22/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il Nicaragua festeggia il XXV anniversario della Rivoluzione Sandinista
Truppe sandiniste Il Nicaragua, un paese dal passato travagliato, ma con la voglia di trovare la via della rinascita.
 
Sin dalla sua costituzione (1839), questo piccolo Stato dell'America Centrale non ha avuto vita facile. Lacerato da guerre civili tra liberali e conservatori, ha dovuto affrontare quasi da subito la crescente influenza degli Usa nell'area caraibica. Sin dal 1911 gli Stati Uniti riuscirono a far salire al potere un loro uomo, Adolfo Diaz, conservatore. Il Nicaragua non accettò e insorse. Fu allora che i soldati statunitensi entrarono per la prima volta nel Paese, e protessero il governo insediato fino al 1916. Poi, costruirono una base militare e ottennero il diritto esclusivo di realizzare un canale interoceanico.
 
L'influenza nordamericana si fece di anno in anno più incombente, tanto che causò violente ondate di insofferenza che costrinsero i marines a lasciare il Paese (1925) per tornarvi l'anno seguente, provocando una vera e propria guerriglia. Nel 1928 nuove elezioni portarono alla presidenza un liberale, Josè Maria Moncada, e l'opposizione alla presenza militare Usa si fece più forte. Un altro leader liberale, Augusto Cesar Sandino, continuò a combatterla fino al completo ritiro di ogni contingente (1933).
 
Ma Washington non si arrese e continuò a influire sulla politica e gli interessi del Nicaragua attraverso il capo della Guardia Nazionale, Anastasio Somoza, il quale fece uccidere Sandino e prese il controllo del Paese, mantenendolo per un ventennio.
 
Instaurò un regime repressivo nell'interesse della sua famiglia e di Washington. Nel '56 morì e fu succeduto dal figlio Luis Somoza Debayle, mentre il fratello prese le redini della Guardia Nazionale. Dopo una breve parentesi di tre anni (1963-66) durante la quale governò un liberal-nazionalista regolamente eletto, René Schick Gutierréz, i Somoza tornarono al potere con Anastasio.
 
Intanto, la guerriglia del Fronte sandinista, che si ispirava ai principi e alle gesta di Sandino, contro il regime e contro gli Usa, stava intensificandosi. Fu così che il 19 luglio del 1979 i guerriglieri del Fronte sandinista di liberazione nazionale (Fsln) entrarono a Managua, la capitale, mettendo fine alla dinastia tirannica dei Somoza e rimanendo alla guida del Paese per un decennio.

Per usare le parole di Noam Chomsky: "Quando quel regime fu realmente minacciato dai sandinisti alla fine degli anni '70, gli Stati Uniti dapprima tentarono di istituire il cosiddetto Somocismo senza Somoza - di preservare cioè l'intero, corrotto sistema, ma con qualcun altro al comando - ma, poiché questo non funzionò, il presidente Carter cercò di continuare ad utilizzare almeno la Guardia Nazionale di Somoza come base del potere americano. La Guardia Nazionale si era sempre fatta notare per la brutalità e il sadismo. Nel giugno del 1979, durante la guerra contro i sandinisti, aveva commesso eccidi di massa, bombardando i quartieri popolari di Managua e uccidendo decine di migliaia di persone. Pochi giorni dopo, però, Somoza si precipitò a Miami con quel che restava del tesoro nazionale del Nicaragua, e la Guardia fu costretta a cedere. L'amministrazione Carter favorì la fuga dei suoi comandanti imbarcandoli su aerei con i contrassegni della Croce Rossa (un vero crimine di guerra) e iniziò a ricostruire la Guardia presso i confini del Nicaragua, i cui membri sarebbero presto stati chiamati Contra, controrivoluzionari". I Contra da subito iniziaronodure battaglie contro la rivoluzione.
 
Dal 1980 il presidente americano Ronald Regan arrivò a porre un embargo al Paese, temendo il connubio con Cuba e con l’Unione Sovietica. La misura venne organizzata dalla Cia. Obiettivo: ridurre al logoramento la resistenza della popolazione nicaraguese.
 
Ma nel 1984 i nicaraguensi rinnovarono la propria fiducia ai principi della rivoluzione e le elezioni presidenziali riconfermarono Daniel Ortega. La pressione Usa, però, cominciò a dare i propri frutti. Il presidente fu costretto a investire nella difesa piuttosto che nel sociale. E la gente arrivò all’esasperazione. Le ristrettezze dovute al continuo aumento del costo della vita, il servizio militare lungo e impegnativo, i razionamenti di alimenti e servizi come acqua ed energia stremarono il popolo. E nelle elezioni del 1990 il Nicaragua impose il proprio ‘basta’: Ortega venne sconfitto e col 54,2 per cento andò al potere Violeta Barios Chamorro, moglie di Pedro Joaquìn Chamorro ed ex sostenitrice del partito sandinista, esponente del Union Nacionale de Opposition (Uno) finanziata dagli Stati Uniti.
 
Da allora il Fsln non è più salito alla guida del Nicaragua.
 
Nel ‘96 una crisi interna al partito e le accuse rivolte ad alcuni sui dirigenti di essersi appropriati di beni statali favorirono l’ultra-conservatore Arnoldo Alemán del Partito liberal costituzionale (PLC), che vinse. Stessa cosa nelle elezioni del 2001: vinse l’attuale capo Enrique Bolanos Geyer del partito liberal-costituzionalista, candidato gradito a Washington.
 
Ma il Fronte non sembra ancora arrendersi. Una volta compreso che il problema sta nel riallacciare il rapporto diretto con la società, i dirigenti storici sono fiduciosi.
 
E quale occasione migliore se non i festeggiamenti per il XXV anniversario della rivoluzione per ribadire questa voglia di tornare democraticamente al potere per risollevare il Nicaragua?
 
E così, in una Plaza de la Fé – una volta Plaza de la Revolucion, abolita dall’ex presidente Alemàn, ora in carcere, che ha pensato bene di continuare l'opera di soppressione della memoria storica iniziata nel 1990 quando era sindaco di Managua, facendo costruire un'inutile fontana cantante e la Casa Presidencial – gremita da migliaia di persone provenienti da tutto il paese, si sono dette parole di speranza e di rivincita.

“Una piazza stracolma – racconta Giorgio Trucchi, dell’associazione Italia-Nicaragua -, un fiume di folla si è accalcata lungo la Avenida Bolivar perché non riusciva ad entrare in piazza. Gente arrampicata sui lampioni, sugli alberi e anche sugli enormi cartelloni che annunciavano l’anniversario. Centinaia i bus, le auto e più di seicento le tradizionali biciclette di Masaya. Per ricordarsi qualcosa di simile bisogna tornare indietro al 1990, quando il FSLN chiuse la sua campagna elettorale con la certezza di una vittoria, che poi si rivelò una pesante sconfitta che fa ancora male a tanti dei presenti. Le ore sono trascorse veloci. Numerose le personalità che si sono susseguite sul palco.
 
Rosaria Murillo, la poetessa e compagna di Daniel Ortega, ha scandito i tempi degli interventi. Monsignor Eddy Montenegro ha benedetto la manifestazione e ‘quel momento storico’, in perfetta sintonia con il riavvicinamento del FSLN alla Chiesa Cattolica e a al cardinale Obando y Bravo che, durante una surreale messa in Cattedrale, ha pregato per tutti i morti dei conflitti avvenuti in Nicaragua, per la riconciliazione e per la pace. Momenti di riavvicinamento tra sandinisti e Chiesa che solo alcuni anni fa erano inimmaginabili: Monsignor Carballo ha abbracciato l'ex direttore della Seguridad del Estado, Lenìn Cerna e quest’ultimo il Nunzio Apostolico”.
 
Poi si sono susseguiti gli interventi. “Hanno parlato il rappresentante del Partito Comunista Cubano, Osmani Cienfuegos – racconta Trucchi - Miriam Arguello della Convergencia, partito che alle prossime elezioni si presenterà con il Fsln, e Violeta Pacay Sandino del Movimento Zapatista del Chiapas. Poi sono state anche consegnate le onorificenze a molti personaggi della sfera sandinista, tra cui il fondatore ed attuale deputato Tomàs Borge, il maestro Orlando Pineda, l'economista Orlando Nuñez e Pablo Aràuz, il famoso "lanciatore della molotov", immortalato dalla fotografa Susan Meiselas durante l'insurrezione di Estelì”.
 
Quindi è stata la volta di Daniel Ortega che ha preso la parola verso le 18, quando molta gente se ne era già andata per la stanchezza. Una ora e cinquanta minuti di discorso in cui ha rivisitato la storia recente del Paese, dal trionfo rivoluzionario, opera di un popolo stremato da quasi 50 anni di dittatura somozista, alla sconfitta elettorale che ha comunque segnato il primo esempio di passaggio di potere democratico.
 
“Non sono naturalmente mancati riferimenti alla tragica situazione attuale del Nicaragua, frutto di 14 anni di neoliberismo, corruzione e supervisione degli Stati Uniti e degli Organismi Finanziari Internazionali – ha ripreso Trucchi -. Ortega ha spiegato come il neoliberismo sia stato una tragedia per tutta l'America Latina. Queste le sue parole:
 
Dicono che bisogna ringraziare il Fondo Monetario Internazionale, il G8 e gli Stati Uniti per il condono del Debito Estero, ma si sono dimenticati dell'aspetto sociale. Grazie alle politiche di questi paesi e degli organismi internazionali e alla mancanza di interesse degli ultimi governi del Paese, centinaia di migliaia di nicaraguensi sono dovuti esiliare per cercare lavoro. Non dobbiamo ringraziare quindi nessuno. E non é un fatto ideologico. E’ un fatto di dignità. Hanno consegnato il paese senza condizioni. Promettono libero mercato, chiedono competitività ai produttori, ma li lasciano in balia dei sussidi che i paesi sviluppati danno ai loro agricoltori. Non abbiamo nulla per cui ringraziare. Servono programmi immediati e governi che finanzino la produzione, che non si arrendano davanti al potere degli Usa e che abbiano un senso di sovranità. E' ora di finirla di chiedere l'elemosina in giro per il mondo".

Dall’intero dibattito, però, sono mancate ancora una volta le proposte concrete, se non quella già conosciuta del taglio del 50 per cento a tutti i salari dei funzionari pubblici e quella di una redistribuzione del potere politico, adesso troppo accentrato nelle mani del Presidente della Repubblica e del Parlamento, quindi da affidare ad Assemblee Popolari.
 
“Si è trattato di suggerimenti molto vaghi – riprende il responsabile della ong – anche se quella non era certo l’occasione ideale per fare analisi approfondite. Il difficile come sempre arriva adesso, il giorno dopo: dopo la sbornia di bandiere, canzoni, inni, consignas, si ritorna alla vita di tutti i giorni, con le stesse problematiche, le paure, le poche prospettive per il futuro e la difficoltà a riallacciare un costruttivo rapporto tra società, militante o no, e quel partito che da troppi anni si é talmente sgretolato che ormai riesce a ricomporsi soltanto durante gli anniversari di quelle incredibili gesta che 25 anni fa sconvolsero il mondo intero”.
 
A farci rivivere alcuni momenti di quel processo rivoluzionario, e in particolare lo scontro tra guerriglieri sandinisti e Contra, la storia di Brenda Rocha, allora quindicenne, combattente della rivoluzione. Il suo viso sorridente durante la cerimonia in cui fu decorata per aver combattuto con coraggio, fu immortalato in un poster che fece il giro del Paese. Da allora l'espressione di una donna che in quella grave battaglia aveva non solo perso un braccio ma tanti amici di una vita, divenne, ironia della sorte, "Il sorriso della Rivoluzione".
 
Ecco il racconto di Brenda. La battaglia di Salto Grande, 25 luglio 1979
 
Categoria: Popoli, Storia
Luogo: Nicaragua