10/01/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Oggi in Algeria e Tunisia, a settembre in Mozambico e ancora prima in Egitto: il fantasma delle food-riots spaventa molti Paesi africani

Non solo Algeria e Tunisia. Le stesse scene di disperazione e violenza potrebbero ripetersi altrove nel continente africano, dove l'aumento vertiginoso dei prezzi dei prodotti alimentari si sta dimostrando una stortura strutturale, più che un problema congiunturale. A dire il vero, si sono già viste: basti pensare ai fatti del Mozambico, dove a settembre la decisione del governo di aumentare del 30 per cento il prezzo del pane aveva incendiato le piazze. Anche lì si contarono dei morti. Non i primi e nemmeno gli ultimi, purtroppo. Il problema sta progressivamente diventando emergenza, soprattutto adesso che il numero delle persone malnutrite o denutrite nel mondo ha superato la spaventosa soglia del miliardo. Soltanto mercoledì 5 gennaio, l'agenzia delle Nazioni Unite competente sulla politica agricola e alimentare, la Fao, aveva diffuso una nota in cui metteva in guardia da un imminente "food price shock", un'impennata inflazionistica che avrebbe colpito i segmenti più esposti delle popolazioni dei Paesi sottosviluppati o in via di sviluppo: ci si sta pericolosamente avvicinando al quadro in cui maturò la crisi alimentare del 2008, sostengono gli esperti dell'Onu, mentre alcuni dati dicono chiaramente che il sistema si sta dirigendo verso un altro crash. Nel giugno del 2008, il prezzo del paniere di riferimento utilizzato dall'agenzia aveva raggiunto i 213,5 punti: adesso ha toccato i 214,7 punti. Colpa della crescita dei prezzi di grano, zucchero, olio vegetale e carne. La situazione si sta facendo esplosiva ovunque nel continente, non solo nei Paesi meno sviluppati o in quelli segnati da conflitti in corso o conclusisi da poco.

I prezzi stanno aumentando in Sudan, dove la possibile secessione del Sud cristiano ha resuscitato lo spettro di una nuova guerra civile: qui il numero di cittadini che si trovano ad essere tagliati fuori dal mercato è in forte crescita. Lo stesso accade in Costa d'Avorio, anche a causa della decisione di molti produttori di cacao di contrabbandare la loro produzione nella vicina Sierra Leone, in cerca di profitti più alti. In Niger, mentre l'estate scorsa la fame falcidiava centinaia di persone e di capi di bestiame, si poteva trovare merce invenduta nelle bancarelle dei villaggi. Anche in Guinea Bissau solo pochi mesi fa la locale associazione dei consumatori di beni e servizi (Acobes) diffondeva dati inquietanti: I prezzi di carne e pesce tra agosto e settembre sono aumentati del 75 per cento; l'aglio è passato dai duemila a 4500 franchi coloniali (Fcfa) al chilo. Se 50 chili di zucchero a metà agosto costavano 15 mila Fcfa, il mese successivo bisognava sborsare quasi il doppio. Se l'emergenza non è diventata catastrofe è solo perché in Africa i raccolti sono stati più che soddisfacenti, come certificato dall'International Food Policy Research Institute (Ifpri) e perché si è mantenuto stabile il prezzo del riso, parte imprescindibile della dieta di circa tre miliardi di persone in Asia e Africa. Nella parte orientale e occidentale del continente, anche il prezzo della carne ha retto alla spinta inflazionistica, aumentando di un 10 per cento circa, contro un 45 per cento in media delle carni americane e argentine.

Eppure il quadro è preoccupante quasi ovunque: nella ricca Namibia, gli economisti già l'estate scorsa avevano previsto per l'inverno "un aumento molto significativo dei prezzi di carne, frutta, ortaggi e prodotti a base di mais". In Sudafrica, non è solo la congiuntura internazionale ad avere messo in moto una spirale inflazionistica ma anche gli aumenti salariali concessi dal governo dopo un'estata di scioperi a oltranza e quelli di benzina ed elettricità. Qui, la Heskom Holdings Ltd, che produce il 95 per cento dell'energia consumata nel Paese, ha previsto un aumento del 25 per cento delle tariffe ogni anno per tre anni. Ma l'osservato speciale resta l'Egitto, che le rivolte per il pane le ha conosciute già nel 2008. Gli economisti, che stanno esaminando i dati di dicembre, lasciano trapelare che l'inflazione media registrata alla fine dello scorso anno potrebbe attestarsi tra un 14 e un 15,5 per cento, mentre quella di pane e cereali avrebbe toccato il 20 per cento. Intanto, dal ministero dell'Agricoltura fanno sapere che circa 2500 mucche sono in arrivo dall'Etiopia. La buona produzione agricola del continente ha solo mitigato gli effetti di una ripresa del consumo mondiale, ora che molte delle principali potenze economiche si stanno lasciando la recessione alle spalle. Ma l'Africa è penalizzata anche dalla corsa ai biocarburanti, che ha fatto impennare i consumi di grano, zucchero, olii vegetali e grano. E la situazione peggiorerà, dal momento che secondo le proiezioni dei demografi dell'Onu nei prossimi 40 anni un numero sempre maggiore di persone abbandonerà le campagne per trasferirsi in città: aumenteranno le bocche da sfamare, dimuiniranno le braccia impiegate in agricoltura, come anche la terra disponibile. L'Africa da anni è terreno di caccia di fondi e società private che hanno comprato porzioni di territorio pari a cinque volte la Gran Bretagna. Tutto questo avrà un'ulteriore e inevitabile ripercussione sui prezzi.

Alberto Tundo

Categoria: Risorse, Salute, Ambiente, Economia
Luogo: africa