27/01/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Milizie private, esplorazioni petrolifere e dichiarazioni di fuoco contro il governo somalo. Lo staterello semiautonomo ormai guarda altrove

La parola tabou è "secessione" e persino chi starebbe per proclamarla, la nega. "Il Puntland non ha nessuna intenzione di secedere dalla Somalia", dice il ministro per la Pianificazione e la Cooperazione internazionale, Omar Mohammed Daoud. Però i fatti raccontano un'altra storia e dicono che la distanza tra Mogadiscio e lo staterello, semiautonomo dal 1998, è ormai quasi incolmabile. L'ultimo atto risale al 22 gennaio, quando il viceministro degli Interni, Yusuf Ali Gaab, annuncia che il Consiglio dei ministri del Puntland ha votato un divieto di ingresso per i funzionari e i rappresentanti del Governo federale di transizione somalo (Gft): "Abbiamo informato tutti i dipartimenti governativi, aereoporti compresi, che i membri e rappresentanti del Gft non possono mettere piedi nel Puntland". Pochi giorni prima, da Garowe, la capitale della regione, erano arrivati altri due schiaffi: il Primo ministro Abdirahman Mohammed Farole aveva inferto un primo colpo al traballante esecutivo di Mogadiscio, sostenendo che il Gft "non rappresenta il Puntland in nessun forum internazionale", ed aggiungendo che le Nazioni Unite avrebbero dovuto "rivedere l'appoggio concessogli a spese degli interessi del popolo della Somalia". Un colpo più duro lo ha assestato il ministro delle Attività ittiche, Mohammed Farah Aden, lanciando un avvertimento alla comunità internazionale che da anni investe milioni di dollari nel tentativo di portare un minimo d'ordine nel pantano somalo e toccando un argomento al quale a Washington sono molto sensibili: "Più di 12 mila soldati del Gft sono stati addestrati in Uganda e Gibuti grazie al sostegno internazionale; la domanda è: dove sono adesso? Stanno difendendo Mogadiscio? No, perché in gran parte si sono uniti agli insorgenti". Ovvero alle milizie filoqaediste di al Shabaab.

L'accusa principale che dal Puntland muovono alla Somalia è quella di non aver realizzato nei fatti quel federalismo che pure è un punto centrale nel documento di costituzione del Governo federale di transizione e di aver quasi emarginato lo stato semiautonomo nei colloqui di pace di Gibuti del 2008/2009, che portò alla formazione del medesimo. Se la delusione politica è reale, ci sono coincidenze che colpiscono. Ad esempio, proprio negli ultimi giorni il governo del Puntland ha concesso un proroga della licenza per condurre esplorazioni petrolifere alla Africa Oil Corp, in una joint venture con Range Reosurces Ltd e Lion Energy. Due le aree, la valle di Dhoor e quella di Nugaal, in cui condurrà le sue operazioni la società canadese, che sta scavando già in Etiopia e in Kenya. "L'area intorno alla faglia dell'Africa orientale è il più grande giacimento inesplorato", dicono dal quartier generale del gruppo a Vancouver. Il presidente Keith Hill si è spinto a ipotizzare che il Puntland abbia giacimenti pari a quelli dello Yemen, oltre sei miliardi di barili. Queste risorse potrebbero spiegare l'ulteriore allontanamento dalla Somalia ma anche la notizia, confermata, secondo la quale una compagnia privata, la Saracen Int. starebbe addestrando una milizia professionale di mille uomini nel Puntland: che serva davvero nella lotta alla pirateria, non ci crede quasi nessuno; è molto più verosimile che l'investimento sulla sicurezza segua una necessità di stabilizzazione di un'area in cui, a breve, verranno condotte operazioni molto delicate e nella quale sono in gioco affari miliardari.

Anche gli Stati Uniti negli ultimi mesi hanno modificato la loro politica nei confronti della Somalia, varando una strategia "dual track", del doppio bianrio, continuando cioè a interloquire con il Gft ma riconoscendo a entità quali Somaliland e Puntland una personalità giuridica ancor più delineata e autonoma, rafforzando la presenza di diplomatici e consiglieri in quelle aeree, mossa che in genere prelude ad una prossima secessione, come dimostra il caso del Sud Sudan. Considerando che parallelamente a Washington starebbe cambiando anche la strategia nei confronti di al Shabaab, con l'obiettivo di ripulirla dagli elementi stranieri e più radicali e trasformarla nella colonna portante di un futuro esercito somalo, viene da pensare che qualcuno negli Stati Uniti, ma non solo, si stia preparando alla nascita di una Somalia ridimensionata da un punto di vista territoriale, separata da un nord che è l'area più stabile ma anche più interessante, con grandi ricchezze minerarie e di idrocarburi, e il controllo strategico della punta del Corno, fondamentale nella lotta alla pirateria. D'altronde, il Puntlkand dal 2009 ha un suo inno e una sua bandiera. Ma la sua stabilità non andrebbe sovrastimata. Il governo è sfidato da una milizia islamica che è ritenuta alleata di al Shabaab, che infesta la regione dei monti Galgala. Spira aria di ribellione nell'area di Cayn in cui sta nascendo un'amministrazione autonoma e lo scontento è molto forte anche nel distretto di Mudug. Qui, martedì sera è stato assassinato il procuratore Abdikadir Jama "Nugal": è stato freddato all'uscita della moschea da tre uomini armati. Si tratta dell'ennesimo omicidio politico, il primo però di alto profilo negli ultimi mesi. E infine c'è il conflitto strisciante col Somaliland, altra macroregione dichiaratasi indipendente dalla Somalia nel 1991, che avanza rivendicazioni territoriali sulle aree di Cayn, Sool e Sanaag. Forse, i mille uomini addestrati dalla Saracen servono anche a questo.

Alberto Tundo

Categoria: Guerra, Risorse, Politica, Popoli
Luogo: Somalia