Nuove proteste sociali chiedono maggiori introiti dalla vendita dei gas alle multinazionali
Il popolo degli altopiani boliviani si è risvegliato. Come un vulcano che da
tempo non fa sentire la sua voce, è esploso.
A scatenare la nuova eruzione del popolo indigeno proveniente da El Alto, 4mila
metri d'altitudine, 700mila abitanti in gran parte agricoltori poverissimi, è stata come sempre la
legge sugli idrocarburi.
Sono anni ormai che questa legge minaccia la pace sociale boliviana. Prima era
toccato all’acqua, tema tuttora aperto, adesso ai gas.
Le proteste. Migliaia di boliviani sono scesi in piazza in questi giorni per chiedere una
riforma della legge sugli idrocarburi. La popolazione, già provata da anni di
stenti, e dopo proteste avvenute negli ultimi anni per avere un maggiore accesso
all’acqua, chiede a gran voce che lo stato boliviano riceva maggiori proventi
dalla produzione di gas. Evo Morales, leader del Mas (il movimento al socialismo,
il più importante partito dell’opposizione boliviana) sostiene che le royalties pagate dalle multinazionali allo stato boliviano debbano passare dal 18 al 50
per cento.
Il leader indigeno ha anche chiesto le dimissioni del presidente Carlos Mesa
e, insieme ai militanti della Central Obrera, ha ribadito la richiesta di nazionalizzazione degli idrocarburi. Un nutrito
gruppo di minatori, arrivato nella capitale da El Alto, ha addirittura minacciato
di incendiare il parlamento se non verranno accolte tutte le richieste sulla modifica
della legge che riguarda i gas. Fortunatamente però, e a differenza delle proteste
avvenute per l’accesso all’acqua, in questa tornata di manifestazioni non sono
avvenuti incidenti di rilievo. I motivi delle lotte degli indios boliviani sono
spiegati dallo stesso Morales: “Eravamo condannati allo sterminio e siamo sopravvissuti,
adesso non vogliamo vendicarci o sottomettere nessuno, ma vogliamo il potere politico,
per ricuperare il nostro territorio e le risorse naturali che appartengono al
popolo boliviano, e in particolare agli indigeni”.
Jaime Solares, rappresentante della Cob, la Central Obrera Boliviana, ha fatto sapere che lo scopo delle manifestazioni popolari indette in questi
giorni è quello di mandar via le multinazionali che in questo momento hanno un
controllo totale sui giacimenti di gas naturale e di petrolio boliviano.
Il timore del golpe. Come se non bastasse tutto questo si rincorrono da giorni voci di un golpe.
Non certo una novità in un paese in cui le forze armate sono sempre pronte a prendere
il potere. Anche l’attuale presidente Carlos Mesa è arrivato alla presidenza dopo
la caduta, voluta dalla fortissime proteste sociali, di Gonzalo Sanchez de Losada.
E anche lui come il suo predecessore rischia il posto per le stesse proteste della
popolazione.
Soldi e secessione. La storia della Bolivia ormai è piuttosto scontata e drammatica. Se non è l’acqua
a provocare proteste e malcontento sociale, è il gas; se non è il gas è la secessione.
E infatti la regione dove si trova Santa Cruz, una delle maggiori città della
Bolivia, sicuramente la più ricca e la più fornita di imprese e riserve naturali,
chiede la secessione dallo stato. E non è la prima volta. Il traguardo da raggiungere,
senza mezzi termini, è sempre stata l'indipendenza dalla capitale La Paz e la
costituzione di un'entità autonoma che tenga per sé le ricchezze della zona: ovviamente giacimenti
di gas.