Scritto per noi da
Francesca Marino*

La strada per arrivare fino al campo militare è stretta e
asfaltata solo a tratti. Il rumore del motore risuona innaturale tra i
boschi. L’aria è insolitamente fresca man mano che si sale verso l’alto. Non
ci sono altre macchine che percorrono questa strada. Ogni tanto
incontriamo qualche contadino, qualche scimmia, una vacca solitaria. A un certo
punto due jeep di militari armati che scortano una macchina civile
costituiscono una scena inaspettata ma non insolita da queste parti.
Siamo in Tripura, un piccolo Stato dell’India circondato su tre lati
dal Bangladesh. Percorso da fiumi e fitto di vegetazione cosparsa di villaggi
di capanne di bambù. Un lembo estremo di India che
sembra essere rimasto congelato in un altro tempo.
Dieci o cento anni fa, non importa quanti. Da queste parti, cento anni
sono come un minuto. A tratti, si attraversano luoghi usciti dal British
Raj, da un romanzo di Salgari o da uno studio sull’antropologia
tribale. A ricordare il nostro secolo ci sono soltanto le uniformi dei
soldati, i posti di blocco e lo scintillio dei mitra che marcano il
paesaggio più delle palme da cocco. Perché il Tripura, terra di paesaggi
magnifici, di rovine perfettamente conservate, di gente sorridente e
gentile, non si può percorrere vagabondando a piedi, sui treni o sui bus.
Può capitare di venire rapiti o uccisi o, più spesso, tutte e due le cose
insieme.
Il conflitto. Dall’inizio degli anni ottanta, circa 8mila persone sono
state uccise o rapite dai membri di due gruppi guerriglieri: il National
Liberation Front of
Tripura (Nlft) e lo All Tripura Tigers Force (Attf). I ribelli, di origine tribale,
lottano per avere maggior peso politico
e decisionale: in altri termini per cacciare dal Tripura la
popolazione di origine bengali. Il Tripura, infatti, l’ultimo regno
indipendente a essere annesso all’unione indiana, era abitato in origine principalmente
da indigeni. Gli ‘altri’, i
bengali, sono stati all’inizio chiamati dal vecchio capo del regno. Poi,
all’epoca della divisione tra India e Pakistan, si sono riversati qui in
massa da quello che sarebbe diventato il Pakistan orientale e che adesso si
chiama Bangladesh. Una seconda e più massiccia ondata di profughi è
arrivata negli anni Settanta, durante la guerra di indipendenza del
Bangladesh
contro il Pakistan. Il risultato di questo massiccio
afflusso di esuli è stato innanzitutto un rovesciamento di ordine demografico:
la popolazione tribale costituisce, adesso, soltanto il trenta
per cento di quella totale. I bengali, inoltre, hanno occupato tutti i
posti chiave nel sistema politico, militare e amministrativo dello
Stato. E hanno importato nella regione il partito comunista, che
governa il Tripura e anche lo stato indiano del Bengala.
Guerra, religione e povertà. Fin qui, i fatti. Le versioni sul conflitto, invece,
divergono notevolmente. Secondo i bengali l’ideologia marxista si è
mischiata a quella cristiana propagandata dai missionari che hanno
operato molte conversioni tra gli autoctoni e ha avuto un effetto
devastante sulla loro mentalità e ideologia. I tribali hanno preso le
armi, all’inizio, per rivendicare i loro diritti di cittadini e la
possibilità di auto-governarsi. Secondo gli indigeni, si è trattato invece di
una spontanea reazione di fronte alle evidenti disparità di reddito,
istruzione e ruolo sociale. Questo è il contesto in cui si sono formati i
gruppi guerriglieri.
Alla lotta di classe si è aggiunta, però, anche una
componente religiosa. I tribali di origine induista si sono ribellati
contro le conversioni al cristianesimo operate a suon di mitra dai
membri del Nlft e si è avuta, per un po’ di anni, una guerra interna ai gruppi
combattenti. Per finanziarsi, le due fazioni usavano lo stesso sistema:
rapimento a scopo di estorsione, seguito dall’inevitabile uccisione
dell’ostaggio e da un’ulteriore richiesta di riscatto per la consegna del
corpo. Tutti hanno fatto le spese di questa situazione: i bengali, la cui
vita è costantemente minacciata, e i tribali, abbandonati nei loro
villaggi di capanne e lasciati indietro in un altro secolo, senza
scuole, ospedali, acqua corrente ed elettricità. Maestri, medici, operai e
operatori sociali si rifiutano di andare nei villaggi per paura di
essere uccisi o rapiti. La gente, stanca di essere derubata, minacciata e
terrorizzata ha cominciato a negare qualunque tipo di appoggio ai
guerriglieri, che si sono ritirati nella giungla. Una parte del Nlft,
capeggiata dal loro ex-segretario generale Mantu Konoi, si è arresa alla polizia.