04/01/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Una vicenda paradigmatica del nesso tra politica ed economia

Circola voce che Skype sia nel mirino delle autorità cinesi. Il 10 dicembre, una laconica nota comparsa sul sito del ministero dell'Industria e della Tecnologia Informatica (Miit) ha infatti annunciato che "il ministero sta collaborando con i dipartimenti competenti per lanciare un attacco contro i servizi VoIP illegali; grazie agli utenti, stiamo raccogliendo indizi sui casi di utilizzo VoIP illegale".
Non si fa riferimento esplicito a Skype o ad altri, ma l'applicazione nata tra Scandinavia ed Estonia nel 2003 è ormai quasi sinonimo di Voice over Internet Protocol (VoIP), cioè la tecnologia di trasmissione voce attraverso Internet.
Oggi, Skype opera in Cina attraverso TOM-Skype, una joint venture con la TOM Online di Hong Kong, che appartiene al miliardario Li Ka-shing. Ha oltre 88 milioni di utenti registrati, anche se sono "solo" due milioni (dati della stessa Skype) quelli che si connettono ogni mese.

Perché le autorità cinesi starebbero architettando il bando (sempre che sia poi vero)? La mente occidentale corre subito a ragioni politiche: sicurezza e "armonia sociale", ovviamente "secondo caratteristiche cinesi".
Tuttavia, secondo alcuni osservatori ci sono dietro ragioni commerciali: delle tre imprese delle telecomunicazioni gestite dal governo - China Unicom, China Telecom e China Mobile - la terza non soddisfa come performance in borsa. Basata sulla tecnologia domestica 3G, non è competitiva sui mercati stranieri. Attualmente è quindi nel bel mezzo di una ristrutturazione tecnologica che dovrebbe portarla a un nuovo standard, esportabile. Ma ci vuole tempo. Mettere le tecnologie VoIP in stand-by, sospenderle politicamente almeno per un po', darebbe ossigeno a China Mobile e impedirebbe a player in espansione come Skype di insinuarsi nel mercato mobile e toglierle spazio.

In questa vicenda sta un po' tutto il modello cinese di capitalismo gestito politicamente dall'alto, che è un modello di successo. Si aprono e si chiudono i rubinetti just in time, per decreto, si veicolano risorse, si fanno leggi per favorire i campioni nazionali. E non è sempre chiaro se le ragioni siano politiche o economiche.

Il funzionamento di tale modello, nel suo nesso con il controllo dell'informazione, è ben simboleggiato anche dall'uscita, quasi in contemporanea, di due rapporti ufficiali.
Un articolo dell'agenzia Nuova Cina (3 gennaio) fa il punto sui progressi economico-sociali del Paese negli ultimi cinque anni e, parallelamente, l'ufficio del consiglio di Stato per l'Informazione fa una conferenza stampa sui "successi" nel controllo di Internet (30 dicembre).
Così, se da un lato il Pil è cresciuto in media più del dieci per cento, dall'altro sono state cancellate oltre 350 milioni di pagine web; e se il Pil pro capite ha superato i 4mila dollari, circa 60mila siti per adulti sono stati chiusi.
Colpisce soprattutto un altro parallelo: da un lato si ricorda che le condizioni di vita "sono migliorate attraverso gli sforzi a beneficio di educazione, occupazione, distribuzione del reddito, sicurezza sociale e cure sanitarie"; dall'altro, che 160mila sono state le segnalazioni di contenuti "osceni" provenienti dai cittadini. E che i dipartimenti che si occupano di censura hanno speso 81.964 dollari per retribuire 516 informatori che nel 2010 hanno monitorato il web.
Lo scambio benessere-controllo politico sembra funzionare, è condiviso. Anzi, il controllo è parte integrante del ciclo economico. E' la "democrazia socialista" (parole di Nuova Cina), sistema di successo in un Paese dove coesistono primo, secondo e terzo mondo: dove la libertà è ancora, soprattutto, affrancamento dalla povertà.

Gabriele Battaglia

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