23/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Paolo Cucchiarelli e Vincenzo Mulè, Selene Edizioni, 2005
Quando la guerra in Iraq sarà finita, anche se quella data pare molto lontana, potremo forse rallentare la velocità con la quale siamo travolti dalle informazioni e riflettere con calma sulle molte, troppe zone d'ombra che questo conflitto lascia dietro di sé. Paolo Cucchiarelli e Vincenzo Mulè hanno provato a rallentare prima, per capire o solo per non smarrire elementi fondamentali per analizzare in futuro questo conflitto. Come una persona che prende appunti durante una conferenza o un'intervista, i due giornalisti mettono nero su bianco date, testimonianze, documenti e indiscrezioni che sfrecciano veloci sotto gli occhi, sempre meno attenti, dei 'telespettatori di guerra'.
 
guerriglieri della resistenza armata irachenaLa guerra sporca.  Il buon giornalismo, più che alle risposte, dovrebbe badare alle domande. Il cosidetto 'giornalismo investigativo', che fa sempre meno proseliti, consiste proprio nel non fermarsi alle apparenze e nell'andare a fondo delle vicende. Altrimenti si fa comunicazione, non informazione, e spesso si opera come comunicatori dei vertici militari. Il libro di Cucchiarelli e Mulè (al cui sforzo giornalistico andava riservato un editing più accurato) tenta esattamente di fare questo, raccogliere dati e analizzare fatti più che dare risposte. Questa guerra, per l'impari forza delle compagini militari in campo, non è stata per un solo minuto una guerra tradizionale. Quella è forse davvero finita il 1 maggio del 2003, quando un Bush raggiante dalla portaerei Lincoln annunciava al mondo che “la missione era compiuta”. Il giorno dopo però è cominciata una guerra sporca, fatta di sovrapposizioni e intrecci complessi. Dove l'operatore di una organizzazione non governativa è uguale a un militare, visto che entrambi vanno in Iraq in 'missione umanitaria'. Oppure dove un giornalista free-lance, animato da quella curiosità che spinge alcuni uomini su strade poco battute, si trova in un gioco più grande di lui.
 
il giornalista freelance italiano enzo baldoniIl sacrificio di Enzo. Come Enzo Baldoni. Anche nel suo caso Cucchiarelli e Mulè non hanno risposte da dare, ma raccolgono tutti i dati a disposizione sulla vicenda. E allora, sempre per il futuro, restano sul campo elementi inquietanti. Perchè il commissario straordinario della Croce Rossa Italiana, Maurizio Scelli, sostiene d'ignorare la fine del collaboratore di Diario nonostante la testimonianza diretta del funzionario CRI De Sanctis che afferma esattamente il contrario? Perchè la macchina diplomatica che si è attivata per gli altri ostaggi italiani di questa sporca guerra, per Baldoni non ha battuto un colpo? Perchè il rapimento di Enzo è finito in una tragedia mentre altri no? Tante domande, nessuna risposta. Ma qualche ipotesi. I giorni della scomparsa di Baldoni, come ricordano i due autori, sono quelli dell'attacco a Najaf, simbolo sacro per l'Islam. Violare la città che custodisce le spoglie mortali dell'imam Alì, punto di riferimento degli sciiti di tutto il mondo, sarebbe esattamente quello che i fautori dello 'scontro delle civiltà' auspicano. Il Vaticano no, da sempre si è opposto a una guerra di aggressione. Papa Giovanni Paolo II, con la sua voce flebile e forte, si è sempre opposto a questa guerra. Secondo la ricostruzione dei due giornalisti, probabilmente Baldoni si è trovato al centro di un gioco diplomatico su tanti, troppi tavoli. Iran e Vaticano, CIA e Italia, Stati Uniti e Moqtada al-Sadr. Come ci si è trovato? Per la sua volontà d'acciaio, tipica di chi ama il giornalismo, d'intervistare Moqtada e, pur di raggiungere questo scopo, per aver accettato di fare da 'postino'. Sadr tenta la carta della disperazione, cinto d'assedio dalle forze della Coalizione, provando a fare giungere al Vaticano una richiesta d'aiuto. Affidata a una lettera che Baldoni avrebbe dovuto consegnare a Scelli, da sempre ben introdotto in Vaticano, che si sarebbe occupato di farla giungere ai responsabili della politica estera vaticana. Ma alla fine un accordo si trova e l'assalto alla moschea di Alì è scongiurato. Probabilemente questo è costato la vita a Enzo? O ancora la sua morte era un monito per chi provava a fare da ponte tra Islam e Chiesa Cristiana? Cucchiarelli e Mulè non lo sanno, ma fanno quello che devono. Prendono nota di tutto.
 
simona pari e simona torretta liberateLe due Simone. Comunque una certezza sulla morte di Baldoni c'è. Lo hanno accusato di essere una spia. Come capita a tutti in una guerra dove i ruoli vengono scientificamente confusi. Anche alle cooperanti internazionali, anche alle due Simone. Icone di uno slancio umano a fare il gesto più naturale per una persona: non sparare, ma aiutare. Le ragazze, che lavoravano per una ong presente da anni in Iraq, temevano qualcosa. Cercavano protezione, parlando con gli iracheni. Spiegavano che loro erano a Baghdad per aiutare, non per spiare. Nulla di più difficile da dimostrare nell'Iraq della 'liberazione'. Le rapisce, prelevandole dal loro ufficio, una squadra speciale, di professionisti. Arrivano a colpo sicuro e vogliono loro, con tanto di elenco di nomi. Le portano via e, dopo un periodo che pare infinito, le liberano. Con una sceneggiata degna del miglior regista di Hollywood. La moschea sullo sfondo è un messaggio chiaro: “Non vogliamo che gli italiani siano sacrificati per l'America. Vogliamo che il Vaticano e i musulmani si adoperino insieme per porre fine allo spargimento di sangue in Iraq”. Un Corano e una pistola. Scegliete voi. Gli attentati in serie contro gli edifici cristiani sembrano una risposta, ma la domanda che Mulè e Cucchiarelli si fanno è un'altra. Perchè i bersagli preferiti del fantomatico Esercito Isalmico in Iraq, sono proprio le persone che più si adoperano contro la guerra? Perchè i terroristi sceglierebbero una strategia suicida a livello di comunicazione? Cioè quella di dare dell'Islam un'immagine barbara e terribile? Ancora una volta risposte non ci sono, ma i due autori meticolosamente prendono nota di tutto. Anche del fatto che, in Iraq adesso come nel Sudamerica dilaniato tanti anni fa, c'era John Negroponte. Non ci sono risposte, ma solo domande.

Christian Elia

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