Scritto per noi da
Luca Ferrari

Mercoledì
25 maggio 2005, presso la Sala Igea dell’Istituto dell’Enciclopedia
Italiana a Roma, la sezione italiana di Amnesty International si è
riunita per la presentazione del rapporto annuale 2005, “Il
tradimento dei diritti umani”.
Presenti
alla conferenza, Paolo Pobbiati, presidente della Sezione Italiana di
Amnesty International, Gabriele Eminente, direttore della Sezione
Italiana, Paola De Pirro, coordinatrice per la Cina della Sezione
Italiana di Amnesty e Riccardo Noury, direttore Ufficio Stampa...“un
difensore dei diritti umani che credeva certamente nei suoi valori
era Enzo Baldoni” introduce Noury “cui noi tutti vogliamo
dedicare questa edizione del rapporto annuale di Amnesty
International, augurandoci inoltre che Clementina Cantoni e gli altri
sequestrati possano presto tornare in libertà”.
Nulla è cambiato. Finita
la breve introduzione, la parola passa a Paolo Pobbiati, fresco
neo-presidente. Non è un politico, e non usa mezze parole: “Se
dopo 12 mesi siamo ancora costretti a riproporre, almeno in parte, le
medesime analisi e commenti su violazioni, morti, torture, etc. non è
una responsabilitià di chi, come Amnesty, difende i diritti
umani. È una responsabilità che dobbiamo attribuire
tanto ai gruppi armati quanto a quei governi che portano avanti la
cosiddetta guerra al terrore, e che, nonostante perseguano obbiettivi
contrapposti, ottengono il medesimo risultato: un mondo dominato
dalla violenza, dalla paura e dall’insicurezza”.
L’analisi del neo-presidente di Amnesty continua e fa
emergere realtà sconcertanti. “Non c’è solo
l’utilizzo ipocrita della parola “pace” da parte di governi che
sono fra i maggiori esportatori di armi, stiamo anche assistendo a
un’inquietante scenario in cui la legge perde la sua funzione
fondamentale di tutela delle vittime. Non si capisce come sia
possibile che carceri tipo Guantanamo possano ancora esistere, non si
capisce come alcuni prigionieri possano restare anni in un limbo
giuridico nel quale non sono riconosciuti i loro diritti fondamentali
o che l’utilizzo di torture e altri sistemi di coercizione siano
ancora molto usati. È inammissibile che vi siano trasferimenti
di detenuti in paesi dove sono ancora più a rischio di torture
e maltrattamenti. Per non parlare degli indefiniti periodi di
detenzione in località segrete, in totale isolamento, senza
notifica di accuse. Tutti comportamenti che, fino a qualche anno fa,
erano in uso in dittature, e che adesso iniziano a familiarizzare con
le cosiddette democrazie”.
L'Uzbekistan è l'esempio. Il punto chiave è che si sta delineando un
sistema a due poli: da un lato la brutalità dei gruppi armati,
dall’altro il fallimento di una politica per la sicurezza. In mezzo
c’è un mondo che non riesce a trovare risposte che possano
davvero garantirgli la sicurezza e un quieto vivere.
“È
forse la crisi dell’Uzbekistan” continuava Pobbiati “la
cartina di tornasole del fallimento di certe politiche. L’Uzbekistan,paese che
fino a poche settimane fa era completamente
assente dalle pagine dei nostri media, è stato in realtà
il paese chiave nella guerra al terrore. Ha beneficiato di una
valanga di aiuti militari ed economici da parte degli USA. Questo
status di figliolo prediletto lo ha messo al riparo da ogni critica
per le gravissime violazioni dei diritti umani che Amnesty denunciava
da anni. Torture, uso della forza, pena di morte, migliaia di arresti
arbitrari che hanno colpito chiunque. Oggi, dopo i recenti fatti di
sangue, ci troviamo a dover vedere e affrontare un massacro nei
confronti del quale, ancora una volta, la Comunità
Internazionale si è dimostrata impotente.Prendendo atto della mancanza di volontà
d’intervenire (che richiama alla memoria altri episodi della storia
recente come quello di piazza di Tian An Men), si capisce come agli
amici si continui a perdonare tutto, esattamente com’era stato a
suo tempo per la Cina”.
Già, la Cina. Il sogno commericale di ogni paese
occidentale.
“Quella stessa
Cina” come ci ricordava Paola De Pirro “in cui la condanna
a morte viene data per 64 tipi di reato, dall’uccisione al reato di
droga, blocchi stradali etc. Quella stessa Cina nella quale ci sono
30.000 funzionari che controllano l’accesso a internet; e dove è
impossibile collegarsi a
www.amnesty.org.
Quella Cina che impedisce alle madri dei figli morti nel giugno
dell’89 a Tien An Men, di depositare un fiore sulla loro tomba. È
importante che, oltre a fare pressione sul governo cinese, vengano
fatte anche a chi fa affari in Cina. Ognuno deve fare la sua parte”.
Presidente Pobbiati, il mondo dunque è stretto
fra due incudini. Com’è possibile che al giorno d’oggi sia
ancora possibile tutto questo?
“Ci chiediamo anche noi come
sia possibile. È importante che la società civile si
mobiliti in questo senso. L’importante è che le
organizzazioni che lavorano per i diritti umani facciano sentire la
loro voce. L’importante è che all’interno delle
istituzioni, chi crede che ancora i diritti umani debbano essere al
centro dell’agenda politica dei governi, faccia sentire la propria
voce. Questa è l’unica speranza che abbiamo per cercare di
avere un mondo che sia migliore di quello verso il quale, purtroppo,
sembra ci stiamo dirigendo”.
I governi si muovono per fini nobili nelle crisi
umanitarie o è solo per interesse?
“Sicuramente
quando non s’interviene, spesso è perchè ci sono dei
forti interessi in ballo. Nel Darfur non si è intervenuti ed è
fin troppo facile dare una lettura di questa mancanza: e cioè
che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU non ha saputo intervenire
per i forti interessi che Russia e Cina hanno in Sudan. Questo dà
un po' il senso del perchè spesso non si interviene. Quando si
agisce, lo si fa per un secondo fine”.
Caso contrario per certe realtà dimenticate,
com’è quella colombiana.
Amnesty se ne occupa
soprattutto per un programma di tutela dei difensori dei diritti
umani. La realtà è che la popolazione si trova
schiacciata tra forze di guerriglia e forze governative ed entranbe
si distinguono per vessazioni, torture, sequestri di proprietà.
I civili, come sottolineavo prima, sono in mano a differenti
legilsazioni che non riescono a garantire la loro sicurezza”.