Il
Nicaragua, un paese dal passato travagliato, ma con la voglia di
trovare la via della rinascita.
Sin
dalla sua costituzione (1839), questo piccolo Stato
dell'America Centrale non ha avuto vita facile. Lacerato da
guerre civili tra liberali e conservatori, ha dovuto
affrontare quasi da subito la crescente influenza degli Usa nell'area
caraibica. Sin dal 1911 gli Stati Uniti riuscirono a far salire al
potere un loro uomo, Adolfo Diaz, conservatore.
Il Nicaragua non accettò e insorse. Fu allora che i
soldati statunitensi entrarono per la prima volta nel
Paese, e protessero il governo insediato fino al 1916.
Poi, costruirono una base militare e ottennero il diritto
esclusivo di realizzare un canale interoceanico.
L'influenza nordamericana si fece di anno in
anno più incombente, tanto che causò violente ondate di
insofferenza che costrinsero i marines a lasciare il Paese (1925) per
tornarvi l'anno seguente, provocando una vera e propria
guerriglia. Nel 1928 nuove elezioni portarono alla presidenza
un liberale, Josè Maria Moncada, e l'opposizione alla presenza militare
Usa si fece più forte. Un altro leader liberale, Augusto Cesar Sandino,
continuò a combatterla fino al completo ritiro di ogni contingente
(1933).
Ma Washington non si
arrese e continuò a influire sulla politica e gli interessi del
Nicaragua attraverso il capo della Guardia Nazionale, Anastasio Somoza,
il quale fece uccidere Sandino e prese il controllo del Paese,
mantenendolo per un ventennio.
Instaurò un regime repressivo nell'interesse della sua
famiglia e di Washington. Nel '56 morì e fu succeduto dal figlio Luis
Somoza Debayle, mentre il fratello prese le redini della Guardia
Nazionale. Dopo una breve parentesi di tre anni (1963-66) durante la
quale governò un liberal-nazionalista regolamente eletto, René Schick
Gutierréz, i Somoza tornarono al potere con
Anastasio.
Intanto, la guerriglia
del Fronte sandinista, che si ispirava ai principi e alle gesta di
Sandino, contro il regime e contro gli Usa, stava intensificandosi. Fu così che
il 19 luglio del 1979 i guerriglieri
del Fronte sandinista di liberazione nazionale (Fsln)
entrarono a Managua, la capitale, mettendo fine alla dinastia
tirannica dei Somoza e rimanendo alla guida del Paese per un
decennio.
Per usare le parole di Noam Chomsky: "Quando quel regime fu
realmente minacciato dai sandinisti alla fine degli anni '70, gli Stati
Uniti dapprima tentarono di istituire il cosiddetto Somocismo
senza Somoza - di preservare cioè l'intero, corrotto
sistema, ma con qualcun altro al comando - ma, poiché questo non
funzionò, il presidente Carter cercò di continuare ad utilizzare almeno
la Guardia Nazionale di Somoza come base del potere americano. La
Guardia Nazionale si era sempre fatta notare per la brutalità e il
sadismo. Nel giugno del 1979, durante la guerra contro i
sandinisti, aveva commesso eccidi di massa, bombardando i
quartieri popolari di Managua e uccidendo decine di migliaia di
persone. Pochi giorni dopo, però, Somoza si precipitò a Miami
con quel che restava del tesoro nazionale del Nicaragua, e la Guardia
fu costretta a cedere. L'amministrazione Carter favorì la fuga dei suoi
comandanti imbarcandoli su aerei con i contrassegni della Croce Rossa
(un vero crimine di guerra) e iniziò a ricostruire la Guardia presso i
confini del Nicaragua, i cui membri sarebbero presto stati chiamati
Contra, controrivoluzionari". I Contra da subito
iniziaronodure battaglie contro la
rivoluzione.
Dal 1980 il
presidente americano Ronald Regan arrivò a porre un
embargo al Paese, temendo il connubio con Cuba e con l’Unione
Sovietica. La misura venne organizzata dalla Cia. Obiettivo: ridurre al
logoramento la resistenza della popolazione nicaraguese.
Ma nel 1984 i nicaraguensi rinnovarono la propria
fiducia ai principi della rivoluzione e le elezioni presidenziali
riconfermarono Daniel Ortega. La pressione Usa, però, cominciò a dare i
propri frutti. Il presidente fu costretto a investire nella difesa
piuttosto che nel sociale. E la gente arrivò all’esasperazione. Le ristrettezze
dovute al continuo aumento del costo della
vita, il servizio militare lungo e impegnativo, i razionamenti di
alimenti e servizi come acqua ed energia stremarono il popolo. E nelle elezioni
del 1990
il Nicaragua impose il proprio ‘basta’: Ortega venne
sconfitto e col 54,2 per cento andò al potere Violeta Barios Chamorro,
moglie di Pedro Joaquìn Chamorro ed ex sostenitrice del partito
sandinista, esponente del Union Nacionale de Opposition (Uno)
finanziata dagli Stati Uniti.
Da
allora il Fsln non è più salito alla guida del Nicaragua.
Nel ‘96 una crisi interna al partito e le
accuse rivolte ad alcuni sui dirigenti di essersi appropriati di beni
statali favorirono l’ultra-conservatore Arnoldo Alemán del Partito
liberal costituzionale (PLC), che vinse. Stessa cosa nelle
elezioni del 2001: vinse l’attuale capo Enrique Bolanos Geyer del
partito liberal-costituzionalista, candidato gradito a Washington.
Ma il Fronte non sembra ancora arrendersi.
Una volta compreso che il problema sta nel riallacciare il rapporto
diretto con la società, i dirigenti storici sono fiduciosi.
E quale occasione migliore se non i festeggiamenti per
il XXV anniversario della rivoluzione per ribadire questa voglia di
tornare democraticamente al potere per risollevare il Nicaragua?
E così, in una Plaza de la Fé – una volta
Plaza de la Revolucion, abolita dall’ex presidente Alemàn, ora in
carcere, che ha pensato bene di continuare l'opera di soppressione
della memoria storica iniziata nel 1990 quando era sindaco di Managua,
facendo costruire un'inutile fontana cantante e la Casa Presidencial –
gremita da migliaia di persone provenienti da tutto il paese, si sono
dette parole di speranza e di rivincita.
“Una
piazza stracolma – racconta Giorgio Trucchi, dell’associazione
Italia-Nicaragua -, un fiume di folla si è accalcata lungo la Avenida
Bolivar perché non riusciva ad entrare in piazza. Gente arrampicata sui
lampioni, sugli alberi e anche sugli enormi cartelloni che annunciavano
l’anniversario. Centinaia i bus, le auto e più di seicento le
tradizionali biciclette di Masaya. Per ricordarsi qualcosa di simile
bisogna tornare indietro al 1990, quando il FSLN chiuse la sua campagna
elettorale con la certezza di una vittoria, che poi si rivelò una
pesante sconfitta che fa ancora male a tanti dei presenti. Le ore sono
trascorse veloci. Numerose le personalità che si sono susseguite sul
palco.
Rosaria Murillo, la poetessa e compagna di Daniel
Ortega, ha scandito i tempi degli interventi. Monsignor Eddy Montenegro
ha benedetto la manifestazione e ‘quel momento storico’, in perfetta
sintonia con il riavvicinamento del FSLN alla Chiesa Cattolica e a al
cardinale Obando y Bravo che, durante una surreale messa in Cattedrale,
ha pregato per tutti i morti dei conflitti avvenuti in Nicaragua, per
la riconciliazione e per la pace. Momenti di riavvicinamento tra
sandinisti e Chiesa che solo alcuni anni fa erano inimmaginabili:
Monsignor Carballo ha abbracciato l'ex direttore della Seguridad del
Estado, Lenìn Cerna e quest’ultimo il Nunzio Apostolico”.
Poi si sono susseguiti gli interventi. “Hanno parlato
il rappresentante del Partito Comunista Cubano, Osmani Cienfuegos –
racconta Trucchi - Miriam Arguello della Convergencia, partito che alle
prossime elezioni si presenterà con il Fsln, e Violeta Pacay Sandino
del Movimento Zapatista del Chiapas. Poi sono state anche consegnate le
onorificenze a molti personaggi della sfera sandinista, tra cui il
fondatore ed attuale deputato Tomàs Borge, il maestro Orlando Pineda,
l'economista Orlando Nuñez e Pablo Aràuz, il famoso "lanciatore della
molotov", immortalato dalla fotografa Susan Meiselas durante
l'insurrezione di Estelì”.
Quindi
è stata la volta di Daniel Ortega che ha preso la parola verso le 18,
quando molta gente se ne era già andata per la stanchezza. Una ora e
cinquanta minuti di discorso in cui ha rivisitato la storia recente del
Paese, dal trionfo rivoluzionario, opera di un popolo stremato da quasi
50 anni di dittatura somozista, alla sconfitta elettorale che ha
comunque segnato il primo esempio di passaggio di potere democratico.
“Non sono naturalmente mancati riferimenti
alla tragica situazione attuale del Nicaragua, frutto di 14 anni di
neoliberismo, corruzione e supervisione degli Stati Uniti e degli
Organismi Finanziari Internazionali – ha ripreso Trucchi -. Ortega ha
spiegato come il neoliberismo sia stato una tragedia per tutta
l'America Latina. Queste le sue parole:
Dicono che bisogna ringraziare il Fondo Monetario
Internazionale, il G8 e gli Stati Uniti per il condono del Debito
Estero, ma si sono dimenticati dell'aspetto sociale. Grazie alle
politiche di questi paesi e degli organismi internazionali e alla
mancanza di interesse degli ultimi governi del Paese, centinaia di
migliaia di nicaraguensi sono dovuti esiliare per cercare lavoro. Non
dobbiamo ringraziare quindi nessuno. E non é un fatto ideologico. E’ un
fatto di dignità. Hanno consegnato il paese senza condizioni.
Promettono libero mercato, chiedono competitività ai produttori, ma li
lasciano in balia dei sussidi che i paesi sviluppati danno ai loro
agricoltori. Non abbiamo nulla per cui ringraziare. Servono programmi
immediati e governi che finanzino la produzione, che non si arrendano
davanti al potere degli Usa e che abbiano un senso di sovranità. E' ora
di finirla di chiedere l'elemosina in giro per il mondo".
Dall’intero dibattito, però, sono mancate
ancora una volta le proposte concrete, se non quella già conosciuta del
taglio del 50 per cento a tutti i salari dei funzionari pubblici e
quella di una redistribuzione del potere politico,
adesso troppo accentrato nelle
mani del Presidente della Repubblica e del
Parlamento, quindi da affidare ad Assemblee Popolari.
“Si è trattato di suggerimenti molto vaghi
– riprende il responsabile della ong – anche se quella non era certo
l’occasione ideale per fare analisi approfondite. Il difficile come
sempre arriva adesso, il giorno dopo: dopo la sbornia di bandiere,
canzoni, inni, consignas, si ritorna alla vita di
tutti i giorni, con le stesse problematiche, le paure, le poche
prospettive per il futuro e la difficoltà a riallacciare un costruttivo
rapporto tra società, militante o no, e quel partito che da troppi anni
si é talmente sgretolato che ormai riesce a ricomporsi soltanto durante
gli anniversari di quelle incredibili gesta che 25 anni fa sconvolsero
il mondo intero”.
A farci
rivivere alcuni momenti di quel processo rivoluzionario, e in
particolare lo scontro tra guerriglieri sandinisti e Contra, la storia
di Brenda Rocha, allora quindicenne, combattente della rivoluzione.
Il suo viso sorridente durante la cerimonia in cui fu decorata
per aver combattuto con coraggio, fu immortalato in un poster
che fece il giro del Paese. Da allora l'espressione di una donna che in
quella grave battaglia aveva non solo perso un braccio
ma tanti amici di una vita, divenne, ironia della
sorte, "Il sorriso della Rivoluzione".