19/01/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Molta economia sul piatto, dopo l'annus horribilis delle relazioni Cina-Usa

I temi sul tavolo ha cercato di anticiparli il segretario di Stato Usa Hillary Clinton, dichiarando alla stampa che gli Usa chiedono una maggiore cooperazione cinese per risolvere la questione del nucleare nord-coreano e "l'atteggiamento provocatorio" del regime di Pyongyang, aggiungendo che gli Usa sono pronti anche a "sanzioni unilaterali" contro l'Iran.
Fonti americane hanno anche anticipato un accordo di cooperazione sulla sicurezza nucleare, mentre il Washington Post ha pronosticato che la politica del sorriso di Obama verso il Dragone è ormai storia passata. Da oggi, a causa delle incomprensioni e dei mancati passi avanti (in termini di interessi Usa) del 2010, sarà fermezza.
Fatto sta che il vertice di Washington tra Barack Obama e Hu Jintao mette a confronto le due superpotenze soprattutto su temi economici, quelli che davvero contano.
Lo stile diplomatico è assai diverso: al fuoco di sbarramento delle dichiarazioni statunitensi fa da contraltare la strategia dei mutamenti sottili (e quasi sottaciuti) della delegazione cinese.

Fino a pochi mesi fa, l'oggetto del contendere era per esempio la rivalutazione dello yuan, che impediva alle merci statunitensi di essere competitive con quelle cinesi. Da Pechino facevano notare che gli Usa avrebbero dovuto puntare sulle loro eccellenze ed esportare in Cina quelle tecnologie - soprattutto verdi - che Washington si rifiutava di cedere perché "sensibili".
Ora che la battaglia dell'export a basso costo è ormai persa - come riconosce anche il Washington Post -  sono proprio imprese Usa del calibro di Microsoft e General Electric a fare lobbying sul loro stesso presidente affinché appoggi le industrie high-tech nella loro corsa verso il mercato più grande del mondo. Nel frattempo però la Cina ha tirato su qualche barricata e si è messa a finanziare le tecnologie prodotte in casa per favorire l'innovazione.
 
Apparentemente si tratta di un'occasione persa, ma in realtà sono da tempo in corso scambi proficui. Esiste per esempio già un centro di ricerca congiunto - il U.S.-China Clean Energy Research Center, fondato nel 2009 - dove si studiano veicoli elettrici, tecnologie per il carbone "pulito" e costruzioni efficienti dal punto di vista energetico. La stessa General Electric ha stipulato un accordo con la China Huadian per produrre turbine a gas per il mercato cinese. Valore: 350 milioni di dollari per l'export Usa.
Il problema, se mai, è il copyright. Gli americani non si sentono abbastanza tutelati dalle leggi cinesi: temono che esportando tecnologia oltre Muraglia consegnerebbero di fatto il proprio know-how a chi lo copierebbe e riprodurrebbe a basso costo in barba ai brevetti depositati.

Quindi, bisogna aprire i lucchetti del mercato cinese ma fare anche la voce grossa. Del resto Washington ha le sue carte da giocare, dato che i due settori nei quali sopravanza il Dragone, probabilmente ancora a lungo, sono quelli delle armi e del soft power, cioè dell'immaginario: riesce a convincere il mondo di avere ragione e rendere vani i tentativi di Pechino per accreditarsi come partner pacifico e responsabile.
Per scongiurare i timori Usa, Hu arriva molto pragmaticamente a Washington offrendo posti di lavoro sullo stesso suolo americano. Il presidente cinese, ripreso sempre dal Post, ha per esempio citato il caso della Wanxiang International, gigante della componentistica auto, che ha già acquistato una ventina di ditte Usa e dato lavoro a 5mila persone. Troppo poco, rispondono gli Usa, ma nel 2009 gli investimenti cinesi negli Stati Uniti sono raddoppiati rispetto all'anno prima, raggiungendo i 12 miliardi di dollari.
Continuano le schermaglie, ma tra persone ragionevoli un accordo si troverà.

Gabriele Battaglia

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