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Riforme di facciata. Le opposizioni, riunite in un
movimento chiamato Kifaya (che in arabo significa 'abbastanza', con un
riferimento a Mubarak), si sono date un coordinamento comune che vede fianco
a fianco tutti i movimenti che chiedono una riforma democratica dell'Egitto.
Intellettuali, artisti, giornalisti, religiosi e liberi professionisti. Gli
elementi più solidi dello schieramento sono sostanzialmente due: il partito al-Ghad
(che in arabo significa 'domani') guidato dall'avvocato Ayman Nour e i
Fratelli Musulmani, organizzazione islamica moderata fondata negli anni '20. Il
movimento Kifaya ha indetto il 20 maggio scorso una conferenza stampa
per chiarire la propria posizione in merito al referendum di oggi. Una sola
parola d'ordine: boicottaggio. “Il paradosso di questa riforma”, ha dichiarato
Nour, “è che si chiede ai propri avversari il permesso di concorrere alla
carica di Presidente della Repubblica”. Hosni Mubarak è al potere dal 1981,
quando è succeduto in qualità di vice-presidente a Sadat, assassinato da un
fuoriuscito dal movimento dei Fratelli Musulmani. Da quel momento, con
l'introduzione di leggi speciali mai abrogate, ha tenuto il potere senza
soluzione di continuità. In realtà Mubarak è sempre stato eletto, ma con un
meccanismo plebiscitario per il quale il popolo egiziano era chiamato a
esprimere solo l'approvazione o meno al candidato unico presentato dal
Parlamento. Giova ricordare che il Partito Democratico Nazionale di Mubarak
occupa circa l'80 per cento dei seggi. La riforma si inquadra quindi in questo
senso: il referendum deciderà se potranno esserci più candidati alle
presidenziali tra i quali gli elettori potranno scegliere. Il problema però,
secondo Kifaya, è nella limitazione scelta per questi candidati: ogni
persona che vuole aspirare all'elezione a Presidente della Repubblica deve
presentare, assieme alla sua candidatura, il sostegno di almeno 65 parlamentari
su i 444 deputati che compongono il Parlamento egiziano. Questo di fatto, viste
le percentuali di deputati fedeli a Mubarak, elimina la possibilità di avere
una competizione elettorale equilibrata.
Clima arroventato. Per dare il senso del clima che si
respira al Cairo, basta pensare che mentre l'opposizione teneva la sua
conferenza stampa, fuori dall'edificio dov'erano riuniti i giornalisti e i
leader dell'opposizione, si teneva una manifestazione a favore di Mubarak.
Donne, uomini e bambini con ritratti del Presidente che cantavano slogan in suo
favore e lanciavano insulti ai rappresentanti di Kifaya. Secondo la BBC,
che seguiva con il suo corrispondente dal Cairo la manifestazione, i
dimostranti sembravano molto poco spontanei. Il giornalista inglese ha infatti
tentato d'intervistare alcune delle persone che affollavano il marciapiede di
fronte all'edificio della conferenza stampa di Kifaya, ma alcuni
personaggi che sembravano agenti in borghese lo hanno fermato. Il reporter ha
inoltre sottolineato come i manifestanti erano stati portati al Cairo su
autobus e che erano tutti contadini poveri. Probabilmente il viaggio non lo
pagavano loro. Ma il clima si è arroventato già da tempo, visto che
almeno 600 militanti dei Fratelli Musulmani sono stati arrestati nell’ultimo
mese. Tutti imprigionati sulla base di quella legislazione speciale che vige
dal 1981.
Lontani dal
cuore. Sarebbe
sbagliato però
interpretare il conflitto politico in corso come una sorta di
sollevazione
popolare di massa. I movimenti dell’opposizione, come lo stesso
schieramento di
Mubarak, sembrano contendersi solo il dominio del Cairo. La campagna,
la provincia egiziana è lontana dalla capitale e dai suoi giochi di
potere.
Basta pensare che da tempo la popolazione egiziana si limita a
esprimere
un si o un no a Mubarak. Inoltre l’unico movimento che gode di un
qualche
seguito è quello dei Fratelli Musulmani, ma dal 1981 sono considerati
fuorilegge e quindi non potranno candidare un loro esponente. “Noi
crediamo nella
democrazia e nel pluralismo politico”, ha dichiarato Mohammed al-Sayyed
Habeeb, esponente dell’organizzazione, “vogliamo solo regole civili
inquadrate in un
sistema islamico. Non ci sono contraddizioni tra la democrazia e la sharia, le due cose possono convivere
tranquillamente”. Il problema, come hanno osservato molti in Egitto, è che nel
Paese si è creata una sorta di congestione politica: Mubarak non ha più la
forza di far tacere le opposizioni e le opposizioni non hanno la forza di
spodestare Mubarak. Le elezioni presidenziali di settembre si avvicinano, mentre
la tensione per il referendum di oggi sale. La speranza è che la crisi egiziana
non venga risolta con la violenza. Un monito in questo senso è stato
l’attentato al Cairo del 30 aprile scorso che potrebbe non rimanere un caso
isolato.Christian Elia