scritto per noi da
Paola Erba
Il processo
di disboscamento, in atto da anni, riguarda le specie
native (Araucaria e Alerce, soprattutto), che vengono tagliate e -nella
migliore delle ipotesi- rimpiazzate con pini ed eucalipti.
Le conseguenze sono la desertificazione e lo
stravolgimento di un equilibrio naturale millenario: non solo perchè le
sostituzioni non sempre avvengono, ma anche perchè, quando si
fanno, cambiano irreversibilmente il suolo e
l'ambiente.
A farne le spese sono le zone
dove questo equilibrio è più delicato: la Patagonia, innazitutto, che
ha uno spessore di terra
fertile sottilissimo, anche solo 10 centimetri. E
dove, nei secoli, si sono creati equilibri
unici e specie impossibili da sostituire.
In Cile, il processo di disboscamento non è nuovo: in
forma sistematica, iniziò dopo il '73, durante la dittatura
militare, favorito da ingenti sovvenzioni
statali. Continua ancora oggi, benchè le sovvenzioni siano
cessate. E non dà segni di cedimento, visto che l'esportazione di
legname è un affare di milioni di dollari. Si calcola che nel 2002
siano entrati nel Paese 2380 milioni di dollari per le vendite a Canada
e Stati Uniti.
Un affare in mano soprattutto
alle multinazionali straniere: le uniche che possono permettersi di
comprare appezzamenti di terreno abbastanza grandi da essere
economicamente vantaggiosi. "Solo il 7,5% degli oltre due milioni di
ettari di pini ed eucalipti cileni è in mano a piccoli
proprietari", spiega Lucio Cuenca Berger, coordinatore, a
Santiago de Chile, dell'Osservatorio
Latinoamericano di Conflitti Ambientali. "In questi casi,
le superfici sono relativamente modeste: tutte
inferiori ai 100 ettari. Ma non è così per la maggior parte
dei terreni: un altro 22,6% è costituito da estensioni tra i
100 e i 1000 ettari, mentre il 66,5% supera addirittura
i 1000 ettari e appartiene a pochi gruppi industriali cileni,
associati a multinazionali straniere (per lo più statunitensi e
neozelandesi). Sono loro a controllare tutto il mercato del
legno e della cellulosa".
"Tagliare il bosco
nativo - continua Berger- è un ottimo affare, perchè
l'Araucaria e l'Alerce hanno una crescita lenta e un legno pregiato. Ma
una volta tagliate, queste piante impiegano circa 70 anni a
crescere, prima di raggiungere dimensioni adatte ad un nuovo
taglio. Così le si sostituisce con il pino, che dà
gli stessi risultati in 10 anni: un tempo ben più ragionevole perchè il
bosco renda. Purtroppo, la sostituzione con specie
non autoctone, provoca cambi sconvolgenti alla flora e alla fauna di
questi territori.
Ma c'è di peggio: la produzione di cellulosa
(per la quale il Cile vanta i prezzi più bassi al mondo) richiede l'uso
di composti di cloro e rilascia residui nocivi come la dioxina. Mette
quindi in pericolo altre due attività sui cui si fonda
l'economia del Paese: la pesca e la viticoltura . I costi
dell'attività forestale, insomma, non sono solo
ambientali, ma economici, sociali e culturali. Senza contare, infine, che le altissime
rendite
del commercio del legno non portano benefici all'insieme della
popolazione. Un dato fra tutti, è particolarmente significativo: in
Cile, le zone dove si concentra la produzione di alberi e di cellulosa
(l'Ottava Regione e la Nona) sono ancora le più povere del paese.
Qui il 32% della gente vive sotto la linea di
povertà. Si dice, infine, che il bosco porta lavoro:
forse. Peccato che sia solo stagionale, mal
remunerato, unicamente al servizio delle grandi industrie
trasnazionali”.