27/01/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Quattro cortei nella capitale, altri focolai di protesta in altre cittā. Il regime yemenita teme l'effetto Tunisia

"Le manifestazioni di queste ore a Sanàa non ci preoccupano, lo Yemen è un paese democratico e pluralista". Lo ha detto oggi Mathar Rashad Masri, ministro degli Interni yemenita. In questa affermazione, però, ci sono due menzogne.

La prima è che lo Yemen non è un Paese democratico. Le restrizioni alla stampa, il pugno di ferro contro ogni opposizione (in particolare i secessionisti della zona meridionale dello Yemen), la discriminazione della componente sciita della popolazione e la brutale repressione della loro  nel nord del Paese non sono i tratti distintivi di un regime democratico. La seconda bugia, però, è ancora più evidente: il regime di Abdullah Saleh ha paura, eccome. La misera fine di Ben Alì in Tunisia, la folla inferocita contro Mubarak in Egitto, il tramonto triste, solitario e finale di Abu Mazen in Palestina, la folla in piazza in Algeria. Sembrano le scene di uno stesso film, al quale - di volta in volta - non vengono cambiati i sottotitoli, ma solo la latitudine.

Quattro cortei differenti, il più imponente dei quali è partito dall'Università di Sanàa, si sono riversati nel centro della capitale yemenita. "Le manifestazioni che sono in corso non sono così grandi come vengono descritte e non destano preoccupazioni - ha aggiunto Masri - il nostro Paese è diverso dagli altri. Noi come governo siamo impegnati a cercare una via per esaudire le richieste del popolo". Il problema, che Masri tace, è che il popolo chiede la fine del trentennio di dominio di Saleh, l'uomo che ha riunificato il Paese e ne ha fatto il suo regno. Il ministro ha inoltre assicurato che la polizia "non reprimerà le manifestazioni ed eviterà ogni incidente in piazza", dichiarazione sintomatica dello stato d'animo delle sclerotiche dittature arabe. Un telefonino può arrivare dove mille oppositori non si sono mai neanche avvicinati: mostrare al popolo, quello vero, delle campagne, il vero volto dei regimi che intellettuali senza seguito per anni, come stanche Cassandre, denunciavano dal Marocco al Golfo Persico.

Niente repressione, dunque, ma questo è da vedere. Un giovane si è dato fuoco ad Aden, nel sud dello Yemen, per protestare contro il carovita e lo stato di povertà della sua famiglia. Si chiama Fuad Sultan, ha venticinque anni. Ma potrebbe essere nato al Cairo, in Tunisia o in Palestina. Ragazzi sotto occupazione, militare (nel caso d'Israele) o socio-culturale, negli altri regni dell'abuso e della sovranità delegittimata. Nella tarda serata di ieri, Sultan è sceso in strada, si è cosparso di benzina e si è dato fuoco. Immediati sono stati i soccorsi e ora il giovane è ricoverato in condizioni disperate in un ospedale locale. Secondo gli amici, il ragazzo voleva imitare il giovane ambulante tunisino, Mohammed Bouaziz, che con il suo gesto ha innescato la rivolta contro Ben Ali. Si tratta del secondo caso di tentato suicidio per il carovita che si registra in Yemen dopo quello della scorsa settimana ad al-Baydha. Il presidente Saleh è stato rieletto nel settembre 2006 per un nuovo mandato di sette anni. Un progetto di emendamento alla costituzione in discussione in parlamento potrebbe aprire la strada ad una sua presidenza a vita. Le fiamme di Fuad e gli slogan delle migliaia in piazza a Sanàa sono tutte per lui.

Christian Elia

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