29/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La stampa più controllata del pianeta e la negazione dei diritti
bambino denutrito“Sono stato mandato nel campo di lavoro per sei mesi e obbligato a lavorare in un allevamento di maiali solo per aver dimenticato di scrivere l’ultima sillaba del nome di Kim Jong-il. Come me, altre decine di giornalisti sono stati ‘rieducati’, per aver commesso un errore”. Inizia così l’ultima inchiesta di Reporter sans frontières (Rsf) sulla Corea del Nord, all’ultimo posto nella classifica compilata dall’organizzazione sulla libertà di stampa. A parlare è Jang Hae-sung, anziano giornalista della televisione nord coreana (dal 1976 al ‘96), oggi rifugiato in Corea del Sud. Le testimonianze raccolte da Rsf in ‘Corea del Nord, il giornalismo al servizio del totalitarismo” disegnano un quadro inquietante. Tutti i media nordcoreani sono controllati dal partito unico al potere e, in diversi casi, personalmente dal dittatore Kim Jong-il. I mezzi di comunicazione, chiamati “le truppe di Kim Jong-il”, sono al servizio esclusivo del culto della personalità del capo di Stato e del padre Kim Il-sung.
 
I giornalisti sono costretti a iscriversi al Partito dei lavoratori (Kwp) e a rispettare il “Piano permanente di informazione”, un codice immutabile basato su tre comandamenti: “primo: promuovere la grandezza del padre della Nazione Kim Il-sung e del figlio Kim Jong-il; secondo: mostrare la superiorità del socialismo nord coreano e denunciare la corruzione borghese e imperialista; terzo: denigrare l’istinto di invasione degli imperialisti e dei giapponesi”.
“Una volta al mese – racconta Jang Hae-sung – il direttore preparava un programma assegnando a ogni redattore dei soggetti su cui lavorare. Questi riguardavano tutti la grandezza di Kim jong-il. C’era un archivio con delle cassette intitolate La grandezza di Kim Jong-il in agricoltura, nell’industria …”.
 
Gli aspiranti reporter apprendono il Piano all’università, ma devono seguire corsi di formazione ideologica per tutta la loro carriera. L’ex redattrice Kim Gil-sun dichiara a Rsf: “Ogni sabato dalle nove alle diciassette dovevamo assistere a delle conferenze. I membri del Comitato centrale (organo principale di governo presieduto da Kim Jong-il, Ndr.) ci insegnavano le opere realizzate dai due dittatori, i loro principali discorsi e l’ideologia del Partito”. In realtà, “tutti i nordcoreani sono obbligati a partecipare a questi corsi, cui seguono delle verifiche. Gli operai assistono in media a due ore di corso alla settimana, mentre gli universitari e i giornalisti a molte di più, visto che hanno il compito di diffondere l’ideologia al resto della popolazione. Dai risultati che conseguivamo ai test, dipendeva la nostra carriera. Il Partito selezionava i giornalisti più disciplinati”.
 
Kin Jong-ilLe pene per chi non rispetta la serie infinita di regole previste dal Piano sono durissime. Jang Hae-sung ha contato quaranta casi di giornalisti spediti nei campi di lavoro e rieducazione, mentre sarebbero almeno 200mila le persone internate in veri e propri campi di concentramento. Il giornalista è visibilmente emozionato quando parla dell’ex collega Song Keum-chul: “Dividevo con lui l’ufficio alla televisione nazionale. Un giorno mi chiese se anch’io pensavo che Kim Jong-il fosse nato presso la montagna sacra di Paekdu. Probabilmente sapeva che in realtà il capo di Stato era nato in Russia. Dubitava anche della tesi di regime secondo la quale i sudcoreani ci avevano attaccato. La polizia politica lo convocò tre volte e lo accusò di aver organizzato un piccolo gruppo di contestazione. Un giorno è sparito e nessuno ha più avuto sue notizie ”.
 
Luca D’Ammora, coordinatore di Amnesty International Italia per la Corea del Nord, spiega: “E’ molto difficile ottenere informazioni su questi luoghi di internamento. Possediamo solo poche foto scattate dal satellite e le testimonianze di ex detenuti scappati in Corea del sud. Nei campi di detenzione, rieducazione e lavori forzati vengono mandate varie tipologie di persone: i prigionieri di coscienza perché non allineati al pensiero di regime, i prigionieri comuni per piccoli reati – ricordo il caso di alcuni ragazzi che rubarono dei cavi elettrici per rivenderli sul mercato nero - e i fuggitivi, ovvero coloro che cercano di abbandonare il Paese, in crescita negli ultimi anni”. Il 27 ottobre sessanta richiedenti asilo sono stati arrestati a Pechino, in seguito a due raid della polizia.
 
“Le condizioni di vita nel Paese asiatico – continua Luca - si sono aggravate dopo la carestia del 1997 e per foto satellitare di un campo di detenzionele persistenti difficoltà economiche. Inoltre da quando è iniziata la crisi sul nucleare, alcuni Paesi donatori hanno ridotto gli aiuti e il fatto che i colloqui a sei siano in stallo non fa ben sperare per il futuro”.
 
La Corea del Nord è alla fame. Oltre tredici milioni di persone, più della metà della popolazione (23 milioni di abitanti) soffre di malnutrizione. Gran parte sono bambini. Amnesty denuncia che “le razioni del Sistema di distribuzione pubblica (Pds), fonte alimentare primaria per il 60 per cento degli abitanti delle aree urbane, sono diminuiti dai già insufficienti 319 grammi pro capite del 2003 ai 300 del 2004.
La negazione della libertà d’espressione, dunque, è solo uno dei diritti fondamentali negati dal regime. I nordcoreani non hanno cibo, acqua, elettricità, accesso alle cure sanitarie. “Il responsabile di Médecins sans frontières a Seul dice: “L’accesso all’informazione non è sempre una priorità. La maggior parte della popolazione lotta per sopravvivere. Un gran numero di rifugiati arrivano nei Paesi confinanti senza sapere cosa stia accadendo nel loro Paese. L’impatto con la realtà provoca loro uno choc terribile”.
 

Francesca Lancini

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