“A febbraio di quest’anno hanno approvato una legge che
produrrà l’espulsione di almeno 26mila immigrati. Gente fuggita dal
proprio Paese per motivi politici. In tre anni, secondo il governo,
dovrebbero tornare a casa. Dove erano perseguitati. Per protesta, Mehdy
Kavousi, un ragazzo iraniano si è cucito labbra e palpebre. Questa è
l’Olanda oggi”.
Sa bene di cosa sta
parlando Oriana Osso. A soli 24 anni, in un lontano 1973, è cominciata
la sua vita da nomade. Dirigente cattolica degli studenti
all’università di Valparaiso, nel nord del Cile, fu costretta dal golpe
di Pinochet all’esilio.
La donna ricorda:
“Ero giovane e avevo vissuto coi miei genitori fino a pochi mesi prima.
Abitavo nella casa dello studente da alcune settimane, ma comunque a
cinquecento metri di distanza dalla mia familglia. Ero iscritta al
Mapu, Movimiento de Acciòn Popular Unitario, un gruppo nato da una
scissione della Democrazia Cristiana e alleato con il governo di
sinistra. I militari ci odiavano, forse più di quanto non odiassero i
comunisti. Ci consideravano molto pericolosi”.
La giovane di quei tempi oggi è una donna alla quale la vita
ha imposto un’esperienza dura e faticosa. Dal Cile all’Argentina, alla
Francia, all’Italia, al Marocco, fino all’Olanda. Sempre inseguita
dalla sua voglia di aiutare i più deboli.
“Ricordo il colpo di stato – continua Oriana - e nessuno di
noi immaginava che la giunta
militare sarebbe rimasta al potere tanti anni. Sbagliammo del tutto
l’analisi della situazione. Eravamo convinti della reazione popolare.
La violenza, la crudeltà della repressione, l’arresto e l’uccisione di
un numero impressionante di dirigenti e militanti politici democratici
distrusse ogni possibilità di reazione. E anche i nostri errori. Io ero
vicina a persone del Mir, il Movimento de Izquierda Revolucionaria. Ci
riunivamo insieme, lavoravamo insieme. Spesso ci arrestavano insieme.
Quando attaccavamo i manifesti o scrivevamo sui muri la polizia ci
fermava. Era una formalità, prima del golpe erano gentili. Ci portavano
in caserma e chiamavano i nostri familiari. Fu per questo motivo che
andai a vivere nel collegio universitario. Mia madre e mio padre si
erano stufati di venirmi a prendere”.
Oggi
Oriana vive da un’amica, sul lago di Bracciano, vicino Roma, dopo
undici anni di Olanda. Alla fine la vecchia militante cilena non ha
resistito al clima del Paese del nord Europa. Non al caldo o al freddo,
ma alla regressione in cui è caduta la patria dei mulini a vento.
Guardandola, sentendola parlare, si vedono intatti l’entusiasmo e la
passione con la quale, oltre trenta anni fa, migliaia di giovani cileni
vivevano l’esperienza del governo popolare di Salvador Allende.
Seduti al sole di agosto, in un luogo
lontano dalla confusione della città, lei ha migliaia di parole per
raccontare la sua storia. Un discorso che sembra un fiume in piena.
Va avanti: “Il Mapu, a causa
della vicinanza di alcuni di noi al Mir, ci espulse. Per me fu
incomprensibile. In fondo eravamo tutti dalla stessa parte. La cosa
però complicò la mia vita. Quando Pinochet fece il colpo di stato capii
di dover fuggire subito. Ero troppo conosciuta, mi avrebbero preso.
Cominciai a dormire da amici. Non esisteva nessun piano preventivo, non
eravamo preparati. Per di più il Mir condannò chiunque volesse uscire
dal Cile e questo voleva dire non avere aiuti. Grazie ad alcuni amici
fui in grado di andare in Argentina. La mia certezza era di tornare a
Valparaiso in poche settimane. La giunta sarebbe crollata, ero
convinta. Invece di tornare in Cile arrivarono i generali a Buenos
Aires. Un altro golpe. Lì mi nascondevano perché noi profughi cileni
eravamo destinati a scomparire subito. Insomma ad essere catturati e
uccisi. Molte volte mi veniva anche da sorridere. Alcuni amici erano
Montoneros, i guerriglieri argentini. Per sfuggire ai controlli mi
mettevano in piccole stanze ricavate dietro gli armadi, dove tenevano
armi, documenti, libri proibiti. O in ceste di paglia, dove ero in
compagnia delle stesse cose. Mi sembrava di essere finita dalla padella
nella brace. Anche lì era non potevo restare. Fui aiutata da un giovane
diplomatico italiano, Marco Calamai. L’ambasciata del governo
di Roma non dava aiuto ai perseguitati, ma il consolato si.
Fummo avvertiti di non andare per nessun motivo nella delegazione
diplomatica, perché avrebbero chiamato la polizia per farci arrestare.
Il console era diverso e io avevo una origine italiana. Mi diede il
passaporto e mi accompagnò fino alla nave. Lasciavo il mio continente,
il sud America”.
Riassumere una esistenza
come quella di Oriana richiederebbe un libro. Arrivata in Europa non abbandona
il suo sogno
politico e a Parigi comincia ad occuparsi di malati di mente. Così
trova il modo per andare in Marocco, dove lavora in un ospedale
psichiatrico tenuto da suore cattoliche. Dopo il nord Africa viene in
Italia e poi raggiunge l’Olanda. Non è tenera col governo dell’Aja: “Si
immagina l’Olanda come un posto di persone libere e disponibili. Non è
vero. In un articolo di ‘Le monde diplomatique’, Alain Franco scrive
che il controllo sociale è talmente forte da imporre ai cittadini di
non distinguersi, perché la società non se lo aspetta e rischia di
diventare punitiva. Un giornale, Wakker Nederland, ha titolato ‘siamo
invasi dai kossovari!’, dopo l’arrivo dei profughi dai Balcani. Il
provvedimento di esplulsione è l’ultimo di una lunga serie di segnali
sul malessere olandese. Loro fanno di tutto perché non se ne parli e le
notizie sulle discriminazioni sono nascoste. Il giornalista francese,
dopo la pubblicazione del suo articolo, è stato convocato
all’ambasciata olandese per proteste. Non ne potevo più di quel sistema
oppressivo, sono andata via un'altra volta. Adesso debbo ricostruire di
nuovo la mia vita, ma ci sono abituata”.
L’eterna ragazza cilena non ha paura. Prende un giornale e
comincia cercare tra gli annunci. È il momento di trovar casa.