30/12/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Il fronte di Gbagbo lancia un ultimatum. Sale la tensione mentre si fa più probabile un intervento militare dell'Ecowas

Se le parole hanno un senso, quelle pronunciate dal ministro della Gioventù Charles Blé Goudé vanno ascoltate con la dovuta attenzione, perché di fatto lanciano un ultimatum e perché chi le pronuncia, secondo le Nazioni Unite, ha già ordinato ai suoi paramilitari omicidi e torture: "Il primo gennaio io e i Giovani Patrioti andremo a liberare l'Hotel du Golf, a mani nude. E' il momento di liberare la Costa d'Avorio".

La crisi si aggrava. E' questo l'ultimo flash che arriva da un Paese che da un mese cammina sul filo tagliente di una nuova guerra civile. Un esito che sembra inevitabile, se si guarda alle migliaia di profughi ivoriani che si accalcano ai confini, in fuga dal disastro. Anche i prezzi dei prodotti alimentari si sono impennati, segno di una tempesta alle porte, e conseguenza di una crisi in atto di cui l'Occidente sembra non avere la percezione esatta. Il presidente sconfitto alle urne nel ballottaggio del 28 novembre, Laurent Gabgbo, continua a resistere, a non farsi da parte, mentre nel Paese la tensione tra i suoi sostenitori e quelli del vincitore Alassane Ouattara, sta per raggiungere lo zenith. Quest'ultimo è stato riconosciuto dalle principali istituzioni continentali e mondiali eppure è costretto a vivere blindato in un albergo, protetto da un migliaio di soldati dell'Onu e dalle truppe scelte della guerriglia che aveva deposto le armi e che adesso potrebbe riprenderle. L'attacco di Blé Goudè sarebbe la scintilla che riaccenderebbe il conflitto.

Sull'orlo del genocidio. Sul terreno la situazione è ormai precipitata. Il nuovo ambasciatore della Costa d'Avorio alle Nazioni Unite, Youssouf Bamba, ha dichiarato che il Paese è sull'orlo del genocidio. Gbagbo, forte dell'appoggio di buona parte dell'esercito, della Guardia Repubblicana, di milizie come i Giovani Patrioti e di mercenari per i lavori più sporchi, ha benedetto l'offensiva contro l'opposizione politica e i contestatori di piazza, un'operazione che solo nell'ultima settimana ha fatto circa duecento morti. Queste le cifre che hanno superato le strette maglie della censura e sulle quali ha ragionato il consiglio dell'Onu per i Diritti umani nella seduta del 23 dicembre, condannando gli omicidi e i sequestri di persona ad opera dei servizi di sicurezza ed esprimendo preoccupazione per le "atrocità" commesse nel Paese. Il bilancio sarebbe molto più grave, dicono gli ispettori delle Nazioni Unite sul posto, i quali confermano le voci sull'esistenza di numerose fosse comuni. Ma lavorare sul terreno è estremamente difficile, a causa del clima d'odio che il regime sta creando, grazie alla televisione di stato, nei confronti della missione Onu (Unoci) e della presenza straniera.

Arrivano i soldati. Da un punto di vista diplomatico, negli ultimi giorni gli sforzi della comunità internazionale si sono moltiplicati ma non hanno prodotto risultati concreti. E' fallita anche la missione diplomatica dell'Ecowas, che aveva inviato i presidenti di Benin, Capo Verde e Sierra Leone, per riferire al presidente ivoriano l'esito del meeting di Abuja del 24 dicembre. Il 25 si è svolto il vertice dei Capi di stato maggiore dei 12 Paesi che compongono l'organizzazione che ha sospeso la Costa d'Avorio, chiudendo al governo golpista l'accesso ai fondi della Banca centrale. Non è servito a nulla. I tre inviati, al di là dei sorrisi protocollari, si sono trovati di fronte ad un Gbagbo gelido, che ha ribadito di non essere intenzionato a dimettersi e di non tollerare ingerenze da parte di altri Paesi negli affari di uno stato sovrano.
Si resta nel pantano, quindi e l'opzione militare diventa più credibile. Una nave olandese, l'Amsterdam, è in viaggio verso le coste ivoriane, ufficialmente per portare rifornimenti alla flotta francese ancorata al largo, pronta però per essere impiegata in operazioni di messa in sicurezza ed evacuazione. Le truppe dell'Ecowas sarebbero lo strumento militare prescelto, essendo già state impiegate in Liberia nel 1990 e in Sierra Leone, dove costrinsero la giunta golpista a lasciare il potere. Fonti vicine al presidente Ouattara, sentite all'Hotel du Golf, dietro richiesta di anonimato hanno confermato che l'operazione è in atto: "Non è un bluff, i soldati stanno arrivando più velocemente di quanto non si pensi". Forse anche per questo, Blé Goudé ha lanciato un ultimatum.

Alberto Tundo