
“Sono stato mandato nel campo di lavoro per sei mesi e obbligato a lavorare in
un allevamento di maiali solo per aver dimenticato di scrivere l’ultima sillaba
del nome di Kim Jong-il. Come me, altre decine di giornalisti sono stati ‘rieducati’,
per aver commesso un errore”. Inizia così l’ultima inchiesta di
Reporter sans frontières (Rsf) sulla Corea del Nord, all’ultimo posto nella classifica compilata dall’organizzazione
sulla libertà di stampa. A parlare è Jang Hae-sung, anziano giornalista della
televisione nord coreana (dal 1976 al ‘96), oggi rifugiato in Corea del Sud. Le
testimonianze raccolte da Rsf in
‘Corea del Nord, il giornalismo al servizio del totalitarismo” disegnano un quadro inquietante. Tutti i media nordcoreani sono controllati
dal partito unico al potere e, in diversi casi, personalmente dal dittatore Kim
Jong-il. I mezzi di comunicazione, chiamati “le truppe di Kim Jong-il”, sono al
servizio esclusivo del culto della personalità del capo di Stato e del padre Kim
Il-sung.
I giornalisti sono costretti a iscriversi al Partito dei lavoratori (Kwp) e a
rispettare il “Piano permanente di informazione”, un codice immutabile basato
su tre comandamenti: “primo: promuovere la grandezza del padre della Nazione Kim
Il-sung e del figlio Kim Jong-il; secondo: mostrare la superiorità del socialismo
nord coreano e denunciare la corruzione borghese e imperialista; terzo: denigrare
l’istinto di invasione degli imperialisti e dei giapponesi”.
“Una volta al mese – racconta Jang Hae-sung – il direttore preparava un programma
assegnando a ogni redattore dei soggetti su cui lavorare. Questi riguardavano
tutti la grandezza di Kim jong-il. C’era un archivio con delle cassette intitolate
La grandezza di Kim Jong-il in agricoltura, nell’industria …”.
Gli aspiranti reporter apprendono il Piano all’università, ma devono seguire
corsi di formazione ideologica per tutta la loro carriera. L’ex redattrice Kim
Gil-sun dichiara a Rsf: “Ogni sabato dalle nove alle diciassette dovevamo assistere
a delle conferenze. I membri del Comitato centrale (organo principale di governo
presieduto da Kim Jong-il, Ndr.) ci insegnavano le opere realizzate dai due dittatori, i loro principali discorsi
e l’ideologia del Partito”. In realtà, “tutti i nordcoreani sono obbligati a partecipare
a questi corsi, cui seguono delle verifiche. Gli operai assistono in media a due
ore di corso alla settimana, mentre gli universitari e i giornalisti a molte di
più, visto che hanno il compito di diffondere l’ideologia al resto della popolazione.
Dai risultati che conseguivamo ai test, dipendeva la nostra carriera. Il Partito selezionava
i giornalisti più disciplinati”.

Le pene per chi non rispetta la serie infinita di regole previste dal Piano sono
durissime. Jang Hae-sung ha contato quaranta casi di giornalisti spediti nei campi
di lavoro e rieducazione, mentre sarebbero almeno 200mila le persone internate
in veri e propri campi di concentramento. Il giornalista è visibilmente emozionato
quando parla dell’ex collega Song Keum-chul: “Dividevo con lui l’ufficio alla
televisione nazionale. Un giorno mi chiese se anch’io pensavo che Kim Jong-il
fosse nato presso la montagna sacra di Paekdu. Probabilmente sapeva che in realtà
il capo di Stato era nato in Russia. Dubitava anche della tesi di regime secondo
la quale i sudcoreani ci avevano attaccato. La polizia politica lo convocò tre
volte e lo accusò di aver organizzato un piccolo gruppo di contestazione. Un giorno
è sparito e nessuno ha più avuto sue notizie ”.
Luca D’Ammora, coordinatore di Amnesty International Italia per la Corea del Nord, spiega: “E’ molto difficile ottenere informazioni su
questi luoghi di internamento. Possediamo solo poche foto scattate dal satellite
e le testimonianze di ex detenuti scappati in Corea del sud. Nei campi di detenzione,
rieducazione e lavori forzati vengono mandate varie tipologie di persone: i prigionieri
di coscienza perché non allineati al pensiero di regime, i prigionieri comuni
per piccoli reati – ricordo il caso di alcuni ragazzi che rubarono dei cavi elettrici
per rivenderli sul mercato nero - e i fuggitivi, ovvero coloro che cercano di
abbandonare il Paese, in crescita negli ultimi anni”. Il 27 ottobre sessanta richiedenti
asilo sono stati arrestati a Pechino, in seguito a due raid della polizia.
“Le condizioni di vita nel Paese asiatico – continua Luca - si sono aggravate
dopo la carestia del 1997 e per

le persistenti difficoltà economiche. Inoltre da quando è iniziata la crisi sul
nucleare, alcuni Paesi donatori hanno ridotto gli aiuti e il fatto che i colloqui
a sei siano in stallo non fa ben sperare per il futuro”.
La Corea del Nord è alla fame. Oltre tredici milioni di persone, più della metà
della popolazione (23 milioni di abitanti) soffre di malnutrizione. Gran parte
sono bambini. Amnesty denuncia che “le razioni del Sistema di distribuzione pubblica (Pds), fonte
alimentare primaria per il 60 per cento degli abitanti delle aree urbane, sono
diminuiti dai già insufficienti 319 grammi pro capite del 2003 ai 300 del 2004.
La negazione della libertà d’espressione, dunque, è solo uno dei diritti fondamentali
negati dal regime. I nordcoreani non hanno cibo, acqua, elettricità, accesso alle
cure sanitarie. “Il responsabile di Médecins sans frontières a Seul dice: “L’accesso all’informazione non è sempre una priorità. La maggior
parte della popolazione lotta per sopravvivere. Un gran numero di rifugiati arrivano
nei Paesi confinanti senza sapere cosa stia accadendo nel loro Paese. L’impatto
con la realtà provoca loro uno choc terribile”.