
Finalmente terra. Ma
senza pace. Il 15 aprile scorso, il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha
finalmente firmato l’omologazione della terra indigena Raposa Serra do Sol,
nello stato amazzonico di Roraima, sancendo così la restituzione almeno
parziale delle proprietà ancestrali ai popoli Makuxi, Ingarikò, Taurepang e
Wapixana a Roraima. Un atto storico, un momento tanto atteso dalle 164 comunità
indios, da quei 16.484 indigeni martoriati da decenni dall’incubo di quei
coloni che si sono impossessati di
ettari ed ettari di terreni indios tramite dubbi documenti di proprietà. Coloni
bianchi che, nonostante tutto, non intendono arrendersi. Nemmeno ora.
L'antefatto. La lotta per far
riconoscere ufficialmente la loro terra dal governo federale affonda le radici
nella notte dei tempi della costituzione brasiliana. Sin da subito gli indios,
aiutati da organizzazioni umanitarie, dalla Chiesa e ultimamente anche
dall’opinione pubblica internazionale, hanno iniziato a battersi per i propri
diritti. Sopportando violenze e prepotenze da parte di fazendeiros spalleggiati
dai potenti locali spesso collusi con l’amministrazione statale, le varie
comunità si sono organizzate e si sono mosse unite e determinate, sfoderando
volontà e molta pazienza. Lula, infatti, aveva promesso questo riconoscimento
sin dalla sua elezione, ma sono trascorsi ben due anni prima di vederlo
divenire realtà. Due anni difficili, dunque, durante i quali i coloni si sono
scatenati in azioni dimostrative, spesso violente, nel tentativo di scoraggiare
gli indios con minacce e violenze. Senza però riuscirci.
I fazendeiros comunque
non si arrendono. Omologazione per loro significa restituire la terra ai
legittimi proprietari con sgombero immediato. Questo vuol dire dover
abbandonare latifondi coltivati molto spesso a monocoltura, legati dunque ai
forti interessi dell’agro-business.
Per questo, subito dopo
la storica firma, il governatore dello Stato di Roraima, Orromar Pinto del
Partito Trabalhista Brasilieiro, ha proclamato sette giorni di lutto in segno
di protesta e ha chiesto l’immediata sospensione del decreto. E lo stesso hanno
fatto ben 54 deputati del parlamento federale. Non solo. I coloni stanno
minacciando ritorsioni e violenze contro gli indigeni tanto da costringere
ancora una volta le comunità a chiedere aiuto. “Solo la pressione della
comunità internazionale può aiutarli", spiegano dal Comitato Roraima di
solidarietà con i Popoli Indigeni del
Brasile, gli stessi che hanno contribuito a lanciare “Nos Existimos” una
campagna di sostegno alla loro causa,
promossa da diocesi di Roraima, missionari della Consolata, Comitato
indigeno di Roraima-CIR, Centrale unica dei lavoratori-CUT, Centro dei diritti
umani-CDDH. In questo caso,
l’intento è sottoscrivere
messaggi di compiacimento per l’omologazione e
inviarli al Governo in modo da mantenere alta la soglia di attenzione sul
problema che è solo in via di risoluzione.
La lotta infinita. “Il riconoscimento della nostra
terra –
spiega il Comitato indigeno di Roraima in una lettera indirizzata a tutti
coloro che hanno sempre sostenuto la loro causa - è un frutto colto da tutti coloro
che ci
hanno aiutato. Da lontano o da vicino in molti hanno fatto proprio il cammino
quotidiano
della lotta dell’organizzazione indigena, per questo li ringraziamo di cuore.
Insieme abbiamo sognato una Raposa Serra do Sol
più degna e omologata. Diciamo molte grazie a coloro che hanno trascorso ore o
giorni impegnandosi in campagne, scrivendo lettere, e-mail, telefonando,
partecipando a riunioni e dedicando tutta la loro solidarietà ai diritti
indigeni. Abbiamo sempre combattuto degnamente la buona battaglia, senza
attentare alla vita di nessuno, principalmente alla vita dei nostri oppositori
che, per ragioni
storiche ed economiche, non accettano la nostra lotta.
La perseverante presenza di
tutti i nostri sostenitori – continuano - è sempre stata una motivazione in più
perché non desistessimo
dal
cercare, nella legge o con la pressione politica, l’affermazione dei nostri
diritti. Nei momenti più difficili abbiamo sempre tratto forza dall’idea
di un abbraccio amico, come stimolo per continuare a guardare avanti. Sappiamo,
però, che le rivendicazioni per
la nostra libertà non terminano con il decreto di omologazione, per questo
saremo attenti a qualsiasi violazione dei diritti. Per garantirci il possesso
esclusivo della Raposa resta ancora molto da fare.
Fin d’ora ci impegneremo con tutte le nostre forze nella gestione del
territorio per raggiungere lo sviluppo sostenibile comunitario. La nostra
conquista non è terminata il giorno 15 aprile, è appena iniziata, per questo
continuiamo a contare su di voi”. E per questo è
indispensabile, alla luce delle reazioni dei coloni, aderire alla nuova
campagna in difesa dei diritti delle comunità indigene. Solo la
pressione internazionale può ancora una volta salvarli.