25/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Elezioni municipali nella Betlemme degli arabi e dei cristiani. Parla un consigliere
Le elezioni municipali nei Territori Occupati Palestinesi, che si sono svolte nel primo fine settimana di maggio, sono state vinte da al Fatah, il partito del presidente Abu Mazen. Ma non in misura sufficientemente larga da fugare il timore, internazionale, ma anche interno all’Autorità Nazionale Palestinese, suscitato dalle numerose preferenze ottenute da Hamas. La formazione islamica infatti, dopo avere avuto un ruolo importante nell’accordo di cessate il fuoco con Israele, sta rapidamente guadagnando terreno anche nella competizione elettorale e potrebbe insidiare seriamente il ruolo del partito al governo nelle elezioni parlamentari che si dovrebbero tenere a luglio.
  Cerimonia pro Mazen
Nella tornata elettorale il partito di Fatah ha conquistato 50 degli 84 seggi tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, mentre Hamas se n’è assicurati una trentina, tra cui Rafah e Qalquiliyah. Subito in seguito al voto, una Corte palestinese ha invalidato il risultato –la vittoria di Hamas- in alcuni distretti della Striscia di Gaza, come Beith Lahia, Bureij e Rafah, per supposte irregolarità.
Gli osservatori internazionali hanno testimoniato di non avere riscontrato seri motivi per annullare i risultati ma, almeno per il momento, i rappresentanti del movimento islamico hanno dichiarato di accettare le decisioni della Corte, senza però risparmiare a Fatah l’accusa di aver messo pressione sui giudici perché decidessero in modo a loro sfavorevole.

 
Un voto per Betlemme
  Scritto per noi da
Augusta De Piero*
 
 
Tabellone elettoraleLo scorso 5 maggio in Palestina si sono svolte le elezioni municipali. Le precedenti analoghe elezioni si erano svolte nel 1976 e la distanza temporale aveva fatto sì che i responsabili municipali venissero ormai da lungo tempo nominati dall’Autorità Palestinese. Quindi l’evento di maggio ha un’importanza significativa e non può essere sottovalutato il fatto che tutto si sia svolto in un clima tranquillo e senza incidenti.  Purtroppo, per chi non possa accedere alla stampa araba, è difficile entrare direttamente nei particolari dell’evento, ma è pur sempre possibile giovarsi di un’informazione diretta, accettandone i limiti.
 
 Le mie note perciò riguardano la sola area di Bethlehem, dove i membri eletti nel consiglio municipale (Town Council) sono 15. (Riporto i motti delle liste che hanno visto un qualche risultato, come mi sono stati tradotti in inglese).  E’ stato eletto un uomo che si presentava come indipendente con il motto “For Building and serving Bethlehem”, un altro dalla lista: Hope and Work- Us together for you Bethlehem.  La lista Bethlehem: Brotherhood and Development (che fa riferimento al PFLP, Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) ha avuto tre eletti (due uomini e una donna); Fidelity (mi dicono faccia riferimento al Jihad) ha portato in consiglio comunale un uomo, mentre l’ United Bethlehem List (che fa riferimento ad una colazione composta da Fatah, dal Partito del Popolo –ex partito comunista- e ad alcuni indipendenti) avrà in consiglio tre uomini e una donna. Infine Reformation List (che fa riferimento ad Hamas) ha eletto cinque uomini.
Il sindaco che, a seguito di un decreto del presidente dell’Autorità Palestinese, a Bethlehem dev’essere cristiano, è stato eletto fra i componenti della lista del PFLP.

Ho notato che nei manifesti delle liste completamente strutturate apparivano due donne, una con il velo islamico, evidentemente della comunità “musulmana”; e l’altra con i capelli scoperti, quindi “cristiana”. Metto le indicazioni religiose fra virgolette perché qui assumono un senso particolare, di appartenenza ad una cultura, non di dichiarazioni di fede, che purtroppo possono essere, da ogni parte provengano, anche espressione di fanatismo. La presenza delle due donne non è casuale. La legge elettorale palestinese prevede infatti una quota a favore delle donne che, nei consigli municipali delle città, dovranno essere almeno due (anche scavalcando eventuali maschi che le precedano).
Fortunatamente conosco ormai parecchi betlemiti, il che mi dà l’opportunità di un incontro con una delle due neolette consigliere comunali, Duha Bandak di United Bethlehem List (l’altra appartiene al PFLP).
La trovo pensosa, coinvolta dalla consapevolezza di essere una delle prime donne che in Palestina assumono un ruolo pubblico a seguito di processo elettorale, convinta –e lo dice con insistenza- che le donne palestinesi esercitino già un autonomo ruolo di piena responsabilità nella società civile. “Sono madri di “martiri”, sorelle di prigionieri, - mi dice- impegnate fianco a fianco degli uomini nell’affrontare una vita difficile, cui spesso devono far fronte da sole, assumendosi pesanti responsabilità nella conduzione della vita familiare e nelle scelte relative all’educazione dei figli”.
 
Duha BandakLe responsabilità che lei stessa si assume la porteranno a prendere decisioni che vuole utili per donne e uomini della sua città, “figli tutti di Bethlehem” precisa, aggiungendo che odia le parole “musulmani” e “cristiani” quando vengono adoperate come indicatori di contrapposizione attraverso il pretesto religioso.
Si propone – e lo dice senza supponenza- di imparare le norme che regoleranno il suo lavoro istituzionale, di “uscire” nelle strade di Bethlehem per ascoltare e creare le condizioni per una buona comunicazione fra eletti e cittadini. In particolare Duha vuole lavorare “con le donne e i giovani: voglio che sentano che appartengo a Bethlehem”.  Il richiamo ai giovani mi suggerisce la domanda relativa ai matrimoni, al fatto che ancora pesi la scelta familiare. Duha ne vede anche gli aspetti positivi. Gli adulti nell’organizzazione familiare palestinese rappresentano una naturale autorevolezza, vengono ascoltati, sono i garanti che le scelte dei più giovani saranno ben accolte dall’ambiente sociale.
Ma non ne parla con la certezza che sarà sempre così: si dimostra attenta alla tradizione, ma anche disponibile al cambiamento. Il municipio non è un palazzo, afferma.  E’ l’unico momento del nostro colloquio in cui assume un atteggiamento determinato, quasi ad esprimere opposizione per chi pensasse il contrario. Usa proprio la parola “palace” e mi ricorda tempi e modi della politica italiana che sembrano esser stati –da noi-accantonati.  Certo sto vivendo l’esperienza di una cultura diversa. Ma mi è proprio del tutto estranea?