23/08/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Entro il 2025, il bosco nativo cileno è destinato a scomparire
scritto per noi da
Paola Erba 
 
Alerce in PatagoniaIl processo di disboscamento, in atto da anni, riguarda le specie native (Araucaria e Alerce, soprattutto), che vengono tagliate e -nella migliore delle ipotesi- rimpiazzate con pini ed eucalipti.
 
Le conseguenze sono la desertificazione e lo stravolgimento di un equilibrio naturale millenario: non solo perchè le sostituzioni non sempre avvengono, ma anche perchè, quando si fanno, cambiano irreversibilmente il suolo e l'ambiente.
 
A farne le spese sono le zone dove questo equilibrio è più delicato: la Patagonia, innazitutto, che ha uno spessore di terra fertile sottilissimo, anche solo 10 centimetri. E dove, nei secoli, si sono creati equilibri unici e specie impossibili da sostituire.
 
In Cile, il processo di disboscamento non è nuovo: in forma sistematica, iniziò dopo il '73, durante la dittatura militare, favorito da ingenti sovvenzioni statali. Continua ancora oggi, benchè le sovvenzioni siano cessate. E non dà segni di cedimento, visto che l'esportazione di legname è un affare di milioni di dollari. Si calcola che nel 2002 siano entrati nel Paese 2380 milioni di dollari per le vendite a Canada e Stati Uniti.
 
Un affare in mano soprattutto alle multinazionali straniere: le uniche che possono permettersi di comprare appezzamenti di terreno abbastanza grandi da essere economicamente vantaggiosi. "Solo il 7,5% degli oltre due milioni di ettari di pini ed eucalipti cileni è in mano a piccoli proprietari", spiega Lucio Cuenca Berger, coordinatore, a Santiago de Chile, dell'Osservatorio Latinoamericano di Conflitti Ambientali. "In questi casi, le superfici sono relativamente modeste: tutte inferiori ai 100 ettari. Ma non è così per la maggior parte dei terreni: un altro 22,6% è costituito da estensioni tra i 100 e i 1000 ettari, mentre il 66,5% supera addirittura i 1000 ettari e appartiene a pochi gruppi industriali cileni, associati a multinazionali straniere (per lo più statunitensi e neozelandesi). Sono loro a controllare tutto il mercato del legno e della cellulosa".
 
"Tagliare il bosco nativo - continua Berger- è un ottimo affare, perchè l'Araucaria e l'Alerce hanno una crescita lenta e un legno pregiato. Ma una volta tagliate, queste piante impiegano circa 70 anni a crescere, prima di raggiungere dimensioni adatte ad un nuovo taglio. Così le si sostituisce con il pino, che dà gli stessi risultati in 10 anni: un tempo ben più ragionevole perchè il bosco renda. Purtroppo, la sostituzione con specie non autoctone, provoca cambi sconvolgenti alla flora e alla fauna di questi territori.
 
Ma c'è di peggio: la produzione di cellulosa (per la quale il Cile vanta i prezzi più bassi al mondo) richiede l'uso di composti di cloro e rilascia residui nocivi come la dioxina. Mette quindi in pericolo altre due attività sui cui si fonda l'economia del Paese: la pesca e la viticoltura . I costi dell'attività forestale, insomma, non sono solo ambientali, ma economici, sociali e culturali. Senza contare, infine, che le altissime rendite del commercio del legno non portano benefici all'insieme della popolazione. Un dato fra tutti, è particolarmente significativo: in Cile, le zone dove si concentra la produzione di alberi e di cellulosa (l'Ottava Regione e la Nona) sono ancora le più povere del paese. Qui il 32% della gente vive sotto la linea di povertà. Si dice, infine, che il bosco porta lavoro: forse. Peccato che sia solo stagionale, mal remunerato, unicamente al servizio delle grandi industrie trasnazionali”.
Categoria: Ambiente
Luogo: Cile