26/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Vita difficile per i tamil che rifiutano la guerra nel nord e nell'est dello Sri Lanka
  Guerriglieri tamil
La tragedia della popolazione Tamil in Sri Lanka non ha fine. A ricordarlo è l’organizzazione umanitaria Human Rights Watch (Hrw) che denuncia: “Le continue sparizioni ed uccisioni di civili tamil hanno diffuso un clima di paura in tutto il Paese”. Dopo il cessate il fuoco del febbraio 2002 tra i guerriglieri separatisti delle Tigri per la liberazione della patria tamil (Ltte) e il governo, duecento membri della minoranza indù (15 per cento di una popolazione prevalentemente cingalese e buddista) sono stati uccisi per ragioni politiche. Dall’inizio del conflitto nei primi anni ’80 a oggi, inoltre, si è avuta notizia di 900 sparizioni, delle quali 400 sono state confermate dalla Missione di monitoraggio locale sostenuta dalla Norvegia, che ha fatto da mediatrice nelle trattative di pace.
 
Attacchi ai giornalisti. Numeri aggravati dai tragici fatti degli ultimi mesi. Il 29 aprile scorso un celebre giornalista tamil, Dharmaretnam Sivaram, è stato rapito nel centro della capitale Colombo e ucciso. Il suo corpo è stato ritrovato vicino al complesso di edifici che formano il Parlamento. Nei giorni successivi il condirettore di un quotidiano tamil, Vediwel Thevaraj, ha ricevuto minacce di morte. Un anno prima il corrispondente della Bbc, Ayyadurai Nadesan, era stato freddato nella città orientale di Batticaloa. E così via, in una drammatica sequenza che mostra quanto sia rischioso lavorare per i media in Sri Lanka.
 
Impunità. Hrw ha chiesto la creazione di una commissione indipendente di inchiesta, perché da sempre le uccisioni indiscriminate e le sparizioni restano impunite. Senza indagini ed equi processi è molto difficile stabilire chi siano i colpevoli di questi delitti. Le vittime più recenti erano per lo più oppositori delle Tigri ed in alcuni casi è evidente la responsabilità della guerriglia. La situazione poi è peggiorata dopo la spaccatura (marzo 2004) del movimento ribelle in una fazione orientale e in un’altra settentrionale: il nord e l’est dello Sri Lanka, infatti, sono le regioni a maggioranza tamil dove si consuma ancora la guerra ultraventennale che ha causato finora 65mila morti. Alle violenze tra soldati governativi e ribelli si sono aggiunti gli scontri interni ai gruppi guerriglieri. “Dopo la frattura delle Tigri abbiamo paura. Qualsiasi cosa scriviamo, rischiamo la vita”. Questa è l’opinione comune dei cronisti locali.
 
CartinaLe responsabilità del governo e della comunità internazionale. Ma i guerriglieri negano di aver commesso tali azioni e il governo langue in una quasi totale indifferenza. Solo nel 2004 le autorità hanno condannato pubblicamente l’aumento degli assassinii politici, ma non hanno preso alcuna misura concreta a riguardo. “In tutti questi anni di uccisioni – dice Brad Adams di Hrw – non abbiamo ancora visto il governo investigare, processare e punire i responsabili delle violenze contro i tamil”. Anche gran parte della comunità internazionale intanto, secondo l’ong, è rimasta troppo a lungo in silenzio: la conferenza dei donatori (cui appartengono potenze come Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna) ha promosso la collaborazione con l’Ltte nella gestione degli aiuti alle vittime dello tsunami, ma non si è pronunciata contro gli atti efferati. Fanno eccezione Unione Europea e Canada, che hanno chiesto alle Tigri di fermare lo
stillicidio.
 
I desaparecidos arrestati dalla polizia. L’appello di Hrw, tuttavia, non sottolinea che la maggior parte dei desaparecidos tamil, dai primi anni Ottanta a oggi, sono stati portati via dalle forze dell’ordine. In tutto il periodo del conflitto, come spesso accade nelle guerre civili, il governo e la guerriglia hanno rivaleggiato in abusi: torture, stupri e appunto sparizioni. Tra il ’96 e il ’97 si è scoperto che la polizia ha arrestato e poi fatto sparire 600 persone ed una fossa comune con 400 cadaveri è stata trovata un anno più tardi nella città settentrionale di Chemmani. Tuttora il nord e l’est, le aree più povere del Paese, sono militarizzati e disseminati di mine, sparse sia dall’esercito sia dai ribelli. I segni del conflitto e le continue interruzioni del cessate il fuoco, inoltre, complicano la ricostruzione nelle zone colpite dal maremoto del 26 dicembre scorso. E a farne le spese sono sempre i civili, costretti a sopravvivere in condizioni di insicurezza fisica e psicologica. 

Francesca Lancini

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