scritto per noi da
Maurizio Campisi
In Costa Rica,
quasi cinquemila ettari di territorio, ufficialmente di proprietà delle
comunità indigene Curré, Térraba e Boruca, verranno
espropriati per lasciare posto alle acque di una centrale
idroelettrica, che comporta, secondo dati ufficiali, anche lo
spostamento di 1700 persone, tra cui almeno 400 indigeni.
Si tratta di un progetto che riapre la controversia
tra le comunità autoctone e lo Stato, e che rinnova la problematica
della condizione di sfruttamento che ancora vivono gli indios
centroamericani. Mentre, da una parte i tecnici dell’impresa
interessata agli espropri, la statale Ice, Instituto Costarricense de
Electricidad, insistono sulla bontà dell’opera e del coinvolgimento
delle popolazioni locali attraverso incontri e dibattiti, dall’altra le
associazioni in difesa dei diritti umani denunciano quello che viene
definito un ennesimo abuso.
La Costa Rica
si caratterizza per essere uno dei paesi dell’America Latina con minore
presenza autoctona, in quanto la repressione effettuata dai
conquistadores spagnoli e dai loro successori fu particolarmente
sanguinaria. Oggi, solo il 2% della popolazione costaricense (di quasi
4 milioni di abitanti) è indigena. Nel 1977, si cercò di proteggere
l’identità di queste comunità attraverso una legge, chiamata appunto
“Ley indígena”, che dichiara che le terre delle riserve costaricensi,
proprietà dei gruppi autoctoni, non possono essere poste in vendita in
quanto patrimonio esclusivo degli abitanti nativi.
Fu la legge che permise la creazione delle riserve a
carattere inalienabile, ma che oggi si trovano invece in grave
pericolo. Gli studi di fattibilità effettuati per la costruzione della
diga, che comprendevano anche la verifica sulle proprietà, hanno
rivelato infatti che oggi solo il 10% di queste terre è in possesso dei
legittimi proprietari. Dal 1977, complice anche la pessima situazione
di vita in cui versano gli indigeni, la vendita di interi lotti è
diventata una pratica comune. Per lo Stato costaricense queste
transazioni non hanno validità, ma la questione acquista una luce
differente in vista delle espropriazioni che si prevedono per la
costruzione della diga Boruca.
L'affare,
per chi sta illegalmente utilizzando i terreni, è ottimo. Le indagini
condotte hanno infatti dimostrato che gli indigeni hanno venduto i loro
appezzamenti a prezzi scontatissimi qualche volta solo in
cambio a cambio di bestiame. Inoltre, chi dispone
dell’usofrutto non è tenuto a pagare nessuna tassa, trattandosi di aree
che si avvalgono dello status di riserva. Ma il piano dell’Ice, oltre ad aver
rivelato la
pessima situazione patrimoniale degli indigeni, ha allertato i gruppi
ambientalisti. Per la sua realizzazione, infatti, tra la diga e le
infrastrutture che verrebbero costruite, sono in gioco 260 chilometri
quadrati di foresta e di ecosistema in gran maggioranza vergine.
Nella regione vivono una grande quantità di
animali, tra cui puma, giaguari, scimmie, oltre alle specie di uccelli
e di rettili che sarebbero costretti a doversi
ritirare in aree sempre più ristrette. Sfruttando le acque del fiume
Térraba, l’Ice vuole
avviare un ambizioso progetto che va oltre la necessità di coprire il
fabbisogno nazionale per trasformarsi in un vero affare. L’energia
procurata sarà infatti venduta ai vicini paesi centroamericani e da qui
nasce il rifiuto e l’opposizione ad un piano che, calpestando i diritti
delle comunità indigene e la cura dell’ambiente rivela la sua natura
prettamente commerciale.