04/06/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Un sit-in di ebrei e palestinesi per la liberazione dei refusenik
Donna palestinese e soldato israeliano“L’occupazione israeliana genera terrore, povertà, disoccupazione. Bambini innocenti muoiono sotto il fuoco dei reparti speciali di Tel Aviv, mentre i coloni impongono terrore nei villaggi palestinesi. Ogni giorno, senza soluzione di continuità, punizioni collettive e coprifuoco violano l’esistenza di migliaia di persone e corrompono i principi morali di una intera generazione. Tutto questo in una inutile guerra per difendere insediamenti che un giorno dovranno essere in ogni caso abbandonati e che ruba la vita a tanti soldati ebrei”. L’atto di accusa di Sveva Haertter è senza appello. Questa giovane donna dai capelli chiari è una dei leader della Rete Ebrei contro l’Occupazione, una associazione che si oppone alla politica del premier Ariel Sharon.
 
Dietro uno striscione chiede lo stop alla costruzione del muro pensato per dividere fisicamente due popoli in Medio oriente. Un piccolo gruppo di manifestanti. Ebrei e palestinesi, insieme. Presidiano l’ambasciata israeliana.
 
Via Aldovrandi, ai margini del bellissimo quartiere dei Parioli, a Roma, costeggia le mura del Bioparco, una tempo lo zoo. A poche centinaia di metri la residenza dell’ambasciatore americano. Oltre una curva, Valle Giulia ricorda l’inizio del ’68 romano, l’occupazione della facoltà di Architettura e i violenti scontri degli studenti con la polizia. Allora, in un freddo mese di marzo, Pier Paolo Pasolini scrisse:

“…E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci, con quella stoffa ruvida che puzza di rancio fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente, e lo stato psicologico cui sono ridotti (per una quarantina di mille lire al mese): senza più sorriso, senza più amicizia col mondo, separati, esclusi (in una esclusione che non ha uguali); umiliati dalla perdita della qualità di uomini per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare)...”.
 
Il grande artista italiano si riferiva agli agenti di polizia che avevano combattuto la battaglia in quella lontana alba di contestazione, ma le sue parole raccontano ancora oggi una tragedia che accomuna tutti i repressori del mondo. Poveri e spesso utilizzati contro altri poveri, in giochi di potere che negano sempre la dignità di tutti, la dignità della vita.
 
“La responsabilità della crisi palestinese è certamente di Sharon, ma chi ha permesso e protegge le aggressioni contro i villaggi della Cisgiordania e Gaza è il governo del presidente americano, Gorge W Bush. Sono decine le deliberazioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che impongono ad Israele di abbandonare i territori occupati. Mai rispettate e con l'aiuto di questa destra statunitense miope e intransigente. Il democratico Clinton, fino all'ultimo giorno del suo mandato, ha cercato di trovare una soluzione”. Adesso a parlare è Yousef Salman, palestinese, delegato della Mezza Luna Rossa in Italia, qui con i suoi amici ebrei per chiedere la fine del mattatoio medio orientale.
 
“Yoni Ben Artzi, Daniel Tsal, Haggai Matar, Matan Kaminer, Shimri Tsameret, Adam Maor e Noam Bahat sono sette ragazzi – aggiunge Sveva- e si rifiutano di diventare soldati. Rifiutano di essere occupanti, rifiutano di violare i diritti umani dei palestinesi e rifiutano di assistere al perdurare dell’occupazione che sta distruggendo non solo la società palestinese, ma anche quella israeliana. Cinque di loro si trovano attualmente in carcere. Manifestiamo per chiedere la loro immediata liberazione, perché Israele riconosca il diritto all’obiezione di coscienza e dia loro la possibilità di svolgere un servizio alternativo, civile e umanitario, che risponda ai dettami della loro coscienza”.
 
Roberto Bàrbera


 
Categoria: Guerra, Pace
Luogo: Italia