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La guerra sporca. Il
buon giornalismo, più che alle risposte, dovrebbe badare alle domande. Il
cosidetto 'giornalismo investigativo', che fa sempre meno proseliti, consiste
proprio nel non fermarsi alle apparenze e nell'andare a fondo delle vicende.
Altrimenti si fa comunicazione, non informazione, e spesso si opera come
comunicatori dei vertici militari. Il libro di Cucchiarelli e Mulè (al cui
sforzo giornalistico andava riservato un editing più accurato) tenta
esattamente di fare questo, raccogliere dati e analizzare fatti più che dare
risposte. Questa guerra, per l'impari forza delle compagini militari in campo,
non è stata per un solo minuto una guerra tradizionale. Quella è forse davvero
finita il 1 maggio del 2003, quando un Bush raggiante dalla portaerei Lincoln
annunciava al mondo che “la missione era compiuta”. Il giorno dopo però è
cominciata una guerra sporca, fatta di sovrapposizioni e intrecci complessi.
Dove l'operatore di una organizzazione non governativa è uguale a un militare,
visto che entrambi vanno in Iraq in 'missione umanitaria'. Oppure dove un
giornalista free-lance, animato da quella curiosità che spinge alcuni uomini su
strade poco battute, si trova in un gioco più grande di lui.
Il sacrificio di Enzo. Come Enzo Baldoni. Anche nel
suo caso Cucchiarelli e Mulè non hanno risposte da dare, ma raccolgono tutti i
dati a disposizione sulla vicenda. E allora, sempre per il futuro, restano sul
campo elementi inquietanti. Perchè il commissario straordinario della Croce
Rossa Italiana, Maurizio Scelli, sostiene d'ignorare la fine del collaboratore
di Diario nonostante la testimonianza diretta del funzionario CRI De
Sanctis che afferma esattamente il contrario? Perchè la macchina diplomatica
che si è attivata per gli altri ostaggi italiani di questa sporca guerra, per
Baldoni non ha battuto un colpo? Perchè il rapimento di Enzo è finito in una
tragedia mentre altri no? Tante domande, nessuna risposta. Ma qualche ipotesi.
I giorni della scomparsa di Baldoni, come ricordano i due autori, sono quelli
dell'attacco a Najaf, simbolo sacro per l'Islam. Violare la città che
custodisce le spoglie mortali dell'imam Alì, punto di riferimento degli sciiti
di tutto il mondo, sarebbe esattamente quello che i fautori dello 'scontro delle
civiltà' auspicano. Il Vaticano no, da sempre si è opposto a una guerra di
aggressione. Papa Giovanni Paolo II, con la sua voce flebile e forte, si è
sempre opposto a questa guerra. Secondo la ricostruzione dei due giornalisti,
probabilmente Baldoni si è trovato al centro di un gioco diplomatico su tanti,
troppi tavoli. Iran e Vaticano, CIA e Italia, Stati Uniti e Moqtada al-Sadr.
Come ci si è trovato? Per la sua volontà d'acciaio, tipica di chi ama il
giornalismo, d'intervistare Moqtada e, pur di raggiungere questo scopo, per
aver accettato di fare da 'postino'. Sadr tenta la carta della disperazione,
cinto d'assedio dalle forze della Coalizione, provando a fare giungere al
Vaticano una richiesta d'aiuto. Affidata a una lettera che Baldoni avrebbe dovuto
consegnare a Scelli, da sempre ben introdotto in Vaticano, che si sarebbe
occupato di farla giungere ai responsabili della politica estera vaticana. Ma
alla fine un accordo si trova e l'assalto alla moschea di Alì è scongiurato.
Probabilemente questo è costato la vita a Enzo? O ancora la sua morte era un
monito per chi provava a fare da ponte tra Islam e Chiesa Cristiana?
Cucchiarelli e Mulè non lo sanno, ma fanno quello che devono. Prendono nota di
tutto.
Le due Simone. Comunque una certezza sulla morte
di Baldoni c'è. Lo hanno accusato di essere una spia. Come capita a tutti in
una guerra dove i ruoli vengono scientificamente confusi. Anche
alle cooperanti internazionali, anche alle due Simone. Icone di uno slancio
umano a fare il gesto più naturale per una persona: non sparare, ma aiutare. Le
ragazze, che lavoravano per una ong presente da anni in Iraq, temevano
qualcosa. Cercavano protezione, parlando con gli iracheni. Spiegavano che loro
erano a Baghdad per aiutare, non per spiare. Nulla di più difficile da
dimostrare nell'Iraq della 'liberazione'. Le rapisce, prelevandole dal loro
ufficio, una squadra speciale, di professionisti. Arrivano a colpo sicuro e
vogliono loro, con tanto di elenco di nomi. Le portano via e, dopo un periodo
che
pare infinito, le liberano. Con una sceneggiata degna del miglior regista di
Hollywood. La moschea sullo sfondo è un messaggio chiaro: “Non vogliamo che gli
italiani siano sacrificati per l'America. Vogliamo che il Vaticano e i
musulmani si adoperino insieme per porre fine allo spargimento di sangue in
Iraq”. Un Corano e una pistola. Scegliete
voi. Gli attentati in serie contro gli edifici cristiani sembrano una risposta,
ma la domanda che Mulè e Cucchiarelli si fanno è un'altra. Perchè i bersagli
preferiti del fantomatico Esercito Isalmico in Iraq, sono proprio le persone
che più si adoperano contro la guerra? Perchè i terroristi sceglierebbero una
strategia suicida a livello di comunicazione? Cioè quella di dare dell'Islam
un'immagine barbara e terribile? Ancora una volta risposte non ci sono, ma i
due autori meticolosamente prendono nota di tutto. Anche del fatto che, in Iraq
adesso
come nel Sudamerica dilaniato tanti anni fa, c'era John Negroponte. Non ci sono
risposte, ma solo domande.Christian Elia