Vita difficile per i tamil che rifiutano la guerra nel nord e nell'est dello Sri Lanka
La tragedia della popolazione Tamil in Sri Lanka non ha
fine. A ricordarlo è l’organizzazione umanitaria Human Rights Watch (Hrw) che
denuncia: “Le continue sparizioni ed uccisioni di civili tamil hanno diffuso un
clima di paura in tutto il Paese”. Dopo il cessate il fuoco del febbraio 2002
tra i guerriglieri separatisti delle Tigri per la liberazione
della patria tamil (Ltte) e il governo, duecento membri della minoranza indù
(15 per cento di una popolazione prevalentemente cingalese e buddista) sono
stati uccisi per ragioni politiche. Dall’inizio del conflitto nei primi anni
’80 a oggi, inoltre, si è avuta notizia di 900 sparizioni, delle quali 400 sono
state confermate dalla Missione di monitoraggio locale sostenuta dalla
Norvegia, che ha fatto da mediatrice nelle trattative di pace.
Attacchi ai giornalisti. Numeri aggravati dai tragici fatti degli
ultimi mesi. Il 29 aprile scorso un celebre giornalista tamil, Dharmaretnam Sivaram,
è stato rapito nel
centro della capitale Colombo e ucciso. Il suo corpo è stato ritrovato vicino
al complesso di edifici che formano il Parlamento. Nei giorni successivi il
condirettore di un quotidiano tamil, Vediwel Thevaraj, ha ricevuto minacce di
morte.
Un anno prima il corrispondente della Bbc, Ayyadurai Nadesan, era stato freddato
nella città orientale di
Batticaloa. E così via, in una drammatica sequenza che mostra quanto sia
rischioso lavorare per i media in Sri Lanka.
Impunità. Hrw ha chiesto la creazione di una commissione
indipendente
di inchiesta, perché da sempre le uccisioni indiscriminate e le
sparizioni
restano impunite. Senza indagini ed equi processi è molto difficile
stabilire
chi siano i colpevoli di questi delitti. Le vittime più recenti erano
per lo
più oppositori delle Tigri ed in alcuni casi è evidente la
responsabilità della
guerriglia. La situazione poi è peggiorata dopo la spaccatura (marzo
2004) del
movimento ribelle in una fazione orientale e in un’altra
settentrionale: il
nord e l’est dello Sri Lanka, infatti, sono le regioni a maggioranza
tamil dove si consuma ancora la guerra ultraventennale che ha causato
finora 65mila
morti. Alle violenze tra soldati governativi e ribelli si sono aggiunti
gli
scontri interni ai gruppi guerriglieri. “Dopo la frattura delle Tigri
abbiamo
paura. Qualsiasi cosa scriviamo, rischiamo la vita”. Questa è
l’opinione comune
dei cronisti locali.
Le responsabilità del governo e della comunità internazionale. Ma i guerriglieri negano di aver commesso tali azioni e il
governo langue in una quasi totale indifferenza. Solo nel 2004 le autorità
hanno condannato pubblicamente l’aumento degli assassinii politici, ma non hanno
preso alcuna misura concreta a riguardo. “In tutti questi anni di uccisioni –
dice Brad Adams di Hrw – non abbiamo ancora visto il governo investigare, processare
e punire i responsabili delle violenze contro i tamil”. Anche gran parte della
comunità internazionale intanto, secondo l’ong, è rimasta troppo a lungo in
silenzio: la conferenza dei donatori (cui appartengono potenze come Stati
Uniti, Giappone e Gran Bretagna) ha promosso la collaborazione con l’Ltte nella
gestione degli aiuti alle vittime dello tsunami, ma non si è pronunciata contro
gli atti efferati. Fanno eccezione Unione Europea e Canada, che hanno chiesto
alle Tigri di fermare lo
stillicidio.
I desaparecidos arrestati dalla polizia. L’appello di Hrw, tuttavia, non sottolinea che la maggior parte dei
desaparecidos tamil, dai primi anni
Ottanta a oggi, sono stati portati via dalle forze dell’ordine. In tutto il
periodo del conflitto, come spesso accade nelle guerre civili, il governo e la
guerriglia hanno rivaleggiato in abusi: torture, stupri e appunto sparizioni.
Tra il ’96 e il ’97 si è scoperto che la polizia ha arrestato e poi fatto
sparire 600 persone ed una fossa comune con 400 cadaveri è stata trovata un
anno più tardi nella città settentrionale di Chemmani. Tuttora il nord e l’est,
le aree più povere del Paese, sono militarizzati e disseminati di mine, sparse
sia dall’esercito sia dai ribelli. I segni del conflitto e le continue
interruzioni del cessate il fuoco, inoltre, complicano la ricostruzione nelle
zone colpite dal maremoto del 26 dicembre scorso. E a farne le spese sono
sempre i civili, costretti a sopravvivere in condizioni di insicurezza fisica
e
psicologica.