Elezioni municipali nella Betlemme degli arabi e dei cristiani. Parla un consigliere
Le elezioni municipali nei Territori Occupati Palestinesi, che si sono svolte
nel primo fine settimana di maggio, sono state vinte da al Fatah, il partito del presidente Abu Mazen. Ma non in misura sufficientemente
larga da fugare il timore, internazionale, ma anche interno all’Autorità Nazionale
Palestinese, suscitato dalle numerose preferenze ottenute da Hamas. La formazione
islamica infatti, dopo avere avuto un ruolo importante nell’accordo di cessate
il fuoco con Israele, sta rapidamente guadagnando terreno anche nella competizione
elettorale e potrebbe insidiare seriamente il ruolo del partito al governo nelle
elezioni parlamentari che si dovrebbero tenere a luglio.

Nella tornata elettorale il partito di Fatah ha conquistato 50 degli 84 seggi
tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, mentre Hamas se n’è assicurati una trentina, tra cui Rafah
e Qalquiliyah. Subito in seguito al voto, una Corte palestinese ha invalidato
il risultato –la vittoria di Hamas- in alcuni distretti della Striscia di Gaza, come Beith Lahia, Bureij e Rafah, per supposte
irregolarità.
Gli osservatori internazionali hanno testimoniato di non avere riscontrato seri
motivi per annullare i risultati ma, almeno per il momento, i rappresentanti del
movimento islamico hanno dichiarato di accettare le decisioni della Corte, senza
però risparmiare a Fatah l’accusa di aver messo pressione sui giudici perché decidessero
in modo a loro sfavorevole.
Un voto per Betlemme
Scritto per noi da
Augusta De Piero*

Lo scorso 5 maggio in Palestina si sono svolte le elezioni municipali. Le precedenti
analoghe elezioni si erano svolte nel 1976 e la distanza temporale aveva fatto
sì che i responsabili municipali venissero ormai da lungo tempo nominati dall’Autorità
Palestinese. Quindi l’evento di maggio ha un’importanza significativa e non può
essere sottovalutato il fatto che tutto si sia svolto in un clima tranquillo e
senza incidenti. Purtroppo, per chi non possa accedere alla stampa araba, è difficile
entrare direttamente nei particolari dell’evento, ma è pur sempre possibile giovarsi
di un’informazione diretta, accettandone i limiti.
Le mie note perciò riguardano la sola area di Bethlehem, dove i membri eletti
nel consiglio municipale (Town Council) sono 15. (Riporto i motti delle liste
che hanno visto un qualche risultato, come mi sono stati tradotti in inglese).
E’ stato eletto un uomo che si presentava come indipendente con il motto “For
Building and serving Bethlehem”, un altro dalla lista: Hope and Work- Us together
for you Bethlehem. La lista Bethlehem: Brotherhood and Development (che fa riferimento
al PFLP, Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) ha avuto tre eletti
(due uomini e una donna); Fidelity (mi dicono faccia riferimento al Jihad) ha
portato in consiglio comunale un uomo, mentre l’ United Bethlehem List (che fa riferimento ad una colazione composta da Fatah,
dal Partito del Popolo –ex partito comunista- e ad alcuni indipendenti) avrà in
consiglio tre uomini e una donna. Infine Reformation List (che fa riferimento
ad Hamas) ha eletto cinque uomini.
Il sindaco che, a seguito di un decreto del presidente dell’Autorità Palestinese,
a Bethlehem dev’essere cristiano, è stato eletto fra i componenti della lista
del PFLP.
Ho notato che nei manifesti delle liste completamente strutturate apparivano
due donne, una con il velo islamico, evidentemente della comunità “musulmana”;
e l’altra con i capelli scoperti, quindi “cristiana”. Metto le indicazioni religiose
fra virgolette perché qui assumono un senso particolare, di appartenenza ad una
cultura, non di dichiarazioni di fede, che purtroppo possono essere, da ogni parte
provengano, anche espressione di fanatismo. La presenza delle due donne non è
casuale. La legge elettorale palestinese prevede infatti una quota a favore delle
donne che, nei consigli municipali delle città, dovranno essere almeno due (anche
scavalcando eventuali maschi che le precedano).
Fortunatamente conosco ormai parecchi betlemiti, il che mi dà l’opportunità di
un incontro con una delle due neolette consigliere comunali, Duha Bandak di United
Bethlehem List (l’altra appartiene al PFLP).
La trovo pensosa, coinvolta dalla consapevolezza di essere una delle prime donne
che in Palestina assumono un ruolo pubblico a seguito di processo elettorale,
convinta –e lo dice con insistenza- che le donne palestinesi esercitino già un
autonomo ruolo di piena responsabilità nella società civile. “Sono madri di “martiri”,
sorelle di prigionieri, - mi dice- impegnate fianco a fianco degli uomini nell’affrontare
una vita difficile, cui spesso devono far fronte da sole, assumendosi pesanti
responsabilità nella conduzione della vita familiare e nelle scelte relative all’educazione
dei figli”.

Le responsabilità che lei stessa si assume la porteranno a prendere decisioni
che vuole utili per donne e uomini della sua città, “figli tutti di Bethlehem”
precisa, aggiungendo che odia le parole “musulmani” e “cristiani” quando vengono
adoperate come indicatori di contrapposizione attraverso il pretesto religioso.
Si propone – e lo dice senza supponenza- di imparare le norme che regoleranno
il suo lavoro istituzionale, di “uscire” nelle strade di Bethlehem per ascoltare
e creare le condizioni per una buona comunicazione fra eletti e cittadini. In
particolare Duha vuole lavorare “con le donne e i giovani: voglio che sentano
che appartengo a Bethlehem”. Il richiamo ai giovani mi suggerisce la domanda
relativa ai matrimoni, al fatto che ancora pesi la scelta familiare. Duha ne vede
anche gli aspetti positivi. Gli adulti nell’organizzazione familiare palestinese
rappresentano una naturale autorevolezza, vengono ascoltati, sono i garanti che
le scelte dei più giovani saranno ben accolte dall’ambiente sociale.
Ma non ne parla con la certezza che sarà sempre così: si dimostra attenta alla
tradizione, ma anche disponibile al cambiamento. Il municipio non è un palazzo,
afferma. E’ l’unico momento del nostro colloquio in cui assume un atteggiamento
determinato, quasi ad esprimere opposizione per chi pensasse il contrario. Usa
proprio la parola “palace” e mi ricorda tempi e modi della politica italiana che
sembrano esser stati –da noi-accantonati. Certo sto vivendo l’esperienza di una
cultura diversa. Ma mi è proprio del tutto estranea?