24/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La dura vita delle popolazioni indigene Currè, Terraba e Boruca
scritto per noi da
Maurizio Campisi
 
Bambini BorucaIn Costa Rica, quasi cinquemila ettari di territorio, ufficialmente di proprietà delle comunità indigene Curré, Térraba e Boruca, verranno espropriati per lasciare posto alle acque di una centrale idroelettrica, che comporta, secondo dati ufficiali, anche lo spostamento di 1700 persone, tra cui almeno 400 indigeni.
 
Si tratta di un progetto che riapre la controversia tra le comunità autoctone e lo Stato, e che rinnova la problematica della condizione di sfruttamento che ancora vivono gli indios centroamericani. Mentre, da una parte i tecnici dell’impresa interessata agli espropri, la statale Ice, Instituto Costarricense de Electricidad, insistono sulla bontà dell’opera e del coinvolgimento delle popolazioni locali attraverso incontri e dibattiti, dall’altra le associazioni in difesa dei diritti umani denunciano quello che viene definito un ennesimo abuso.
 
La Costa Rica si caratterizza per essere uno dei paesi dell’America Latina con minore presenza autoctona, in quanto la repressione effettuata dai conquistadores spagnoli e dai loro successori fu particolarmente sanguinaria. Oggi, solo il 2% della popolazione costaricense (di quasi 4 milioni di abitanti) è indigena. Nel 1977, si cercò di proteggere l’identità di queste comunità attraverso una legge, chiamata appunto “Ley indígena”, che dichiara che le terre delle riserve costaricensi, proprietà dei gruppi autoctoni, non possono essere poste in vendita in quanto patrimonio esclusivo degli abitanti nativi.
 
Donna BorucaFu la legge che permise la creazione delle riserve a carattere inalienabile, ma che oggi si trovano invece in grave pericolo. Gli studi di fattibilità effettuati per la costruzione della diga, che comprendevano anche la verifica sulle proprietà, hanno rivelato infatti che oggi solo il 10% di queste terre è in possesso dei legittimi proprietari. Dal 1977, complice anche la pessima situazione di vita in cui versano gli indigeni, la vendita di interi lotti è diventata una pratica comune. Per lo Stato costaricense queste transazioni non hanno validità, ma la questione acquista una luce differente in vista delle espropriazioni che si prevedono per la costruzione della diga Boruca.
 
L'affare, per chi sta illegalmente utilizzando i terreni, è ottimo. Le indagini condotte hanno infatti dimostrato che gli indigeni hanno venduto i loro appezzamenti a prezzi scontatissimi qualche volta solo in cambio a cambio di bestiame. Inoltre, chi dispone dell’usofrutto non è tenuto a pagare nessuna tassa, trattandosi di aree che si avvalgono dello status di riserva. Ma il piano dell’Ice, oltre ad aver rivelato la pessima situazione patrimoniale degli indigeni, ha allertato i gruppi ambientalisti. Per la sua realizzazione, infatti, tra la diga e le infrastrutture che verrebbero costruite, sono in gioco 260 chilometri quadrati di foresta e di ecosistema in gran maggioranza vergine.
 
Nella regione vivono una grande quantità di animali, tra cui puma, giaguari, scimmie, oltre alle specie di uccelli e di rettili che sarebbero costretti a doversi ritirare in aree sempre più ristrette. Sfruttando le acque del fiume Térraba, l’Ice vuole avviare un ambizioso progetto che va oltre la necessità di coprire il fabbisogno nazionale per trasformarsi in un vero affare. L’energia procurata sarà infatti venduta ai vicini paesi centroamericani e da qui nasce il rifiuto e l’opposizione ad un piano che, calpestando i diritti delle comunità indigene e la cura dell’ambiente rivela la sua natura prettamente commerciale.
Categoria: Diritti, Popoli
Luogo: Costa Rica