31/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Una volontaria italiana racconta le conseguenze degli scontri di marzo del 2004
scritto per noi da
Gabriella
 
Casa distrutta in KosovoIl 17 e il 18 marzo 2004 il Kosovo, all'improvviso, è ripiombato nel clima di guerra del 1999. Il bilancio di due giorni di violenze fu terribilie: 19 morti, 550 case serbe, rom e ashkali (albanesi di lingua e cultura rom) distrutte e 27 luoghi di culto ortodossi dati alle fiamme. Più di 4 mila sfollati. Tutto è accaduto per una notizia falsa messa in giro ad arte da chi non ha mai voluto la pace e la convivenza.
 
A ben pensarci, non tutto è accaduto all'improvviso. Bisognava aspettarselo. I ruoli, dopo la guerra del 1999, si sono capovolti: ora gli albanesi perseguitano i serbi rimast a vivere in Kosovo. Se i serbi hanno perso la casa, la forza multinazionale ha perso la faccia. Nessuno tra Unmik (forza di pace dell'Onu), KFOR (forza di pace della NATO) e Kps (polizia autonoma di etnia albanese) è stato capace di porre fine agli attacchi. Sembra che della 'guerra umanitaria' di qualche anno fa restino intatti i problemi e il carnevale inutile di sigle.
 
Oggi è un giorno di sole. L'estate, qui in Kosovo è molto calda e tutti bagnano le strade, polverose e roventi, per avere un po’ di sollievo, perché la frutta del negozio non appassisca, perché i clienti del bar si godano il fresco.
 
Vivo qui dal mese di Dicembre 2003 e starò qui fino al Novembre 2004. Sono partita la prima volta nel 2002 e il Kosovo mi ha accolta e io ho accettato, perché avevo voglia di conoscere, avevo voglia di capire.
 
Per chi non è nato qui, forse, non basterebbe una vita intera per capire. La mia sensazione dopo due anni di viaggi è questa, ma si può provare, si può tentare anche se è necessario fare passi piccoli, guardare e non giudicare, darsi del tempo, rispettare la vita degli altri, serbi, albanesi, turchi, rom, ashkalia.
 
Il rispetto, questa è la prima cosa che ho imparato. Il rispetto per una regione che non ha mai avuto pace: "ottomani, slavi, e ora l' UNMIK", ho sentito dire da un signore incontrato sul lavoro. Qui l'atmosfera è calma, ma gli umori sono a terra, la gente si sente depressa, con poche speranze per il futuro e la sindrome di marzo colpisce indistintamente.
 
Maggioranza e minoranze: tutti credono che il futuro sia una prospettiva difficile, impervia, fatta di lunghe strade da percorrere e di passaporti da ottenere e di visti per uscire, scappare, vivere.
 
Non mi piace definirmi internazionale, ma questo è quello che sono e non sempre è una posizione facile da sopportare. Sono straniera, non sempre sento di essere al posto giusto, non sempre sento che tutto il lavoro di questi stranieri sia la cosa giusta.
 
Sono passati cinque anni dalla fine della guerra e quali sono stati i cambiamenti reali? Possiamo provare a riconoscerli, possiamo provare a capire se sono stati fisiologici o sono stati frutto di un lavoro mirato o semplicemente possiamo provare a stare in mezzo alla gente e, senza dimenticarci chi siamo e da dove veniamo (quali sono le lenti con cui percepiamo la realtà…), metterci in ascolto.
 
Qui i retaggi del passato si mischiano e si confondono con dettagli del presente e scattare una foto di questo 2004 sembra piuttosto complicato, troppi i particolari da cogliere, molte le informazioni insidiose da decriptare.
 
La mia esperienza qui è un'esperienza di vita, tra la gente che fu della Jugoslavia, tra la gente che non sa più a cosa appartiene veramente. Jelena, Slobodan, Senada, Visar, Islam: nomi che rievocano profumi, ricordi di culture diverse, suoni familiari, vicini tra loro in questo piccolo pezzetto d'Europa orientale, ma così lontani con la mente, con il cuore, con le possibilità.
 
Ognuno di loro ha una storia molto simile, ma i tempi sono diversi. Marzo ha portato con sè il freddo inverno dei sentimenti e la primavera delle speranze ha fatto centinaia di passi indietro, difficili da recuperare, non ora, forse è troppo presto.
 
Scrivo da Prizren, la città con le moschee e le chiese ortodosse e la chiesa cattolica e i ponti e tutto il resto, scrivo dalla città che fu preservata durante la guerra e che ora non riesce a nascondere lo scempio del suo prezioso patrimonio artistico dato alle fiamme, scrivo dal mio ufficio, un pò in periferia, con la corrente che va e che viene in questi giorni, scrivo perché sono in Europa, ma a volte mi sembra di essere dall’altra parte del mondo….
Categoria: Guerra
Luogo: Serbia