26/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Physicians for Human Rights denuncia le conseguenze delle torture psicologiche
Un carcere Usa in AfghanistanUna settimana fa le pagine del New York Times riportavano agli occhi e alla mente le immagini delle continue violazioni  della Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri. Dopo Abu Ghraib e Guantanamo era la volta dell’Afghanistan, contesto peraltro noto come tutt’altro che esente da tali abusi e violenze sui prigionieri, e del trattamento riservato ai detenuti, con la denuncia della morte di due carcerati nel 2002. Ancora una volta stupore, indignazione. Eppure, solo due settimane prima, l’associazione statunitense Physicians for Human Rights (Phr), formata da medici e operatori sanitari che si impegnano per il rispetto dei diritti umani e portano avanti diverse campagne su temi scottanti (come la tortura nei carceri), aveva pubblicato un rapporto completo, di 135 pagine, in cui erano raccolte le prove in base alle quali “la tortura psicologica era sistematica e centrale negli interrogatori dei detenuti in Iraq, Afghanistan e Guantanamo”, come si legge nel comunicato che presentava il rapporto il primo maggio. Si tratterebbe del primo documento sull’utilizzo della tortura psicologica da parte delle forze armate statunitensi per “spezzare” la resistenza dei detenuti negli interrogatori (come illustrato dal titolo del documento: “Break them down: systematic use of psychological torture by US forces”). “Quello che le gravissime immagini da Abu Graib non hanno mostrato è che le torture psicologiche sono state il fulcro del trattamento e degli interrogatori dei detenuti” afferma il Direttore esecutivo di Phr, Leonard Rubenstein.

Una delle immagini simbolo di Abu GhraibSalute compromessa. Lo scopo dell’accurato e documentato lavoro dell’organizzazione è sottolineare non solo le pratiche messe in atto, ormai più volte e da più voci segnalate, ma soprattutto le conseguenze a lungo termine di tali violenze psicologiche sulla salute dei torturati e sulla loro vita futura. Le tecniche utilizzate comprendono l’isolamento polungato, la privazione di sonno, l’obbligo a spogliarsi e rimanere nudi, l’utilizzo di cani per incutere timore, le umiliazioni sessuali e culturali, le finte esecuzioni capitali, le minacce di violenza e morte nei confronti dei detenuti stessi o dei loro cari (in particolare mogli e figlie). Tutte queste pratiche comportano conseguenze sulla salute dei prigionieri che le subiscono anche nel lungo periodo. Diversi studi hanno infatti rivelato come, a seguito di violenze psicologiche, i torturati sperimentino anche a distanza di tempo “disturbi di memoria, depressione grave, disturbi fisici come mal di testa e dolori alla schiena, incubi, sensazione di vergogna e umiliazione, ridotta capacità di concentrazione”. Secondo fonti di Phr a conoscenza delle condizioni a Guantanamo, i detenuti manifestano “eloquio incoerente, disorientamento, manie e paranoie”.
 
Prigionieri a GuantanamoFermarsi subito. L’organizzazione sottolinea quindi le possibili conseguenze trattamento per trattamento. L’isolamento, anche breve, causa difficoltà di concentrazione e di pensiero, ansia, disorientamento spaziale e temporale, allucinazioni e perdita di capacità di movimento. La privazione di sonno può dare disturbi di memoria, di apprendimento e di ragionamento logico, oltre a possibile ipertensione e malattia cadiovascolare. Le vittime di torture sessuali portano sempre con loro il marchio di quanto hanno subito. Le umiliazioni sessuali spesso sono causa del cosiddetto Disturbo Post Traumatico da Stress, di depressione e di disturbi fisici di vario tipo (cefalea, disturbi dell’appetito e digestivi); inoltre, a meno di forti convinzioni religiose che lo vietino, possono anche portare al suicidio.
Nonostante le denunce e la scoperta delle violazioni e degli abusi a carico dei detenuti a Guantanamo, in Iraq e in Afganistan, è amara la conclusione del rapporto di Phr, che sottolinea come la diffusione e dimensione reale dell’utilizzo di torture psicologiche rimanga sconosciuta e ci siano forti indizi sul fatto che siano tuttora utlizzate, anche oggi. Non è ancora tempo dunque di parlare al passato: “L’eliminazione della tortura psicologica richiede un’azione decisa ed inequivocabile” afferma Phr. Senza eccezioni, senza se e senza ma.

 

Valeria Confalonieri

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