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Una settimana fa le pagine del New York Times riportavano agli occhi e
alla mente le immagini delle continue violazioni della
Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri. Dopo Abu Ghraib
e Guantanamo era la volta dell’Afghanistan, contesto peraltro noto come
tutt’altro che esente da tali abusi e violenze sui prigionieri, e del
trattamento riservato ai detenuti, con la denuncia della morte di due
carcerati nel 2002. Ancora una volta stupore, indignazione. Eppure,
solo due settimane prima, l’associazione statunitense Physicians for
Human Rights (Phr), formata da medici e operatori sanitari che si
impegnano per il rispetto dei diritti umani e portano avanti diverse
campagne su temi scottanti (come la tortura nei carceri), aveva
pubblicato un rapporto completo, di 135 pagine, in cui erano raccolte
le prove in base alle quali “la tortura psicologica era sistematica e
centrale negli interrogatori dei detenuti in Iraq, Afghanistan e
Guantanamo”, come si legge nel comunicato che presentava il rapporto il
primo maggio. Si tratterebbe del primo documento sull’utilizzo della
tortura psicologica da parte delle forze armate statunitensi per
“spezzare” la resistenza dei detenuti negli interrogatori (come
illustrato dal titolo del documento: “Break them down: systematic use
of psychological torture by US forces”). “Quello che le gravissime
immagini da Abu Graib non hanno mostrato è che le torture psicologiche
sono state il fulcro del trattamento e degli interrogatori dei
detenuti” afferma il Direttore esecutivo di Phr, Leonard Rubenstein.
Salute compromessa. Lo scopo dell’accurato e documentato lavoro dell’organizzazione è
sottolineare non solo le pratiche messe in atto, ormai più volte e da
più voci segnalate, ma soprattutto le conseguenze a lungo termine di
tali violenze psicologiche sulla salute dei torturati e sulla loro vita
futura. Le tecniche utilizzate comprendono l’isolamento polungato, la
privazione di sonno, l’obbligo a spogliarsi e rimanere nudi, l’utilizzo
di cani per incutere timore, le umiliazioni sessuali e culturali, le
finte esecuzioni capitali, le minacce di violenza e morte nei confronti
dei detenuti stessi o dei loro cari (in particolare mogli e figlie).
Tutte queste pratiche comportano conseguenze sulla salute dei
prigionieri che le subiscono anche nel lungo periodo. Diversi studi
hanno infatti rivelato come, a seguito di violenze psicologiche, i
torturati sperimentino anche a distanza di tempo “disturbi di memoria,
depressione grave, disturbi fisici come mal di testa e dolori alla
schiena, incubi, sensazione di vergogna e umiliazione, ridotta capacità
di concentrazione”. Secondo fonti di Phr a conoscenza delle condizioni
a Guantanamo, i detenuti manifestano “eloquio incoerente,
disorientamento, manie e paranoie”.
Fermarsi subito. L’organizzazione sottolinea quindi
le possibili conseguenze trattamento per trattamento. L’isolamento,
anche breve, causa difficoltà di concentrazione e di pensiero, ansia,
disorientamento spaziale e temporale, allucinazioni e perdita di
capacità di movimento. La privazione di sonno può dare disturbi di
memoria, di apprendimento e di ragionamento logico, oltre a possibile
ipertensione e malattia cadiovascolare. Le vittime di torture sessuali
portano sempre con loro il marchio di quanto hanno subito. Le
umiliazioni sessuali spesso sono causa del cosiddetto Disturbo Post
Traumatico da Stress, di depressione e di disturbi fisici di vario tipo
(cefalea, disturbi dell’appetito e digestivi); inoltre, a meno di forti
convinzioni religiose che lo vietino, possono anche portare al suicidio.
Valeria Confalonieri