
Ristagno economico, forte svalutazione della moneta e innalzamento dei prezzi,
calo vertiginoso della produzione e degli investimenti, carenza di beni di prima
necessità. E una carestia che minaccia un quinto della popolazione.
Si potrebbe riassumere così l’aggravarsi della crisi economica che nelle ultime
settimane ha colpito lo Zimbabwe all’indomani delle elezioni che hanno confermato
il presidente Robert Mugabe e il suo partito, lo
Zanu Patriotic Front, alla guida del Paese.
Un Paese dove, secondo diversi rapporti e bollettini redatti dalle agenzie di
sviluppo e di monitoraggio dell’economia, la situazione starebbe peggiorando di
giorno in giorno, con il rischio di una crisi umanitaria e politica costantemente
dietro l’angolo.
L’ombra della carestia. Nonostante le continue smentite e rassicurazioni del governo di Harare, un documento
prodotto dalla Famine Early Warning System Network, un coordinamento di agenzie di ricerca per prevenire la fame nel mondo, oltre
due milioni di persone rischiano di essere colpite da una carestia in Zimbabwe
nei prossimi mesi. L’agricoltura, una delle principali fonti di sostentamento
della già disastrata economia zimbabwese, è vittima di una crisi che ha ridotto
a un terzo la produzione del grano: invece del milione e mezzo di tonnellate necessarie al
fabbisogno dell’intera popolazione, gli esperti prevedono che dai raccolti di
quest’anno verrà prodotto soltanto un terzo della cifra.
Un dato che preoccupa non poco, visto che la situazione non è rosea in alcune
zone rurali attorno alla città di Bulawayo, la seconda più importante del Paese
e forse la più colpita dalla recessione. Ma anche a Harare la crisi si fa sentire.
Stando a varie testimonianze di cittadini comuni raccolte da vai giornali e agenzie,
i negozi di alimentari e le bancarelle dei mercati sono sempre più vuote, oppure
offrono beni che un numero sempre più ristretto di persone si può permettere.
Colpa soprattutto della caduta a picco della valuta nazionale, il dollaro zimbabwese,
e del conseguente aumento dei prezzi che hanno fatto crescere a loro volta un
mercato nero sempre più protagonista dell’economia.
“Il latte e lo zucchero non si trovano nemmeno più nei negozi”, racconta al telefono
da Harare, R.M., un esperto di sociologia dello sviluppo che preferisce restare
anonimo per motivi di sicurezza. "Sono diventati un bene di lusso, come purtroppo
molti altri prodotti a uso quotidiano. Adesso se vuoi andare a comprare due chili
di zucchero devi cercarlo al mercato nero. Solo che con l’inflazione ora costa
il doppio. Chi se lo può più permettere?”.
Come se non bastasse la carenza di carburante è un altro dei gravi problemi che
attanagliano l’economia del piccolo Paese dell’Africa meridionale privo di sbocchi
sul mare. Il giornale britannico Guardian raccontava già a fine aprile scorso che fuori dai centri abitati si formavano
lunghe code di camion davanti ai distributori, paralizzando così l'intero sistema
di trasporti del Paese, senza il quale il commercio ristagna irrimediabilmente.
Alla radice del problema. Cosa ha generato questa crisi? Sono in molti a ritenere che sia colpa delle
politiche perseguite da Robert Mugabe e il suo partito. "Da quando il presidente
cacciò con la forza i
white farmers (latifondisti bianchi) cinque anni fa, nessuno vuole più investire in Zimbabwe",
continua R.M. "D’altronde è normale, chi si fiderebbe ad aprire un negozio o un’attività
in un Paese dove qualsiasi cosa ti può essere tolta da un giorno all’altro con
metodi poco ortodossi? La re-distribuzione dei terreni è un esempio di quanto
sia irrazionale e scriteriata questa società: molti dei terreni sono stati spartiti
da ex combattenti e veterani di guerra che non avevano idea di come farli andare
avanti. Infatti sono rimasti incolti e hanno smesso di produrre. Questo non fa
che allontanare gli investitori. Per non parlare del turismo, che prima era una
risorsa, mentre adesso i visitatori si tengono lontani per ovvi motivi di sicurezza.
Siamo costretti a comprare, comprare, comprare, senza produrre né esportare alcunché”.
Qualunque sia stata, la risposta del governo di Mugabe all’espansione del mercato
nero non sembra aver portato a molto, anzi: mercoledì 17 maggio le forze dell’ordine
hanno lanciato una maxi-operazione contro i venditori ambulanti, spesso spinti
in strada dalla fame e dalla disoccupazione.
La fame come minaccia. Every man gotta right to decide his own destiny…Africans a liberate Zimbabwe (Ognuno ha il diritto di decidere il suo destino…gli africani hanno liberato
lo Zimbabwe). Quando scrisse la celebre canzone in onore di uno dei Paesi che
si erano liberati con successo al giogo coloniale bianco, Bob Marley forse non
immaginava che proprio quello Zimbabwe, simbolo dell’indipendenza, sarebbe poi
finito nel vortice di un regime dittatoriale che, a lungo termine, ha avuto effetti
disastrosi sulla popolazione. Nonostante gli aiuti concessi dalla Banca Mondiale
(a febbraio 2005 ammontavano a 1,55 miliardi di dollari), oggi l’economia del
Paese rischia di implodere, e la popolazione di morire di fame. Anche perché Mugabe
ha utilizzato gli aiuti alimentari per minacciare dissidenti e oppositori, nei
distretti in cui era meno popolare, di lasciarli a bocca asciutta. Stando agli
allarmi lanciati dalla comunità internazionale, finora sembra esserci riuscito.