17/01/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Canti e balli a Juba per l'esito di un referendum che al di lÓ del risultato suggella un principio che potrebbe essere reclamato altrove

Lo storico strappo si è consumato pacificamente, con un referendum durato una settimana. Il Sud Sudan ha scelto la secessione in modo netto e inequivocabile. I risultati definitivi verranno annunciati solo il 14 febbraio ma le prime cifre non lasciano spazio a dubbi. Altissima l'affluenza, l'80 per cento in media (al nord ha votato più o meno un elettore su due, ndr), il 95 per cento a Juba, la capitale del nuovo stato. Qui, nel seggio allestito presso l'università, si sono registrati 2663 voti a favore dell'indipendenza e 69 contro e non si tratta di un'eccezione. Da sabato sera, gli abitanti del sud festeggiano, si segnano con la croce, si genuflettono davanti ai tabernacoli e ai memoriali dedicati a John Garang, l'ex ufficiale dell'esercito diventato l'eroe dell'indipendenza, colui che con Omar al Bashir, il presidente sudanese, firmò quel Comprehensive Peace Agreement che mise fine ad una guerra civile di 22 anni e oltre due milioni di morti e che prevedeva appunto un referendum con cui il sud, nero e cristiano, avrebbe potuto dire addio al nord arabo e musulmano. Era il 9 gennaio 2005. Garang morì poche settimane dopo, in un incidente aereo, senza aver tempo di vedere il compimento di ciò per cui si era battuto. La sua eredità l'ha raccolta Salva Kiir Mayardit, uno dei vice di al Bashir a Khartoum, presidente del Sud Sudan e leader del Sudan People's Liberation Movement, che dalla cattedrale cattolica di Juba ha invitato la sua gente a perdonare gli ex nemici per la repressione, le morti e le torture.

Sembrerebbe essersi chiuso un fronte ma altri ne restano aperti ed altri ancora potrebbero aprirsi a catena, nel Paese e anche fuori dai suoi confini. Juba e Khatoum non hanno ancora risolto le dispute sugli stati del Nilo Blu e del Kordofan meridionale ma soprattutto quella su Abiyei, la regione petrolifera a cavallo della frontiera in cui era previsto un referendum a parte per decidere se far parte del nord o del sud. Tutto rimandato in tutte e tre le aree. Il sud se ne va con tutto il suo petrolio, coltivando già progetti riguardanti una pipeline tra Juba e Lamu, in Kenya, lasciando al nord speranze circa una produzione autonoma da sviluppare da giacimenti individuati nel mar Rosso e con una serie di grane. Il primo fronte caldo è il Darfur, grande regione dell'ovest del Paese, per anni martoriata da una guerra civile che dal 2003 ha fatto 300 mila morti e quasi tre milioni di sfollati. A Doha in Qatar la mediazione tra il governo e il principale gruppo di rebelli, il Jem (Justice and Equality Movement) prosegue stancamente, con la guerriglia che dopo aver abbandonato il tavolo di pace ha fatto capire di essere disposta a negoziare una sospensione delle ostilità; stando attenta a non cedere troppo, per non essere superata dal Justice and Liberation Movement, un'alleanza di una decina di gruppi armati gravitanti intorno all'orbita libica e a quella etiope, più recalcitranti. Problemi anche nel nordest del Paese, dov'è attivo un blocco di milizie tribali, l'Eastern Front, che chiede una ridistribuzione delle rendite petrolifere a vantaggio delle tribù insediate nell'area, che coincide con gli stati del Mar Rosso, Kassala e Al Qadarif. Il gruppo ha minacciato più volte di interrompere il flusso petrolifero in transito verso Port Sudan, il principale porto del Paese.

Ma non è solo a Khartoum che il possibile effetto domino della secessione del Sud Sudan fa paura. Proprio all'esperienza della lotta indipendentista intrapresa da Juba si richiama il Mthwakazi Liberation Front di Fidelis Ncube, cioè il movimento che vuole dividere il Matabeleland dallo Zimbabwe. L'area copre due province, rispettivamente il Matabeleland settentrionale e quello meridionale, che si estendono su un'area che è poco più di un terzo dell'intera superficie del Paese. Le recriminazione suonano identiche: la regione - dice l'Mlf - a dispetto del suolo, ricco di idrocarburi e minerali, non ha beneficiato di questo suo tesoro. I fondi se li sono spartiti ad Harare. Sottotitolo, è ora di andarsene. Anche perché il governo di Mugabe qui ha compiuto massacri che hanno contribuito, agli occhi di molti, a rendere l'opzione una prospettiva per niente negoziabile. La parola secessione ha fatto saltare sulle sedie anche il governo dello Zambia, alle prese con una crescente fibrillazione nella parte occidentale del Paese, dove cova il malumore dei Lozi, un gruppo etnico che vive prevalentemente di pastorizia, estremamente legato ai propri riti e alle sue cerimonie, i cui leader sembrano avere imboccato la strada della separazione. Qui, proprio negli ultimi giorni, la polizia ha risposto usando la forza, reprimendo le contestazioni e uccidendo un dimostrante e proibendo gli assembramenti il luoghi pubblici, anche per le messe. La lezione del Sud Sudan dimostra che i confini decisi dalle potenze coloniali si possono ridiscutere. E' un principio al quale diversi gruppi, etnie o tribù potrebbero richiamarsi, con esiti imprevidibili. E in Africa, con confini tracciati arbitrariamente a tavolino decenni fa, i fronti caldi non mancano.

Alberto Tundo

 

Categoria: Elezioni, Risorse, Politica, Popoli
Luogo: Sudan