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Nel sud dell’Afghanistan non si ferma l’escalation dei
combattimenti tra forze Usa e guerriglia talebana: nel fine settimana è stato
ucciso un altro soldato americano e una dozzina di ribelli sono stati uccisi in
un bombardamento aereo dell’aviazione statunitense sul confine con il Pakistan,
in cui sono stati uccisi anche cinque civili pachistani. Smentendo l’ottimismo
del Pentagono, i generali Usa sul campo ammettono che la resistenza afgana è
ancora molto forte: in proporzione stanno morendo più soldati Usa in
Afghanistan che in Iraq. Non a caso la Gran Bretagna sta addirittura valutando
di inviare in Afghanistan un corposo contingente ‘di soccorso’ alle forze Usa
impegnate nelle province ribelli del sud.
Bombardamenti al
confine con il Pakistan. Sabato l’ennesimo soldato statunitense è caduto
vittima della resistenza talebana. Un ordigno telecomandato è esploso al
passaggio di un blindato nel distretto di Shinkay, nella provincia di Zabul: lo
stesso posto dove due giorni prima erano stati uccisi sei operatori afgani
delle Nazioni Unite.
Analisti britannici:
“totale fallimento strategico”. Dall’inizio di marzo in Afghanistan sono
morti 27 soldati statunitensi. Nell’inferno iracheno nello stesso periodo ne
sono morti 124. In rapporto al numero di truppe dispiegate nei due Paesi, 135
mila in Iraq e solo 16.700 in Afghanistan, il tasso di perdite umane risulta
oggi più alto sul fronte afgano (1,6 per mille) che su quello iracheno (0,9 per
mille). Nonostante questo il Pentagono continua a minimizzare il deterioramento
della situazione in Afghanistan per non ammettere il fallimento del processo di
‘pacificazione’ del Paese. Ma la verità emerge nelle dichiarazioni di alcuni
generali Usa che comandano le truppe sul campo. E’ il caso del generale Greg
Champion, vicecomandante della Task Force 76, che nei giorni scorsi ha ammesso
che nonostante siano passati tre anni dalla caduta del regime integralista,
l’attuale recrudescenza della resistenza armata dimostra che i talebani
rappresentano ancora una seria minaccia.
Polemiche
sull’insuccesso del programma antidroga.
Il fallimento
politico, oltre che militare, della ‘pax americana’ in Afghanistan è
reso
evidente dal naufragio del programma antidroga di sradicamento delle
coltivazioni di papavero. Il boom della produzione di oppio, che ha
ormai
superato i record dell’epoca talebana e che rappresenta quasi la metà
del prodotto interno lordo afgano, è li a dimostrarlo in maniera
imbarazzante. Un imbarazzo che Washington
sembra non provare. Nemmeno davanti alla clamorosa denuncia ufficiale
giunta al
Dipartimento di Stato da parte dell’ambasciata Usa a Kabul. Tre pagine
datate
13 maggio che imputano a Karzai, il presidente afgano sostenuto e
manovrato da
Washington, la colpa di questo fallimento: “Non ha fatto nulla per
imporre
l’autorità del governo centrale nel Paese, nemmeno nella sua provincia
natale
di Kandahar”. Un’accusa indiretta alla politica di Washington in
Afghanistan,
mostratasi fino ad ora incomprensibilmente incapace di eliminare quello
che è
notoriamente il principale canale di autofinanziamento della guerriglia
talebana e di tutti quei signori della guerra che continuano a
mantenere
l’Afghanistan in una situazione di completa anarchia feudale.
Enrico Piovesana