26/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il rapporto di Amnesty International, parla il presidente della sezione italiana
Scritto per noi da
Luca Ferrari 
 
La copertina del rapporto di Amnesty InternationalMercoledì 25 maggio 2005, presso la Sala Igea dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana a Roma, la sezione italiana di Amnesty International si è riunita per la presentazione del rapporto annuale 2005, “Il tradimento dei diritti umani”.
Presenti alla conferenza, Paolo Pobbiati, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International, Gabriele Eminente, direttore della Sezione Italiana, Paola De Pirro, coordinatrice per la Cina della Sezione Italiana di Amnesty e Riccardo Noury, direttore Ufficio Stampa...“un difensore dei diritti umani che credeva certamente nei suoi valori era Enzo Baldoni” introduce Noury “cui noi tutti vogliamo dedicare questa edizione del rapporto annuale di Amnesty International, augurandoci inoltre che Clementina Cantoni e gli altri sequestrati possano presto tornare in libertà”.
 
Nulla è cambiato. Finita la breve introduzione, la parola passa a Paolo Pobbiati, fresco neo-presidente. Non è un politico, e non usa mezze parole: “Se dopo 12 mesi siamo ancora costretti a riproporre, almeno in parte, le medesime analisi e commenti su violazioni, morti, torture, etc. non è una responsabilitià di chi, come Amnesty, difende i diritti umani. È una responsabilità che dobbiamo attribuire tanto ai gruppi armati quanto a quei governi che portano avanti la cosiddetta guerra al terrore, e che, nonostante perseguano obbiettivi contrapposti, ottengono il medesimo risultato: un mondo dominato dalla violenza, dalla paura e dall’insicurezza”.
L’analisi del neo-presidente di Amnesty continua e fa emergere realtà sconcertanti. “Non c’è solo l’utilizzo ipocrita della parola “pace” da parte di governi che sono fra i maggiori esportatori di armi, stiamo anche assistendo a un’inquietante scenario in cui la legge perde la sua funzione fondamentale di tutela delle vittime. Non si capisce come sia possibile che carceri tipo Guantanamo possano ancora esistere, non si capisce come alcuni prigionieri possano restare anni in un limbo giuridico nel quale non sono riconosciuti i loro diritti fondamentali o che l’utilizzo di torture e altri sistemi di coercizione siano ancora molto usati. È inammissibile che vi siano trasferimenti di detenuti in paesi dove sono ancora più a rischio di torture e maltrattamenti. Per non parlare degli indefiniti periodi di detenzione in località segrete, in totale isolamento, senza notifica di accuse. Tutti comportamenti che, fino a qualche anno fa, erano in uso in dittature, e che adesso iniziano a familiarizzare con le cosiddette democrazie”.
 
Alcune vittime dei recenti scontri in UzbekistanL'Uzbekistan è l'esempio. Il punto chiave è che si sta delineando un sistema a due poli: da un lato la brutalità dei gruppi armati, dall’altro il fallimento di una politica per la sicurezza. In mezzo c’è un mondo che non riesce a trovare risposte che possano davvero garantirgli la sicurezza e un quieto vivere.
“È forse la crisi dell’Uzbekistan” continuava Pobbiati “la cartina di tornasole del fallimento di certe politiche. L’Uzbekistan,paese che fino a poche settimane fa era completamente assente dalle pagine dei nostri media, è stato in realtà il paese chiave nella guerra al terrore. Ha beneficiato di una valanga di aiuti militari ed economici da parte degli USA. Questo status di figliolo prediletto lo ha messo al riparo da ogni critica per le gravissime violazioni dei diritti umani che Amnesty denunciava da anni. Torture, uso della forza, pena di morte, migliaia di arresti arbitrari che hanno colpito chiunque. Oggi, dopo i recenti fatti di sangue, ci troviamo a dover vedere e affrontare un massacro nei confronti del quale, ancora una volta, la Comunità Internazionale si è dimostrata impotente.Prendendo atto della mancanza di volontà d’intervenire (che richiama alla memoria altri episodi della storia recente come quello di piazza di Tian An Men), si capisce come agli amici si continui a perdonare tutto, esattamente com’era stato a suo tempo per la Cina”.
Già, la Cina. Il sogno commericale di ogni paese occidentale. “Quella stessa Cina” come ci ricordava Paola De Pirro “in cui la condanna a morte viene data per 64 tipi di reato, dall’uccisione al reato di droga, blocchi stradali etc. Quella stessa Cina nella quale ci sono 30.000 funzionari che controllano l’accesso a internet; e dove è impossibile collegarsi a www.amnesty.org. Quella Cina che impedisce alle madri dei figli morti nel giugno dell’89 a Tien An Men, di depositare un fiore sulla loro tomba. È importante che, oltre a fare pressione sul governo cinese, vengano fatte anche a chi fa affari in Cina. Ognuno deve fare la sua parte”.

Paolo Pobbiati, presidente della sezione italiana di A.I.Presidente Pobbiati, il mondo dunque è stretto fra due incudini. Com’è possibile che al giorno d’oggi sia ancora possibile tutto questo?
“Ci chiediamo anche noi come sia possibile. È importante che la società civile si mobiliti in questo senso. L’importante è che le organizzazioni che lavorano per i diritti umani facciano sentire la loro voce. L’importante è che all’interno delle istituzioni, chi crede che ancora i diritti umani debbano essere al centro dell’agenda politica dei governi, faccia sentire la propria voce. Questa è l’unica speranza che abbiamo per cercare di avere un mondo che sia migliore di quello verso il quale, purtroppo, sembra ci stiamo dirigendo”.
 
I governi si muovono per fini nobili nelle crisi umanitarie o è solo per interesse?
“Sicuramente quando non s’interviene, spesso è perchè ci sono dei forti interessi in ballo. Nel Darfur non si è intervenuti ed è fin troppo facile dare una lettura di questa mancanza: e cioè che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU non ha saputo intervenire per i forti interessi che Russia e Cina hanno in Sudan. Questo dà un po' il senso del perchè spesso non si interviene. Quando si agisce, lo si fa per un secondo fine”.

Caso contrario per certe realtà dimenticate, com’è quella colombiana.
Amnesty se ne occupa soprattutto per un programma di tutela dei difensori dei diritti umani. La realtà è che la popolazione si trova schiacciata tra forze di guerriglia e forze governative ed entranbe si distinguono per vessazioni, torture, sequestri di proprietà. I civili, come sottolineavo prima, sono in mano a differenti legilsazioni che non riescono a garantire la loro sicurezza”.
Categoria: Diritti, Pace
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