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scritto per noi
Sandro Bozzolo
La battaglia per la visibilità internazionale, gli scontri dialettici con il Governo, il forum per il cambio climatico di Cancun. Dodici mesi sono passati dall'ultimo incontro tra Marlon Santi e Peacereporter, dodici mesi che hanno visto allargarsi ulteriormente lo strappo tra il movimento indigeno ecuadoriano e il Governo di Rafael Correa, per la costruzione dell'Ecuador che verrà. Terreno di scontro è, ancora una volta, la politica di sfruttamento delle risorse naturali intrapresa dal Presidente, alla quale si oppongono, con tutte le loro forze, i popoli originari. Il clima dialettico si è surriscaldato negli ultimi mesi, fino a spingere Correa a definire "ecologisti infantili manipolati di Ong straniere" un settore sociale, quello degli indigeni, che ha fatto della sacralità del territorio un precetto imprescindibile.
All'alba di un 2011 che fornirà diverse occasioni per tirare le somme sul lavoro svolto, Peacereporter incontra nella sua comunità di Sarayaku il Presidente della Confederazione di Nazionalità Indigene d'Ecuador (Conaie) che tra battute di caccia e feste tradizionali, pianifica l'agenda di un altro anno in resistenza.
Marlon, prima di tutto, un commento sul tentativo di golpe contro Correa del 30 settembre.
Credo sia esagerato parlare di "golpe". In fin dei conti, non c'è stata nessuna manovra sovversiva congiunta, tra forze di opposizione, anche se molti assicurano che l'ex Presidente Lucio Gutierrez ha rivestito un ruolo protagonista, nell'episodio. Ciò a cui abbiamo assistito piuttosto, è stata un'insubordinazione goffa e disordinata da parte di un settore isolato della forza di polizia, un tentativo di rivolta, per richiamare l'attenzione - dicono - su uno stipendio che considerano troppo basso. Un gesto che ha lasciato tutti perplessi.
Il movimento indigeno, comunque, si è dissociato.
Immediatamente. La nostra posizione è chiara: qualunque attività politica deve essere intrapresa nel pieno rispetto della Costituzione. Negli ultimi tempi non abbiamo mancato di segnalare la nostra opposizione a certe scelte governative, soprattutto per quanto riguarda le politiche di sfruttamento delle ricchezze del sottosuolo, che condanneremo sempre. La nostra azione, però, è sempre stata portata avanti nel rispetto della legalità, anche quando ci siamo trovati di fronte a provocazioni.
Un esempio potrebbe venire dalla vostra marcia dello scorso 25 giugno, in occasione del summit dell'"Alleanza Bolivariana Para los Pueblos Americanos (ALBA)", a Otavalo?
Una situazione francamente incomprensibile. Chávez, Evo Morales e Correa, cioè i tre presidente (teoricamente) più progressisti in America Latina, si incontrano in un luogo simbolico per gli indigeni, a Otavalo, nel Nord dell'Ecuador, e si dimenticano di invitare la Conaie, tra una grande rappresentanza di ospiti, molti dei quali, appunto, indigeni. Forse per non avere reale opposizione su certe politiche ampiamente discutibili, ma solo propaganda.
Come avete reagito?
Organizzando una marcia pacifica. Tremila donne e uomini, bambini e anziani, accorsi con mezzi propri dalla Costa, dalla Sierra e dall'Amazzonia per esprimere il nostro diritto a partecipare attivamente a decisioni che ci riguardano da vicino. Eppure ci siamo trovati di fronte a millecinquecento poliziotti in assetto antisommossa. Ci sono stati disordini, e il risultato è che noi organizzatori ci ritroviamo citati in causa dal governo, con la pesante accusa di "sabotaggio e terrorismo", nonostante l'articolo 98 della Costituzione preveda il "diritto dei popoli a resistere". Un'altra delusione è arrivata da Evo, che nonostante il nostro caloroso invito a salutare il popolo indigeno che gridava il suo nome, ha inviato un portavoce e si è dichiarato "impegnato".
A dicembre hai partecipato al vertice di Cancùn per il cambio climatico. Risultati concreti?
Pochi. Ancora una volta si sono viste le solite barricate, non solo metaforiche. I potenti di tutto il mondo continuano a fuggire alle loro responsabilità. E' stato bello, però, confrontarsi con rappresentanti indigeni di tutto il mondo, dagli Inuits ai fratelli africani e asiatici. Continuiamo ad essere uniti su tre richieste fondamentali per il futuro del pianeta: la riduzione dei gas CO2, la necessità di archiviare la triste epoca dello sfruttamento degli idrocarburi, e il rispetto dei diritti indigeni in ogni presa di posizione contro il cambio climatico.
Qual è invece la situazione a Sarayaku, la tua comunità?
Il 2011 sarà un anno fondamentale per la nostra lunga lotta contro lo Stato Ecuadoriano e le multinazionali del petrolio, che dura dal 2003. Ad aprile è prevista la sentenza definitiva, presso la Corte Interamericana dei Diritti Umani. Se sarà a nostro favore, si tratterà di una sentenza storica, perché riconoscerebbe il diritto di un popolo indigeno ad esprimersi, su qualsiasi decisione che riguarda il suo territorio. Sarebbe la giusta ricompensa a otto anni di ferrea opposizione intorno a una linea chiara: il territorio è l'unico patrimonio per cui è giusto battersi, fino alla morte, se necessario.
Il 2011 sarà un anno importante anche a livello personale: a marzo scade il tuo mandato. Progetti di rielezione alla guida della Conaie?
E' questo, l'obiettivo. A livello nazionale, c'è la certezza di aver fatto un buon lavoro, e molti analisti ormai indicano nel movimento indigeno la reale alternativa a un Governo che, in materia di sfruttamento di risorse naturali, si è dimostrato debole contro gli interessi capitalisti , come quello di Correa. Va detto per, che molti compagni interessanti d un'eventuale candidatura alle prossime elezioni nazionali hanno tutto l'interesse fare della presidenza Conaie una buona piattaforma di lancio, per ottenere visibilità nazionale.