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Dopo undici anni di lavori, oggi a Baku, capitale
dell’Azerbaijan sulla riva del Mar Caspio, viene ufficialmente inaugurato il
più lungo, strategico e discusso oleodotto del mondo: il cosiddetto Baku-Tbilisi-Cheyan
(Btc). Un progetto da quattro miliardi di dollari fortemente voluto dagli Stati
Uniti, desiderosi di sfruttare il ricchissimo bacino petrolifero del Caspio
così da rendere la propria economia meno dipendente dal greggio mediorientale,
sempre più costoso in termini economici, politici e militari. Un progetto che
ha suscitato e continua a suscitare forti critiche per il suo negativo impatto
sociale e politico su questa delicatissima regione. Senza citare gli enormi rischi
per l’ambiente in caso di incidenti.
L’oleodotto più lungo
del mondo. Oggi al terminal di Sangachal, quaranta chilometri a sud di
Baku, alla presenza dei capi di
Stato di Azerbaigian, Georgia, Turchia e Kazakistan e del Segretario Usa all'Energia
Samuel Bodman, inizia il pompaggio del
greggio nella conduttura sotterranea che, passando sotto il territorio azero,
georgiano e turco, sbuca nel porto mediterraneo di Ceyan. Per riempire i 1.770
chilometri di tubo ci vorranno sei mesi, alla fine dei quali il petrolio
arriverà a Ceyan al ritmo di un milione di barili al giorno. Da lì verrà
imbarcato sulle petroliere che lo faranno arrivare sui mercati occidentali.
Rischio di
destabilizzazione. Questa pipeline attraversa una delle
regioni più instabili del pianeta, un focolaio di guerre e conflitti irrisolti
che covano sotto la cenere e che rischiano di reinfiammarsi a causa della
destabilizzante presenza di questo tubo.
Un regalo al regime
azero di Aliyev. Sabato
scorso a Baku la polizia azera ha disperso con la
forza una protesta dell’opposizione: i manifestanti sono stati
brutalmente
picchiati e centinaia di loro sono stati portati in prigione. Carceri
nelle quali la tortura e la violenza sui detenuti ‘politici’ sono la
regola. In Azerbaigian le
manifestazioni antigovernative sono bandite da quando, lo scorso
ottobre, è
diventato presidente Ilham Aliyev (con elezioni manovrate per garantire
la successione ‘dinastica’ all’ex presidente Heidar Alyev, suo padre). Da
allora è
iniziata una violenta campagna contro le opposizioni con arresti di
massa e
omicidi politici. La libertà di stampa è stata ostacolata in tutti i
modi, anche
con la violenza. Il 2 marzo è stato assassinato Elmar Huseynov,
direttore del
principale quotidiano d’opposizione. In aprile sono nati movimenti
giovanili
democratici che si ispirano alle ‘rivoluzioni arancioni’, ma i loro
militanti
sono stati subito imprigionati. Ora la sicurezza dell’oleodotto
fornisce ad Aliyev
un nuovo pretesto per usare il pugno di ferro. La manifestazione di
sabato, ad
esempio, era stata vietata perché troppo vicina alla cerimonia di
oggi. Enrico Piovesana