scritto per noi da
Paola Erba
E' passato un anno da quando,
nel luglio 2003, il governo del Salvador varò il cosiddetto
'Plan Mano Dura' contro le maras, le
bande giovanili che popolano le periferie delle grandi città
latinoamericane. Non fu
l'unico: nello stesso periodo, anche l'Honduras e il
Guatemala adottarono misure analoghe.
Tutte permettono l'arresto e la detenzione di qualsiasi
persona solo per il fatto di appartenere ad una maras. Da allora, la Polizia Nazionale
del
Salvador ha catturato più di 11 mila ragazzi di strada e ne ha
condannati 500 per omicidio e crimini di vario tipo.
Ma il fenomeno non si arresta: la 'mano dura', di fronte alla mancanza
di qualsiasi piano di prevenzione, sembra servire a
poco. Ce lo dicono i protagonisti, in questo viaggio
attraverso le periferie di San Salvador, il primo di una serie
che ci porterà anche in Honduras e
Guatemala
"Alcuni di noi sono entrati e usciti dal carcere anche
25 volte", spiega Manuel Lopez, 34 anni, un veterano dei ragazzi di
strada di San Salvador, la capitale.
Nel
quartiere lo chiamano ' el gato', per la
sua magrezza e l'abilità di sfuggire alla polizia. In carcere è entrato
mille volte, non siricorda neanche quante, ma da cinque mesi
vive libero.
Campa di espedienti,
di elemosina e dorme per strada. E'
cresciuto negli Stati Uniti, dove i
genitori emigrarono quando lui aveva 13
anni. "In Salvador tornai per scontare una condanna per
assassinio", spiega ai volontari di Homies Unidos, una Ong che si
occupa dei pandilleros, i ragazzi di
strada. "Ammazzai due persone che stavano violentando mia madre. Da
allora è iniziato l'incubo. Anni di carcere, poi la liberazione: che
è peggio del carcere. Perchè ora, ogni occasione è buona per
rientrare. Rubo e vivo per strada perchè non ho alternativa. Il
problema è che qui tutte le porte sono chiuse. A parte quelle della
prigione. Questa stessa periferia è una immensa prigione. Non posso
uscire dal quartiere, perchè le altre bande mi
ucciderebbero. La legge delle maras è durissima".
"Sono talmente abituato ai colpi della polizia
che non sento più nulla", commenta Walter Fuentes, detto 'El
Piwi', 17 anni, della stessa banda di Manuel.
"I segni che ho sui polsi sono come i miei
braccialetti. Quando ti metti in una di queste bande, sai a
cosa vai incontro. Sai che hai scelto il male. La vita di pandillero è come un'ossessione.
E' una
psicosi. A volte mi guardo allo specchio e mi chiedo cosa sto facendo,
cosa potrei fare, cosa starà facendo mio figlio. Poi resto qui.
Non mi muovo e continuo a vivere in questo inferno".
Alexander, 20 anni, da quando
è entrata in vigore la legge della Mano Dura, nasconde i suoi tatuaggi sotto la
camicia e si è
lasciato crescere i capelli. "Ho paura ad uscire. Solo per il fatto di
avere dei tatuaggi, ti arrestano o ti ammazzano. Non c'è legge. La
polizia è peggio delle bande. Ti prende anche se non stai facendo
nulla". Alexander era pandillero anche a
Los Angeles, dove viveva prima di essere deportato in Salvador per
furto di auto. "Negli Stati Uniti facevo parte della banda dei crazy riders. "
Era la mia famiglia, commenta".
"Arrivato in Salvador, mi inserii in una maras di qui. Non avevo nessuno. Fu tremendo
perchè mi scontrai con una miseria che non conoscevo. Ma non
ho scelta. Questa, ora è la mia vita".
Ad un
anno dall' applicazione del Plan Mano
Dura, il governo salvadoregno vanta una diminuzione
del 23 per cento dei delitti e dei furti nella capitale.
Ma c'è chi, come il giudice Beatrice del
Carrillo, considera il provvedimento assolutamente
inutile. "Queste catture -spiega -non servono a niente, sono
una presa in giro: non solo la maggior parte dei pandilleros torna in libertà,
ma il
fenomeno si sta estendendo. Con l'aggravante che ora abbiamo militari
per strada con funzioni repressive simili a quelle di quando
eravamo in guerra. Il problema delle bande giovanili non si può
risolvere con la violenza. Serve ben altro.
Servono prevenzione, progetti di integrazione e leggi
di ben più ampio respiro".