scritto per noi da
Gabriella
Il 17 e il 18 marzo 2004 il Kosovo,
all'improvviso, è ripiombato nel clima di guerra del 1999. Il bilancio
di due giorni di violenze fu terribilie: 19 morti, 550 case serbe, rom
e ashkali (albanesi di lingua e cultura rom) distrutte e 27
luoghi di culto ortodossi dati alle fiamme. Più di 4 mila sfollati.
Tutto è accaduto per una notizia falsa messa in giro ad arte
da chi non ha mai voluto la pace e la convivenza.
A ben pensarci, non
tutto è accaduto all'improvviso. Bisognava aspettarselo. I ruoli, dopo
la guerra del 1999, si sono capovolti: ora gli albanesi perseguitano i
serbi rimast a vivere in Kosovo. Se i serbi hanno perso la casa, la
forza multinazionale ha perso la faccia. Nessuno tra Unmik (forza di
pace dell'Onu), KFOR (forza di pace della NATO) e Kps (polizia autonoma
di etnia albanese) è stato capace di porre fine agli attacchi. Sembra
che della 'guerra umanitaria' di qualche anno fa restino intatti i
problemi e il carnevale inutile di
sigle.
Oggi è un giorno di sole. L'estate, qui in Kosovo
è molto calda e tutti bagnano le strade, polverose e roventi, per avere
un po’ di sollievo, perché la frutta del negozio non appassisca, perché
i clienti del bar si godano il fresco.
Vivo
qui dal mese di Dicembre 2003 e starò qui fino al Novembre 2004. Sono
partita la prima volta nel 2002 e il Kosovo mi ha accolta e io ho
accettato, perché avevo voglia di conoscere, avevo voglia di capire.
Per chi non è nato qui, forse, non
basterebbe una vita intera per capire. La mia sensazione dopo due anni
di viaggi è questa, ma si può provare, si può tentare anche se è
necessario fare passi piccoli, guardare e non giudicare, darsi del
tempo, rispettare la vita degli altri, serbi, albanesi, turchi, rom,
ashkalia.
Il rispetto, questa è la prima
cosa che ho imparato. Il rispetto per una regione che non ha mai avuto
pace: "ottomani, slavi, e ora l' UNMIK", ho
sentito dire da un signore incontrato sul lavoro. Qui l'atmosfera è
calma, ma gli umori sono a terra, la gente si sente depressa, con poche
speranze per il futuro e la sindrome di marzo colpisce indistintamente.
Maggioranza e minoranze: tutti credono che
il futuro sia una prospettiva difficile, impervia, fatta di lunghe
strade da percorrere e di passaporti da ottenere e di visti per uscire,
scappare, vivere.
Non mi piace definirmi
internazionale, ma questo è quello che sono e non sempre è una
posizione facile da sopportare. Sono straniera, non sempre sento di
essere al posto giusto, non sempre sento che tutto il lavoro di questi
stranieri sia la cosa giusta.
Sono passati cinque anni dalla
fine della guerra e quali sono stati i cambiamenti reali? Possiamo
provare a riconoscerli, possiamo provare a capire se sono stati
fisiologici o sono stati frutto di un lavoro mirato o semplicemente
possiamo provare a stare in mezzo alla gente e, senza dimenticarci chi
siamo e da dove veniamo (quali sono le lenti con cui percepiamo la
realtà…), metterci in ascolto.
Qui i
retaggi del passato si mischiano e si confondono con dettagli del
presente e scattare una foto di questo 2004 sembra piuttosto
complicato, troppi i particolari da cogliere, molte le informazioni
insidiose da decriptare.
La mia esperienza
qui è un'esperienza di vita, tra la gente che fu della Jugoslavia, tra
la gente che non sa più a cosa appartiene veramente. Jelena, Slobodan,
Senada, Visar, Islam: nomi che rievocano profumi, ricordi di culture
diverse, suoni familiari, vicini tra loro in questo piccolo pezzetto
d'Europa orientale, ma così lontani con la mente, con il cuore, con le
possibilità.
Ognuno di loro ha una storia
molto simile, ma i tempi sono diversi. Marzo ha portato con sè il
freddo inverno dei sentimenti e la primavera delle speranze ha fatto
centinaia di passi indietro, difficili da recuperare, non ora, forse è
troppo presto.
Scrivo da Prizren, la città
con le moschee e le chiese ortodosse e la chiesa cattolica e i ponti e
tutto il resto, scrivo dalla città che fu preservata durante la guerra
e che ora non riesce a nascondere lo scempio del suo prezioso
patrimonio artistico dato alle fiamme, scrivo dal mio ufficio, un pò in
periferia, con la corrente che va e che viene in questi giorni, scrivo
perché sono in Europa, ma a volte mi sembra di essere dall’altra parte
del mondo….