29/12/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



La testimonianza dalla zona terremotata del paese andino, dove lo Stato latita e ad aiutare i bisognosi ci sono associazioni umanitarie fatte da uomini che sacrificano tutto per gli altri

scritto per noi da
Marco Besana
e Ilaria Brusadelli 

 

Nell'agosto del 2007 il Peru è stato scosso da uno dei più violenti terremoti della sua storia. Il sisma ha devastato con scosse dell'ottavo grado della scala Richter l'intera fascia costiera centro-meridionale del Paese, producendo danni anche a Lima, situata a 145 chilometri dall'epicentro. Più di 500 persone sono morte schiacciate sotto le macerie e interi villaggi sono stati rasi al suolo lasciando migliaia di famiglie senza casa.

A tre anni dal disastro, tre anni in cui le telecamere si sono spente e in cui la situazione del Peru sembra essere stata dimenticata, a fare il punto sulla ricostruzione è Pierangelo Ripamonti, muratore italiano impegnato da vent'anni in Peru con l'organizzazione Mato Grosso, che si è recato nelle zone terremotate di Ica e Chincha all'indomani del sisma ed ha ricostruito interi quartieri abitativi. Pierangelo Ripamonti, dopo anni trascorsi come volontario in Brasile, arriva in Peru nel 1991 e a Lima costruisce una falegnameria per dare lavoro alla popolazione andina e la casa di accoglienza "Santa Virgen de Guadalupe" per i poveri che non hanno la possibilità di accedere alle cure mediche. Dal 2002 al 2007 è stato impegnato nella costruzione della cattedrale di Chimbote, un'opera che gli è valsa due lauree ad honorem in architettura e ingegneria e, dal 2007 ad oggi, delle zone abitative completamente distrutte di Ica e Chincha.

"Nell'agosto del 2007 - spiega Ripamonti - abbiamo stipulato un accordo con lo Stato che ci avrebbe dovuto cedere terreni per la ricostruzione. Ma sia lo Stato sia le autorità locali non hanno fatto praticamente niente per le zone di Ica e Chincha e abbiamo dovuto muoverci autonomamente. Le istituzioni nelle zone in cui siamo intervenuti non si sono praticamente mosse, e quando hanno cercato di farlo, lo hanno fatto in maniera lenta e discontinua. Ad oggi sono ancora centinaia le famiglie senza casa che, in un modo o nell'altro, devono arrangiarsi da sole. Qualcosa hanno fatto le congregazioni religiose e le molte associazioni impegnate sul posto, ma, complessivamente, non ci sono stati interventi ben fatti e i fondi promessi dallo Stato tardano ad arrivare. La situazione, inoltre, si è fin da subito complicata perché, come spesso accade in seguito a disastri di questo tipo, molti hanno cercato di approfittarsi aumentando il prezzo dei generi di prima necessità. Noi abbiamo costruito 22 case antisismiche nella zona di Chincha. Non abbiamo potuto aiutare tutti, ma abbiamo cercato di fare il massimo per le nostre disponibilità. La Caritas ha poi fatto un sondaggio nella zona e abbiamo individuato le cento famiglie più bisognose, assegnando le case a 22 fra queste estratte per sorteggio. Ci sono quindi ancora moltissimi sfollati che sia arrangiano in baracche di fortuna e la ricostruzione appare lenta e incerta. Al di là dell'opera architettonica, quello che abbiamo cercato di fare è stato insegnare ai ragazzi del posto ad essere generosi e solidali con i loro connazionali. Le case sono infatti state costruite da gruppi di lavoro organizzati in tutte le comunità del Mato Grosso che si sono alternati ogni sette giorni. Ragazzi peruviani hanno aiutato famiglie loro connazionali: questa è stata la nostra più grande soddisfazione".

Attualmente Pierangelo Ripamonti è impegnato nella costruzione di una centralina elettrica di seimila Kwatt sulle Ande, a 3600 metri di altitudine. L'impegno per le popolazioni terremotate del Peru lo ha portato, lo scorso 14 dicembre, ad essere insignito del Premio per la Pace della Regione Lombardia.

Parole chiave: ripamonti, terremoto, mato grosso
Categoria: Ambiente
Luogo: Perù