L’ambasciatore cubano in Messico
costretto a tornare a casa. E intanto da Cuba se ne va anche il Perù.
Le relazioni diplomatiche fra i tre Paesi latinoamericani sono ormai
molto tese. Il presidente messicano Vicente Fox e quello peruviano,
Alejandro Toledo, hanno deciso di ritirare i propri ambasciatori
dall’Avana, poi Fox ha aumentato la dose buttando fuori in quarantotto
ore l’ambasciatore Jorge Bolaños Suárez da Città del Messico.
Tutto questo in seguito alle dichiarazioni fatte da Fidel Castro sabato
primo maggio. In un discorso ufficiale il leader cubano ha criticato
tutti quei paesi dell’America Latina che hanno votato contro Cuba
durante la sessione annuale della Commissione dei diritti umani delle
Nazioni Unite, svoltasi il 15 aprile scorso, accusandoli di essere
burattini in mano agli Usa. In particolare si è riferito al capo di
stato del Messico dicendo che così facendo ha ridotto in cenere il
prestigio della politica estera del suo Paese.
La reazione di Fox è arrivata immediata. Ha incolpato l’Avana di
interferire nelle questioni interne con provocazioni assurde, mirando a
distruggere i rapporti di amicizia e cooperazione che per decenni hanno
unito i popoli dell’America Latina. E, di conseguenza, ha definito
“persona non grata” l’ambasciatore. Misure analoghe sono state adottate
dal Perù, che ha definito il contenuto del discorso del primo maggio di
Fidel "infamante". "Il governo peruviano respinge con forza le
osservazioni offensive sul Perù del capo di stato cubano", si legge in
una nota del ministero degli esteri a Lima in cui si preannunciano
"conseguenze per le relazioni bilaterali".
E Jorge Bolaños Suárez è partito. “Il mio primo pensiero è per coloro
che da ieri sera [martedì 3 maggio ndr] si sono spontaneamente riuniti
alle porte della nostra ambasciata per dimostrare solidarietà a Cuba e
a quelli che ancora rimangono lì in rappresentanza del popolo messicano
– ha commentato l’ambasciatore cubano poche ore prima di tonarsene a
casa -. Penso alle migliaia di messicani che hanno inviato lettere o
hanno telefonato e che ci hanno fatto pervenire in queste poche ore il
loro messaggio di appoggio che ricevo ringraziando profondamente nel
nome del popolo e del governo cubani. Grazie anche ai membri
dell’associazione culturale Cubani Residenti in Messico che danno il
loro onesto contributo alla nazione messicana, rendendo indirettamente
grande anche la loro patria. E infine un’immensa gratitudine va ai
milioni di messicani che, uniti in un legame solidale di fratellanza
indistruttibile con il mio popolo, oggi pensano a Cuba”.
Situazione complessa dunque, che affonda le proprie radici nella
discussione avvenuta in aprile intorno alla questione della difesa dei
diritti umani nell’isola di Castro. Anche se con una strettissima
maggioranza, i 53 Paesi membri presenti alla sessione annuale a Ginevra
hanno approvato una risoluzione che deplora le pesanti condanne di
dissidenti e giornalisti inflitte l’anno scorso nello stato di Fidel.
L’Onu ha dunque deciso di esortare le autorità cubane ad astenersi
dall’adottare misure che potrebbero mettere in pericolo i diritti
fondamentali, la libertà d’espressione e il diritto a un processo equo,
e a cooperare con la rappresentante speciale dell’Alto commissariato
per i diritti umani, Christine Chalet.
Il quadro è però molto intricato. Proprio nelle settimane antecedenti
la discussione alle Nazioni Unite esponenti della comunità
intellettuale internazionale hanno sottoscritto una petizione dal
titolo Il diritto a vivere della rivoluzione cubana, per denunciare al
mondo la difficile realtà che Cuba è costretta a sopportare a causa
dell’accanimento di molti Paesi dell’opulento Occidente. “Si avvicina
la nuova sessione annuale della Commissione per i Diritti umani delle
Nazioni Unite – è scritto nel documento siglato da Rigoberta Menchù e
Adolfo Pérez Esquivel, due Nobel per la Pace, che sono tra i firmatari
più illustri -. Come negli anni precedenti, Cuba è indicata fra i
peggiori colpevoli. Quest’anno l’accusa è incentrata sulle condanne che
la giustizia cubana ha emesso contro 73 presunti dissidenti. Quello che
sorprende è che nazioni europee, Francia in testa, che hanno sempre
preteso di avere una politica internazionale sovrana, indipendente dai
disegni statunitensi, si stanno prestando a questi. I membri
dell’Unione Europea, pur sapendo che la Spagna [quella di Aznar ndr] e
l’Italia hanno assunto il ruolo di Cavallo di Troia statunitense al suo
interno, hanno ceduto all’incontestabile realtà d’essere parti di una
calcolata campagna contro la sovranità di Cuba. A niente è servito –
continua la lunga petizione – che il governo cubano presentasse prove
irrefutabili, dimostrando che i ‘dissidenti’ erano persone pagate e
manovrate dal nemico storico della sovranità di Cuba, gli Usa. Cosa
molto semplice da verificare leggendo o ascoltando le dichiarazione del
governo statunitense, che non nascondono l’interesse a porre fine alla
rivoluzione cubana, e i ‘dissidenti’ sono parte essenziale di questa
strategia. Tutto ciò è assolutamente pubblico così come lo sono i
milioni di dollari che ogni anno sono destinati a questo obiettivo […]".
"Se cittadini francesi, spagnoli o svedesi – prosegue il testo –
servissero una potenza straniera contro gli interessi e la sicurezza
della propria Nazione, dichiarandosi ‘dissidenti’, sarebbero condannati
a lunghe pene così come previsto dalle loro Costituzioni. Negli Stati
Uniti pochi di loro si salverebbero dalla pena di morte con l’accusa di
‘lavorare per il nemico’ e di ‘tradimento della patria’. Sembra però
che Cuba non abbia diritto a difendere la propria sovranità, libertà e
dignità, cose che sono costate grande sforzo alla maggioranza della
popolazione, che ha dimostrato di voler difendere anche con la vita i
risultati ottenuti con la Rivoluzione. Perché tanta insistenza a che
Cuba ricada nelle braccia dell’impero che fino a 45 anni fa la trattava
come una sua colonia e che da altrettanto tempo ne aggredisce la
sovranità?”.
“Perché tanta rabbia contro Cuba?” si chiedono i firmatari. “Non è
forse questo che nascondono i discorsi contro Cuba che parlano di
‘democrazia’, ‘libertà civili’, ‘diritti umani’ e altre parole che in
questo caso ‘sono vuote di contenunto’, come ha detto da poco il premio
Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel?”. “Forse perché Cuba è un
cattivo esempio per i paesi del Terzo Mondo? Infastidisce che un paese
del Terzo Mondo, con poche risorse strategiche, dimostri che può
lottare per il benessere del suo popolo? Infastidisce che nel 2003 ha
avuto l’indicatore più alto che qualunque paese dell’America Latina? O
che dei 200 milioni di bambini che dormono ogni notte per le strade del
mondo, nessuno sia cubano? O che in Cuba i sistemi di educazione e di
salute funzionano meglio che in molti paesi sviluppati, compresi Stati
Uniti, Francia, Italia, Spagna e Inghilterra? E’ un crimine che nel
continente americano solo il Canada ha un tasso di mortalità infantile
più basso? Pregiudica che è l’unico paese nel mondo che esporta i
propri medici nelle zone più umili dei paesi poveri dell’America
Latina, e senza guadagnare un centesimo? Per aver raggiunto in soli 45
anni obiettivi sociali, culturali e politici che la maggioranza dei
popolo del Terzo Mondo può a malapena tentare di sognare?”.
E ancora si chiedono se produca disagio il fatto che Cuba abbia
conquistato tutto questo nonostante l’embargo più lungo che una potenza
abbia mai imposto ad una nazione nella storia dell’umanità. “E’ una
Rivoluzione costruita da donne e uomini imperfetti che commettono
errori – scrivono – che però ha dimostrato una costante volontà a
correggerli. Noi che crediamo in un futuro migliore per i popoli del
mondo, appoggiamo l’attuale sovranità di Cuba. La appoggiamo perché
questa società possa continuare a vivere, perfezionandosi e essendoci
di esempio. Non esistono ragioni ma ossessioni per condannare Cuba a
Ginevra – avevano concluso -. Non esiste sincerità ma ansia di castigo.
Le nazioni che si prestano al gioco statunitense sanno che tale pratica
diplomatica serve come pretesto per continuare l’embargo con
l’intenzione di isolare e distruggere un popolo che vive, lavora e
lotta con allegria e dignità”.
Ma Ginevra ha condannato Cuba. Non solo. La Casa Bianca rincara la dose
e non si arrende. Da mercoledì sta vagliando una serie di proposte
presentate dall’apposita Commissione per l’Assistenza a Cuba libre,
creata sei mesi fa da Bush con l’intento di provocare “la rapida fine
della dittatura a Cuba”, studiando tutte le possibilità di propiziare
la caduta di Fidel Castro.
"I cubani devono essere al più presto liberati dalla tirannia e noi
accelereremo il giorno in cui saranno liberi. Noi non stiamo aspettando
il giorno della libertà di Cuba, stiamo lavorando per il giorno della
libertà di Cuba", ha affermato Bush annunciando che presto saranno
adottate misure per adesso contenute in un rapporto di cinquecento
pagine del Segretario di Stato Colin Powell.
In programma il dispiegamento di aerei militari per impedire che il
governo cubano, interferendo, renda difficile raggiungere il
Paese caraibico e i suoi abitanti alle emittenti radiofoniche e
televisive dei fuoriusciti cubani -finanziate e sostenute da
Washington. Nuovi fondi a favore delle iniziative dei dissidenti contro
il governo di Fidel Castro. L’adozione di meccanismi che impediscano
alle rimesse dei cubani che vivono negli Stati Uniti di finire nelle
casse dell’Avana, rafforzando il regime.
E Cuba? Da parte sua, si dichiara disposta “a riprendere il cammino
della normalizzazione dei rapporti, ma solo dietro un mutuo rispetto
della dignità e della sovranità di ogni Paese”.