Al largo della costa di Cuba una piattaforma sta cercando il petrolio
Da qualche tempo a questa
parte i famosi cartelloni che costeggiano il Malecon, il pittoresco
lungomare della capitale, l’ Havana, sembrano non puntare più verso il
“nemico imperialista”. Il loro sguardo, come quello della stragrande
maggioranza dei cubani, si orienta verso la piattaforma petrolifera
Eirik Raude, al largo della costa, nell’attesa di una risposta
sbalorditiva: si, qui c’è il petrolio.
Non che a Cuba il petrolio non ci sia. Chi è stato nell’Isla Grande e
ha avuto la fortuna di percorrere i circa 150 chilometri di strada che
dalla capitale porta alle bianche spiagge di Varadero si sarà
sicuramente accorto, soprattutto per il forte odore, che a pochi metri
dal mare sono posti diversi pozzi di petrolio, che pian piano portano
il greggio in superficie. Greggio di bassissima qualità, perché molto
ricco di zolfo, che serve esclusivamente per il fabbisogno interno.
Questi piccoli pozzi di petrolio composti prevalentemente da una
semplice trivella, non sono tutti attivi e hanno una struttura
piuttosto obsoleta.
La notizia che in questi giorni sta facendo il giro del mondo (non solo
"economico petrolifero") dunque è che a Cuba possano esistere
giacimenti di greggio "buono", ancora da sfruttare. Enormi giacimenti.
Alcune compagnie internazionali di Francia, Spagna e Canada, ma sotto
stretto controllo cubano, stanno cercando e valutando la convenienza
dell'estrazione, “ma solo perché il blocco impedisce alle compagnie Usa
di contribuire allo sviluppo petrolifero di Cuba” fanno sapere dalla
Cuba Petroleo, l’azienda statale che si occupa del greggio.
Si tratta di compagnie straniere che comunque cercano petrolio cubano.
Questo è possibile perchè nel 1999 Fidel Castro decise di aprire agli
investitori stranieri "i blocchi", ossia una zona di 112 mila
chilometri quadrati di proprietà cubana nel golfo del Messico,
suddivisa in 59 parti. In 6 di queste 59 parti, la Repsol ha ottenuto
un contratto per sondare il sottosuolo alla ricerca dell’oro nero.
Non c’è quindi da meravigliarsi se ad una trentina di miglia dalla
costa dell’Havana si vede una piattaforma, la Eirik Raude, affittata
per quasi duecentomila dollari al giorno da un fornitore norvegese alla
Repsol. Intanto il mondo economico è in subbuglio. Addirittura le
maggiori compagnie petrolifere statunitensi si sono dette favorevoli
allo scioglimento del blocco imposto dagli Usa a Cuba.
Come sessant’anni fa, dunque, il petrolio fa da crocevia al destino
dell’Isola. Oggi come allora rischia d’essere causa di forti tensioni.
Dalle pagine di El Pais, che ha dato molto risalto alla notizia, il
presidente del consiglio commerciale econimico Usa-Cuba John Kavulich,
ha chiaramente spiegato che in caso di una grande scoperta "le
compagnie petrolifere statunitensi farebbero pressioni sul governo
Usa."
Dalla piattaforma tutti stanno attendendo questa risposta, che
porterebbe definitivamente una boccata d’ossigeno alle sconquassate
casse statali cubane, e la speranza di un futuro migliore per l’isola.
Da Santiago all’Havana passando per Matanzas e le altre province cubane
non si parla d’altro. E il popolo? Le aspettative sono molte.
"Sinceramente da qualche settimana sentiamo parlare tutti di questa
storia del petrolio” racconta Roberto, un ragazzo cubano della
provincia di Matanzas: “Spero vivamente che ne trovino in quantità tali
da diventare indipendenti. Sarebbe un bel regalo da parte della
natura…e una bella soddisfazione per il nostro popolo.” Voci ufficiali
dall’ambasciata di Cuba in Italia dicono: “Sarebbe una notizia
fantastica per tutta la nostra gente. Sarebbe bellissimo ed
economicamente importante." Per l’Isola si apre un nuovo capitolo di
storia.