti non potrebbero vivere. E noi non produciamo nulla di tecnologico, di avanzato. Materie prime, carne, agricoltura. Ma se guardiamo la televisione, parliamo a telefono, navighiamo in internet utilizziamo merci straniere”.
 
Un piccolo gruppo di asiatici ci guarda parlare. Più in là, cinque o sei metri, una mamma dalla pelle nera allatta il suo piccolo, bellissimo figlio dai grandi occhi scuri. Su e giù, in attesa del pacco, vanno russi, ucraini, moldavi, jugoslavi. Un mondo intero che qui diventa una piccola Babele, dimenticata e sofferente, ma dignitosa e ordinata. Il ronzio di cento lingue diverse confonde e immalinconisce.
 
Per Arturo è arrivato il turno. What you think about your future? Che pensi del tuo futuro? Risponde in italiano: “Indirizzo, residenza, documenti, questura. Sono il mio futuro. Altro non posso vedere”.
 
Roberto Bàrbera
Categoria: Migranti
Luogo: Italia