27/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



L'esercito Usa non riesce più a reclutare come prima. I giovani hanno paura di finire in Iraq
scritto per noi da
Matteo Colombi
 
Soldati americani in rassegna a FallujaIn televisione le marcette si moltiplicano, i richiami all’ordine nei confronti della stampa si fanno pressanti, ogni due settimane si pronuncia la sospirata svolta nei confronti degli insorti in Iraq, e poi ricomincia la lista di morti, e di feriti. L’Afghanistan, normalizzato per decreto e dunque derubricato, si rivela di colpo una ferita aperta; con manifestazioni anti-americane che dilagano di città in città, morti in scontri tra manifestanti e forze governantive, soldati americani che continuano a cadere in un conflitto che continua.
 
Il marketing del militarismo verso i giovani questa settimana si è prodigato con accattivanti star della musica mandate a far visita ai soldati, ai feriti lievi, con voli premio in superjet e tour su portaerei. Il “Nick and Jessica’s Tour of Duty” e` una specie di Sonny e Cher Show in uniforme. Questo fluttuar di bandiere su una tv considerata liberal come la ABC, è in realtà il sintomo di una crisi. Il popolo americano non si è svegliato dal torpore mentale, non ha rifiutato il militarismo che permane. Però si sta stancando. I prezzi della benzina non sono scesi, ma le aziende petrolifere fanno profitti record, i salari stagnano, il costo della vita sale. E’ ormai chiaro che in Iraq non è in gioco la sopravvivenza delle nostre famiglie o della nazione e dunque la posta in gioco è distante. Una guerra veloce, con tanto di massacri e senso di vendetta è stata accettabile. Un gioco che va per le lunghe, meno. Ma il silenzio-assenso tiene ancora, poiché i costi e i benefici della guerra sono distribuiti in maniera profondamente asimmetrica. Il debito pubblico; i contraccolpi violenti della creazione di nuovi odi, tutto ciò lo pagheremo più in là. Tuttavia, anche in questa inerte stanchezza la macchina da guerra americana arranca. Ha bisogno di più personale, ma non può andare a disturbare con una leva i ceti medi, o i loro figli all’università, senza provocare un terremoto politico.
 
Il presidente afgano Hamid KarzaiPer poter invadere l’Iraq, gli Usa hanno messo meno truppe in Afghanistan, usandole per continue operazioni di incursione, contrattando con i signori della guerra per spodestare i talebani e tenere poi il controllo del territorio. Dunque hanno inerentemente creato uno stato frammentario. Le chances di Karzai di creare uno stato unitario sono minime perché gli obiettivi imperiali americani contrastano con il metodo scelto. E il metodo scelto nasce dai limiti strutturali e dalla poca importanza che gli Usa assegnano alla ricostruzione dell’Afghanistan in paragone all’Iraq.
 
La ribellione in Iraq, non prevista in tali dimensioni e durata, ha poi costretto l’esercito a utilizzare in massa i riservisti, i guerrieri di un weekend al mese, che dalla protezione civile si sono trovati a fare la guerra, con mezzi e strumenti inferiori alle forze regolari. Non solo.L’esercito ha cominciato a estendere la durata degli ingaggi, a bloccare chi aveva diritto contrattuale ad uscire dalle forze armate, a rimandare in zone di guerra unità fiaccate, pur sapendo che ciò significa personale più affaticato, sotto stress, e meno disposto a ri-arruolarsi. In questo contesto, gli Usa hanno fatto ricorso anche a un vasto assembramento di forze mercenarie, sia nella logistica che nella security. Queste forze costano soldi, ma non necessariamente rendono l’occupazione più agile o efficiente, e probabilmente sono un segno ulteriore di una certa degenerazione.
 
Una perquisizione di civili a BaghdadDa quando gli Usa abolirono la leva, a seguito della rivolta degli studenti universitari riguardo alla guerra in Vietnam, il 2005 è il primo anno in cui il tasso di reclutamento è insufficiente rispetto agli obiettivi stabiliti. Sebbene non si veda e non si senta granché delle decine di migliaia di feriti americani, il reclutamento avviene in comunità dove molti conoscono qualcuno nelle Forze Armate. Sanno che il veterano, ferito o mutilato, trova una vita economica difficile, dove l’assistenzialismo militare da tempo non tiene il passo con i bisogni. Chi pensava di servire in patria con un minimo impegno nella Riserva, sa che oggi si finisce a fare lo stesso lavoro di un soldato regolare, con meno risorse, rischiando di morire.

L’esercito americano, in via straordinaria, venerdì scorso ha sospeso le attività di reclutamento per un giorno intero, e riunirà tutti i suoi reclutatori sul territorio per “tirarli su di morale, e per re-istruirli”. Infatti, nel tentativo di centrare le quote, un numero crescente di uffici di reclutamento stanno accettando reclute con problemi mentali, di tossicodipendenza, con insufficiente preparazione scolastica (il minimo oggi è di aver fatto i primi tre anni delle superiori). Questo spiega la sempre più frenetica campagna mediatica, iperpatriottismo che puzza di angoscia di classe: se i poveri americani non sono più così disposti a mettersi l’uniforme, e l’esercito iracheno non è pronto a sostituire i GI-Joe, non rimane che la leva o il ritiro.

Categoria: Guerra, Politica
Luogo: Stati Uniti
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