scritto per noi da
Paola Erba
Muoiono sull'asfalto, sotto i colpi delle bande rivali o
della polizia. E lì restano, sui marciapiedi, in attesa che
il camion della spazzatura se li
porti via.
Nahaman Lopez aveva 13 anni quando nel 1990 venne ucciso
dalla polizia. Lo ricordano oggi i suoi compagni, ospiti
di Casa Alianza, una ong che si occupa di
ragazzi di strada in molti Paesi dell'America
Latina.
"Era la notte del 4 marzo 1990",
raccontano gli amici di Nahaman. "Eravamo in giro, stavamo respirando
della colla. Si avvicinarono quattro poliziotti. Fuggimo.
Alcuni di noi, io, Nahaman e ad altri due fummo
portati in carcere. Per darci una
lezione, la polizia cominciò a versarci colla sulla
testa. Nahaman faceva resistenza. Lo buttarono a terra e
cominciarono a picchiarlo. Non smettevano di colpirlo, con i
manganelli e con i calci: dappertutto, in
faccia, nello stomaco. Quando se ne andarono era ancora vivo,
ma non si muoveva più".
Nahaman morì dieci
giorni più tardi, con sei costole rotte, contusioni sul 60 per cento
del corpo e il fegato a pezzi. Casa Alianza, per quattro anni, lottò
perchè i colpevoli venissero condannati. La pena
arrivò: 12 anni di carcere e un risarcimento
economico alla famiglia, che non fu mai pagato. I
poliziotti, dopo soli 6 anni, uscirono di
prigione.
Contro questi
omicidi, Casa Alianza ha 328 processi penali pendenti, ma solo
per 15 si è giunti ad un regolare
processo.
In questa guerra non dichiarata, il Guatemala non è solo:
in Salvador, ogni anno, i ragazzi uccisi dalla
polizia sono circa 600, e quasi mille in Nicaragua.
Ma intanto le maras continuano a
crescere. Sono il risultato -spiegano i
sociologi- della povertà, del caos, dello
sradicamento, aggravati da una guerra civile (1960-96), che in Guatemala ha
trasferito nelle periferie delle grandi città milioni di
disperati in fuga dalle campagne, dove erano maggiori gli
abusi e la miseria. Dei circa 5000 i bambini tra i 7
e i 14 anni che vivono per strada a Città del Guatemala, la
maggior parte viene proprio da queste zone.
Spesso, si
tratta di violenza importata dagli Stati Uniti: sono quasi due
milioni, infatti, i guatemaltechi che vivono tra la California
e la Florida. E proprio qui, negli Stati Uniti, gli
adolescenti figli di immigrati entrano a far parte delle maras. Il
salto nelle carceri e nei riformatori USA, in
genere, è breve. Poi, appena scontata la
pena, vengono espulsi dal Paese e, una volta
tornati a casa, rifondano nelle periferie latinoamericane le
stesse organizzazioni dove, in Florida o in California, avevano
militato. E se lì erano 'soldati semplici', in Guatemala (così
come in Honduras e in Salvador) ne diventano
i capi.
In cambio di armi e denaro
per tenere in vita le proprie guerre, i pandilleros, i membri delle bande, si
convertono in pedine del crimine organizzato. E in
Guatemala, secondo dati
della Facultad Latinoamericana
de Ciencias
Sociales (FLACSO), di gruppi di
crimine organizzato ce ne sono ben
600: complessivamente, un esercito
di 20mila uomini.
Per
loro, le maras sono un nodo
centrale nel commercio e trasporto di droga che dalla Colombia
attraversa il Guatemala diretta al Nord, al Messico e agli
Stati Uniti, innazitutto. E
le maras più potenti non solo si
avvalgono di struttura quasi militari e di armi sofisticate
(fucili AK 47, AR 15, M-16...), ma possono contare, proprio per il
passato di molti loro capi, su relazioni privilegiate con le
bande giovanili statunitensi. "Un fenomeno da non
sottovalutare", dicono i sociologi. "Anche per il numero di
persone coinvolte: la banda più potente del Centroamerica, la Mara Salvatrucha
(Salvador) ha 36mila miliziani.
In Honduras, l'M 18 ne conta 29mila".