Per gli indios del Chiapas ogni giorno viene vissuto con lo stesso scopo: resistere
A dieci anni dalla rivoluzione
zapatista, il Chiapas continua a vivere una difficile
situazione sanitaria, economica e sociale. La comunità è
totalmente isolata ma convinta ad andare
avanti, a resistere, in una condizione di completa
autonomia. Un concetto, quello dell'autonomia senza se e senza
ma, già affermato negli Accordi di San Andres, ma ribadito con
ancora più fermezza nella Dichiarazione finale del III Incontro chapaneco contro il
neoliberismo, svoltosi nell'aprile scorso a Huitiupan. In
quell'occasione, gli zapatisti hanno ribadito i propri principio di
autodeterminazione e indipendenza totale dal resto della società
messicana e il loro completo no alle logiche capitalistiche. Ma vivere
così è tutt'altro che semplice. Per gli indios del Chiapas ogni giorno
è un giorno di resistenza, dove tutto, ogni più piccolo gesto
"è per la stessa cosa". E' compiuto per lo stesso fine: mantenere alta
la dignità del Paese e le conquiste della rivoluzione.
La storia che riportiamo
racconta com'è la quotidianità di coloro che hanno
scelto di difendere la libertà, anche a costo della
vita
Un cane nero e squallido si diverte con tutto il muso
affondato in un mamey nel cortile di Maria. Lei, lo indica con la mano
ossuta: "Quel frutto è marcio".
"E
voi lo mangiate?". "Sì, ci piace. Qui è tutto buono, ma i mamey sono
troppo in alto; in estate non c'è modo di tirarli giù e quando cadono
sono buoni solo per i cani, perché a loro non importa se c'è il verme".
Il paradosso della terra ricca e la gente
povera sono connaturati alla storia indigena del Chiapas. Lo sforzo per
mantenere sana e produttiva la milpa consuma la salute dei contadini.
Maria molto spesso è malata. Da queste
parti le proteine scarseggiano ed in questo non c'è differenza tra
zapatisti e non zapatisti. Si presume che i secondi abbiano più denaro
perché lo ricevono dal governo ogni volta che arrivano "i programmi" o
quando gli interessati vanno a ritirarlo. Anche materiale di consumo e
da costruzione. Per entrambi l'assistenza sanitaria continua ad essere
difficile, lontana e costosa. La differenza è che qualcuno accetta quel
poco che gli offre il governo, ed altri no, e se ne costruiscono
laboriosamente una propria, anche se carente di risorse economiche per
pagare trasporti, dottori e medicine. Comunque sia, le famiglie in
resistenza si risparmiano una delle principali cause di malattia,
trauma e morte: il consumo indiscriminato di alcool di pessima qualità.
Un incidente lo conferma nel tratto di
strada asfaltata tra La Pimienta e Rancho El Momón. I corpi di due
uomini giacciono sul selciato. Uno dei due con il cranio aperto dentro
una scia di sangue. Il secondo indigeno morto sembra addormentato, con
un braccio sul petto. A pochi passi da loro un pick up a ridosso di un
promontorio; non è riuscito a rovesciarsi, ma il veicolo andava a gran
velocità quando l'autista ha perso il controllo ed ha sbalzato per aria
quelli che viaggiavano nel rimorchio posteriore.
Sull'altro lato della strada cinque uomini si affollano,
impauriti ed illesi. Almeno tre in totale stato di ebbrezza.
Vicino al camioncino giacciono varie bottiglie vuote di comiteco, acquavite della
regione. Sembrerebbe che
il conducente non avesse bevuto ma sul posto non c'era più. Tutto
indica che i suoi accompagnatori ubriachi lo hanno fatto cadere nel
fossato.
A Cruz del Rosario, la comunità
degli infortunati, le famiglie si riuniscono sulla strada in attesa dei
corpi.
"Il loro denaro gli è servito solo
per morire", commenterà poi Bertín dal suo spaccio di bibite a
Guadalupe Tepeyac.
Con il vento in faccia.
Si è avvicinato tra i corridoi tracciati
nella milpa dove germogliano gli ortaggi. Aveva il vento in faccia. Sul
momento non capii la sua esaltazione. Sudato, con il fango sulle mani e
sugli stivali, si è tolto il cappello di palma, si è pulito la fronte
con il braccio e ha dato un colpo di tosse. Si è sfregato la mano
destra sulla sua maglietta di cotone, logora e scura e Rosendo mi ha
teso la mano destra. Non mi ero neppure reso conto che veniva da me.
Pensavo che stesse recandosi al lavoro nella sua quotidianità
contadina. I suoi occhi brillavano come tizzoni neri e sotto i baffi
ben spuntati sorrideva con intensità.
Solo
ieri sera avevo incontrato la sua giovane nuora con il nipotino che è
davvero cresciuto. Non arriva all'anno e sembra più grande. E'
fortunato: da queste parti i nipotini e le nipotine hanno molte
difficoltà e non crescono molto.
"Stai lavorando?". "Sí",
ha risposto, stupito, come se gli avessi fatto una domanda strana.
"Con la giunta, con il municipio?". Mi ha guardato in modo ancora più strano
gettando indietro la testa. Mi sentivo in imbarazzo, come se gli avessi
chiesto delle stupidaggini. Di nuovo mi ha risposto
di sì.
"Quando sei
arrivato?". "Soltanto ora. Vengo a
caricare".
Gli indigeni di qua sono
discreti nell'esprimere le loro stranezze. Preferiscono domande che
possono sembrare semplici, ma la relazione poi
con le risposte è ampia. Ha aggiunto: "Vedi, tutto quello che facciamo,
anche il nostro lavoro della terra, è per la stessa cosa".
Credo di aver capito quando poi si è scusato: "Vado a
legare gli animali".
In questi lunghi viaggi
a cavallo sulle montagne della selva è come scorrere le pagine di un
libro. Gli occhi si riempiono di luoghi, il vento della cavalcata
esalta il coraggio. È diverso da quando i contadini si concentrano
sulla terra per coltivarla palmo a palmo. Una cavalcata a cielo aperto
ha qualcosa di debilitante. Rosendo aveva cavalcato molte ore già dalla
mattina. Nel sangue portava la distanza delle montagne e sul viso la
stanchezza ed il sorriso. Ha portato alcune bestie attraverso la
montagna da San José fino a La Realidad per caricarle con mais.
Nella vita quotidiana degli indigeni in
resistenza "tutto è per la stessa cosa". I loro lavori sono per
qualcosa di più che la mera sopravvivenza. La lotta attraversa la
totalità delle loro vite. Le famiglie e le comunità ribelli
devono resistere. Non sono mai state tutte, ma sono molte, ce ne sono
in diverse parti e hanno già costruito la loro ragione ed il loro
spazio. La morte e la paura hanno smesso di rappresentare il loro
principale problema. Macinare 'elote' tenero, caricare e spaccare la
legna, preparare e mietere la terra, cavalcare la montagna a dorso di
muli, allattare i bambini. Qualunque sforzo è parte della stessa cosa.
Qui la chiamano
autonomia.