25/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il rapporto annuale di Amnesty International accusa gli Stati Uniti e le loro politiche
Il rapporto 2005Se quattro anni dopo l'11 settembre i diritti umani continuano a essere mortificati in tutto il mondo, la responsabilità maggiore è proprio degli Stati Uniti. E' una denuncia impietosa, quella di Irene Khan, segretario generale di Amnesty International, che stamani ha presentato il Rapporto annuale 2005 sulla situazione dei diritti umani nel mondo. Un quadro a tinte fosche per 149 Paesi esaminati, dall'Afghanistan allo Zimbabwe, ma anche per le democrazie dell'Occidente, dove le garanzie legali dei cittadini vengono progressivamente erose dai governi in nome della guerra al terrore propugnata dagli Stati Uniti. "Nella loro veste di superpotenza senza pari nel campo economico, politico e militare, gli Usa forniscono la linea di condotta per i governi in tutto il mondo", ha detto Khan. "Facendosi beffe della legge e dei diritti umani, Washington concede anche agli altri la licenza a commettere soprusi impunemente". Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti, dalla prigione di Abu Ghraib, i cui abusi non sono mai stati adeguatamente perseguiti e puniti, alla detenzione senza processo dei 'combattenti nemici' di Guantanamo, alla consegna dei sospetti terroristi a Paesi nei quali vige la tortura. Così, mentre il presidente Bush dichiara che il suo Paese è interamente dedito alla causa della dignità umana, gli spettatori internazionali non possono fare a meno di notare come la distanza tra retorica e realtà sia in continuo aumento. E tuttavia, non ci sono solo gli Stati Uniti nella lista nera di Amnesty, né ci sono solo gli abusi compiuti nei confronti dei detenuti, in violazione della Convenzione di Ginevra.
 
Il sergente Graner ad Abu GhraibLa globalizzazione degli abusi. Dall'11 settembre la distinzione tra guerra al terrore e guerra al narcotraffico ha spinto i Paesi dell'America Latina a mettere in campo l'esercito per combattere crimini il cui contrasto era tradizionalmente affidato alle forze di polizia. Ed è colpa della 'guerra al terrore' se nei Paesi asiatici è aumentata la repressione, di concerto con la discriminazione delle minoranze, ai danni di popolazioni prostrate da povertà e fame. Qui i conflitti a bassa intensità si sono acutizzati, al pari dei Paesi africani, lacerati da guerre regionali e repressione politica, mentre il mondo assisteva al fallimento della comunità internazionale nella vana ricerca di soluzioni per porre termine al massacro nel Darfur. In Medio Oriente è proseguita la costruzione di un muro che accerchia città e isola villaggi palestinesi nonostante la sentenza contraria della Corte internazionale di giustizia. Processi iniqui si sono svolti in Marocco, Arabia Saudita, Yemen e Tunisia. In Uzbekistan il governo ha incarcerato centinaia di musulmani accusati di contiguità con il terrorismo islamico, mentre le forze di sicurezza russe hanno continuato a godere dell'impunità per i soprusi commessi in Cecenia.
 
Il Nobel per la pace Aung San Su KiLe responsabilità di governi e istituzioni. La condanna di Irene Khan non risparmia nemmeno gli attori istituzionali, come la Commissione Onu per i diritti umani, colpevole di non aver posto sotto esame l'Iraq quando necessario, di non aver concordato azioni per la Cecenia, il Nepal, lo Zimbabwe, e per il suo silenzio su Guantanamo. La stessa Unione Europea ha "mostrato mancanza di volontà politica  - spiega ancora Khan - nell'affrontare le violazioni dei diritti umani all'interno dei propri confini". E l'Italia? Ricordando il caso della Cap Anamur, la nave i cui clandestini vennero dapprima salvati poi rispediti fuori dai confini nazionali, il rapporto cita la "limitazione del diritto di asilo" da parte del governo italiano. "La deportazione verso Egitto e Libia - vi si legge - nei mesi di ottobre 2004 e marzo 2005 di centinaia di cittadini stranieri arrivati via mare è avvenuta in violazione delle principali convenzioni in materia di diritti umani e dei rifugiati". La speranza, per Amnesty, è costituita dalle sentenze giudiziarie (come quella della Corte Suprema Usa per Guantanamo), dalla resistenza popolare, dalla pressione pubblica e dalle iniziative di riforma delle Nazioni Unite. "La sfida per il movimento dei diritti umani - conclude il rapporto - è di accrescere il potere della società civile e spingere i governi a mantenere le loro promesse".

Luca Galassi

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