scritto per noi da
Paola Erba
“Sono un medico, ma senza i dollari di
mio fratello, da Miami, faccio una gran fatica a vivere”. A parlare è
Alina, 32 anni, pediatra. Abita a L’Avana con due genitori pensionati.
Come lei, il 30-60 per cento dei cubani riceve soldi dall’estero:
dall’Europa e soprattutto dagli Stati Uniti. Per loro, l’inasprimento
dell’embargo imposto da Washington, comincia a farsi sentire.
“E’ la popolazione, non il governo a fare le spese di queste
restrizioni", continua Alina. "Nei mercati scarseggiano diversi
alimenti". “I prezzi dei prodotti che compriamo al mercato nero e nei
negozi statali, in dollari, sono aumentati del 15 per cento”, aggiunge
Ricardo, che a L’Avana si arrangia con lavoretti saltuari. “Queste
misure -continua- stanno danneggiando non solo la vita della gente, ma
tutta l’economia”.
Il giro di vite che gli Usa hanno imposto all’embargo, limita infatti
le rimesse a 1200 dollari l’anno. E pone un limite fortissimo ai
beneficiari: saranno solo i familiari diretti (figli, padri e
fratelli), purchè non membri del partito Comunista. Proibito anche
l’invio di vestiti e di articoli di igiene personale. Sì, invece, agli
alimenti e alle medicine. Poi vengono le restrizioni per i
cubani residenti all’estero: potranno visitare Cuba una volta
ogni tre anni e restarvi fino ad un massimo di due settimane. Durante
la loro permanenza, avranno anche dei limiti di spesa: non più di 50
dollari al giorno.
Secondo stime di analisti economici e di organismi internazionali,
all’economia cubana, che vive in gran parte di rimesse, queste
restrizioni porteranno danni per 200-250 milioni di dollari. Infatti,
pur non esistendo una cifra ufficiale, si stima che il 30-60 per cento
della popolazione (dai 3 ai 6 milioni di persone), vive dei soldi
inviati dai parenti residenti all’estero.
Nel 2003 le rimesse corrispondevano a 1194 milioni di dollari e
rappresentavano la seconda fonte entrate in dollari del Paese, dopo il
turismo. Quest'ultimo, alimentato anche dai cubani che vivono fuori
dall’isola, l’anno scorso ha portato a Cuba 2mila milioni di dollari.
“I motivi di questa nuova aggressione sono chiarissimi”, spiega Victor,
taxista a L’Avana, che a Miami ha due fratelli. “Non dimentichiamo
-continua- il ruolo che la destra cubana giocò nell' elezione di Bush,
nel 2000, quando fu la frode elettorale e l’appoggio dei cubani
espatriati a Miami a decidere a favore del presidente. Oggi come ieri,
è di loro che Bush ha bisogno per essere rieletto. L'inasprimento
dell'embargo è la risposta alla 'carta aperta' che la destra
statunitense (e, in primis, i cubani di Miami) inviò tempo fa a Bush,
minacciandolo di non appoggiare la sua rielezione se non avesse preso
drastiche misure contro Cuba. Ma provvedimenti come questi scontentano
sia chi vive sull'isola, sia i cubani all’estero: sono disumane, vanno
contro la famiglia, contro i valori, contro i diritti elementari
dell’uomo”.
“Si vuole affondare il governo di Castro rendendo impossibile la vita a
Cuba. Peccato che a patire non sarà il governo, ma la gente: i più
poveri, i pensionati che ricevono 70-90 pesos al mese (circa tre
dollari), chi non ha risorse e campa con i pochi dollari inviati dai
parenti”. A parlare è Silvia, 38 anni, affittacamere a Baracoa, un
villaggio non lontano da Guantanamo. “Temo che come conseguenza di
queste misure, per recuperare i dollari delle rimesse, il governo
aumenti le tasse a chi guadagna in dollari. Oggi, per affittare una
stanza a 20 dollari al mese, pago allo Stato un fisso di 180 dollari al
mese, più un altro 10 per cento del guadagno, a fine anno. Se le
imposte dovessero salire, sarò costretta ad abbandonare l'attività”. Ma
il problema è molto più grave per chi non ha nulla. Non solo il mercato
nero, ma moltissimi prodotti ormai sono in dollari. Per fortuna, una
parte di alimenti li assicura lo Stato, in pesos. Ma non sono
sufficienti, soprattutto se in famiglia ci sono degli adolescenti o dei
bambini. Tagliare le rimesse significa renderci la vita impossibile”.