scritto per noi da
Giovanni Proiettis
Don Luis, ci
racconti quando e come siete arrivati qua. Siamo indios chinantecos originari
di Oaxaca. Intorno agli
anni settanta, qualcuno ci disse che nella selva del Chiapas un tenente
in pensione di nome Carmona concedeva certificati di proprietà. L'11
aprile del 1976, una data che celebriamo tutt'ora, arrivammo qui in
quaranta persone circa, tra uomini, donne, bambini, adulti ed anziani.
Perché ve n’eravate
andati? Ce ne andammo da Oaxaca per
problemi agrari. Mio padre aveva un appezzamento di 100 ettari, ma
l'invase un gruppo di gente armata che godeva della complicità delle
autorità locali. La volevano per la coltivazione di droga e ci
intimarono di unirci a loro o di lasciare le nostre terre. Noi non
accettammo e così incominciò tutto. Durò molti anni quella lotta, tanto
che ammazzarono mio padre, mio suocero ed uno zio. Alla fine quello che
feci, fu di portare qua i miei parenti e compaesani.
Ha partecipato ad altre lotte
sociali? Prima del conflitto, io vivevo nella
città di Oaxaca. Dapprima ho fatto il domestico, poi ho studiato alla
preparatoria dell'Università Benito Juárez ed ho partecipato al
movimento degli anni settanta. Ho militato nella Liga Comunista 23
Settembre, un'organizzazione clandestina che praticava la lotta armata.
Quando la repressione ci ha sconfitti, per un po' ho lavorato come
maestro nelle comunità della montagna. Dopo un anno, sono tornato
all'università per laurearmi ed in quel frangente si è presentato il
problema di mio padre. Io non volevo uno scontro tra campesinos,
cercavo una soluzione pacifica, ma gli invasori mi accusarono di essere
guerrigliero. La polizia mi offrì di cambiare nome, un lavoro col
governo e di risolvere il problema di mio padre in cambio di
informazioni. Non accettai, ovviamente, e le cose si fecero molto
brutte.
Come fu il
viaggio? È una lunga storia. Arrivammo a
Comitán su autobus locali perché l'Istmo di Tehuantepec era bloccato da
manifestazioni studentesche. Poi affittammo un camion che ci avvicinò
alla selva e quando l'autista ci disse che non poteva più andare oltre,
alcuni mulattieri ci vendettero le mule per caricare le signore, le
nostre masserizie e continuare a piedi. Camminammo per diversi giorni
da un rancio all'altro ed arrivammo a Ixcán, un villaggio sul fiume
dello stesso nome che è affluente del Lacantún. I militari che lo
proteggevano videro molto bene la carabina e la pistola che avevamo, ma
si comportarono bene e non dissero niente. Essi ci spiegarono che
l'unica maniera per arrivare alla nostra destinazione era scendere per
il fiume e dato che non c'erano lance, costruimmo alcune zattere di
sughero, proprio come le facevamo da bambini nella nostra terra. Questo
ci fece ritardare di un paio di giorni, ma ce la facemmo in mezzo a
molte difficoltà. Nella zattera più grande ci stavano circa 12 persone
e nelle più piccole quattro o sei. Davanti in avanscoperta ce n'era una
con un solo compagno, perché non conoscevamo il fiume e c'erano parti
pericolose nelle quali era necessario accostare e scendere. Furono due
giorni interi di navigazione e di paura; di notte ci fermammo su una
spiaggia dove, per fortuna, alcune persone che ci regalarono mais e
fagioli perché era finito il cibo. Al fine arrivammo a Tlatizapán, un
posto qui vicino dove viveva il tenente che cercavamo. Egli ci diede
l'opportunità di entrare nel suo gruppo di richiedenti di terre dietro
pagamento di 5 mila pesos per diritto e poiché avevamo finito i soldi,
negoziammo i pagamenti in cambio di lavoro.
Quando avete costruito il villaggio? Quando arrivammo a Tlatizapán ci
organizzammo subito come villaggio. Per noi era molto importante
mantenere viva la comunità, costruire buone capanne, tracciare strade,
e preservare l'intimità delle famiglie.... Molto presto costruimmo la
scuola e qui fummo i primi ad avere un maestro, malgrado esistessero
già Benemérito de las Américas, Pico de Oro e Galaxia, le tre comunità
più vecchie della regione. Un giorno il tenente portò un quadro del
Signore della Buona Morte ed un altro della Vergine di Guadalupe per la
cappella. Io sono ateo e mi opposi, ma gli altri volevano avere una
religione. Ci furono frizioni, i vecchi mi criticarono e quando,
nell'ottanta, 22 famiglie si trasferirono qui a "Reforma Agraria" (un
paio di chilometri a monte, N.d.R.) si costruì la cappella.
Da che cosa è nata la necessità da
rispettare la natura? Nella zona di Tuxtepec,
da dove venivamo, c'era la selva. Ai tempi dei nostri genitori c'erano
perfino guacamayas, ma noi non li abbiamo mai conosciuti e così,
facendo il primo regolamento comunitario, abbiamo pensato di proteggere
l'ecosistema. Nel 1981 abbiamo cercato l'appoggio del governo per
seminare cacao, cardamomo ed altre coltivazioni che non implicano la
distruzione della selva. Dopo sette anni, tuttavia, siamo stati
costretti ad abbattere più di 3 mila piante perché non erano
produttive. Di fallimento in fallimento, è nata l'idea dal centro di
ecoturismo che ci offre l'opportunità di vivere della selva senza
distruggerla. Seminiamo mais ed abbiamo alcuni capi di bestiame ma
preserviamo 1.450 ettari già decretati a riserva. Che cosa offriamo?
Per esempio, le guacamayas. Si possono visitare i nidi naturali e fare
una passeggiata guidata sul sentiero che, a poco a poco, abbiamo aperto
nella selva. C'è il tragitto in lancia dentro la riserva di Montes
Azules, sui fiumi Lacantún e Zendales dove si possono vedere
coccodrilli, tapiri, scimmie ragno, scimmie saraguatos, guacamayas,
fagiani, tucani, aironi, cinghiali, cervi coda bianca.... Abbiamo una
capanna ristorante, due capanne appartamenti, un imbarcadero ed un
parcheggio. Abbiamo altre 8 stanze doppie con letto matrimoniale e
cucina. Abbiamo un'area campeggio con servizi sanitari, docce ed alcune
capanne collettive per i turisti con minori possibilità.
Chi sono i predatori della selva
Lacandona? È curioso ma nell'89, il "Grupo
de los Cien" c'attaccò come eco-distruttori. A noi che tanto lottiamo
per conservarla. Dicevano che la selva aveva un milione di ettari e che
ne rimanevano solo 700 mila e che si continuava ad abbattere. Bisogna
tuttavia essere chiari: il campesino non è il vero predatore. In primo
luogo, la distruzione non è di ora, ha più di 100 anni ed è sempre
stata portata avanti dal. Ancora recentemente i funzionari favorivano
l'insediamento di colonie in piena selva. Era un commercio redditizio:
spingevano i contadini a disboscare ed essi si tenevano il legname
pregiato. Ci sono famiglie in Chiapas - come, per esempio, quella
dell'ex governatore Absalón Castellanos (lo stesso che nel 1994 fu
sequestrato dall'EZLN e liberato dopo pochi giorni, N.d.R.) - che si
sono arricchite in maniera indecente. Gran parte dei campesinos di
Marqués de Comillas sono arrivati negli anni settanta - alcuni un po'
prima - quando già erano stati devastati più di 800 mila ettari. La
stessa cosa accadde in Campeche, in Quintana Roo ed in altre parti.
L'obiettivo era risolvere il problema dei latifondisti e calmare la
rivendicazione alla terra senza considerare le conseguenze. I
campesinos arrivati qui sono originari di Oaxaca, Michoacán, Guerrero,
stato del Messico e tutti quanti esigevamo che si colpissero le
proprietà o i grandi latifondi. Ma il governo ci rispose: "No, posso
darvi qualcosa solo qui nella selva".
Fino a quando è durata questa
politica? Nel 1989, inaspettatamente, il
governatore Patrocinio González Garrido proibì il disboscamento. Nello
stesso tempo, incominciò una campagna per colpevolizzare i campesinos
del degrado ambientale. Ma noi campesinos non siamo mai stati i
distruttori della selva. Qui i saccheggiatori sono stati i militari che
catturavano le tartarughe e le guacamayas per venderli. O i ricchi di
Tabasco che venivano in aereo da turismo a cacciare animali rari.
Proprio qui abbiamo requisito le armi ad un segretario di Governo dello
stato di Veracruz che veniva, anno dopo anno, a cacciare la tigre ed
ammazzava molte scimmie per usarle come esche. E' stato duro, ma ci
siamo riusciti: non vengono più. – Sappiamo che una Ong presumibilmente
ecologista, Conservación Internacional, ha vari progetti nella regione.
Che opinione avete? Questa è una Ong formata da funzionari del
precedente governo federale, come l'ex segretaria all'Ambiente, Julia
Carabias, e l'ex presidente Ernesto Zedillo, che si dedica alla
biopirateria ed al turismo esclusivo. Recentemente, CI ha realizzato
due stazioni di ricerca, una a Chajúl ed un'altra alla foce del fiume
Zendales col Lancatún. La seconda è completamente illegale perché si
trova in piena biosfera dei Montes Azules. Si tenga presente che se
noi, i campesinos, osiamo violare questa regione, ci mandano subito
l'Esercito.
Quali
sono state per voi le conseguenze della sollevazione
zapatista? Lo zapatismo non ci provocato
alcun danno; al contrario, sotto la pressione degli avvenimenti, il
governo dovette asfaltare la strada sul confine ed aprire centinaia di
chilometri di strade verso le comunità. Potremmo dire che nella zona di
Marqués de Comillas è servito, ci ha appoggiato.